
Post – Pubblicato: Art. Comincia l’Italia. net 29/01/2007
Anche qui vige la regola “la realtà come provocazione”.
Stamattina mentre andavo sul posto di lavoro, sento alla radio, che un pensionato di 69 anni, muore davanti a pronto soccorso dell’ospedale Santa Croce di Moncalieri (Torino), i medici non escono dal perche’ non autorizzati.
La notizia e stata riportata anche dall’Ansa della Regione Piemonte.
Con la mente sono andato subito al caso recente di Vibo Valentia, dove il 20 gennaio 2007 – Una ragazza di 16 anni, F.M., mentre veniva sottoposta ad un intervento chirurgico di appendicectomia, nell’ospedale di Vibo Valentia, è entrata in coma, dopo che in sala operatoria si è registrato un black-out elettrico.
Rientrando in ufficio non ho potuto evitare una ricerca su google per verificare il problema della cosiddetta “ Malasanità” e scopro sul sito omonimo:
Sono da 30mila a 35mila in un anno, circa 90 al giorno, le vittime della malasanità in Italia. E’ quanto emerso da un convegno di medici riuniti all’Istituto dei Tumori di Milano. Gli errori in corsia farebbero più vittime degli incidenti stradali, dell’infarto e di molti tumori. A guidare la classifica dei reparti più a rischio c’è la sala operatoria, seguita dai dipartimenti degenza e urgenza e dall’ambulatorio.
I costi annuali degli errori medici sono stati stimati in 10 miliardi di euro (pari all’1% del Pil). I dati sono stati presentati al convegno promosso dall’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom). In Italia le cifre degli errori commessi dai medici o provocati..
Allora mi domando siamo un paese civile?
Se si muore davanti al pronto soccorso senza essere soccorsi!!!!
Dove gli esseri umani non sentono neanche l’orgoglio onorare il giuramento Ippocrate,del quale riporto un estratto:
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Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo,
GIURO:
di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento; di perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale; di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di un paziente; di attenermi nella mia attività ai principi etici della solidarietà umana, contro i quali, nel rispetto della vita e della persona non utilizzerò mai le mie conoscenze; di prestare la mia opera con diligenza, perizia e prudenza secondo scienza e coscienza ed osservando le norme deontologiche che regolano l’esercizio della medicina e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con gli scopi della mia professione;
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Mi sono anche ricordato che alcuni giorni addietro, su radio 24 nella trasmissione la zanzara, il ministro della salute Livia Turco è, stata contattata telefonicamente per commentare il fatto di Vibo Valentia, la sua risposta è stata “non telefonatemi più per commentare certi fatti” (non ho ascoltato la telefonata ma riporto il commento del conduttore).
Spesso si parla di morti Bianche ( le morti che accadono sui luoghi di lavoro) che sono intollerabili, tanto da vedere coinvolto in prima persona il Presidente della Repubblica. Ma non solo, tutti i partiti di governo sono pronti a deprecare e condannare giustamente i comportamenti delle imprese che mettono a rischio i lavoratori che sono anche cittadini.
Allora mi domando ma che morti sono quelle causate dalla malasanità , dalla superficialità di medici che invece di intervenire per onorare la deontologia della loro professione, si nascondono dietro i cavilli burocratici.
Ma mi domando anche perché le proteste dei politici sono più deboli in questi casi ?
Forse la qualifica di lavoratore, da diritto a maggiori tutele rispetto a quella di cittadino?
Una cosa che possiamo imparare dall’antica Grecia, dove non esistevano ideologie è, che la società si basava sull’interesse generale dei cittadini , dove tutto veniva analizzato e ragionato in base ai valori della comunità (la democrazia degli antichi e dei moderni – di Finley).
Quali sono i valori della nostra società?
Sono valori di civiltà?
Non vado oltre lascio a voi le risposte.
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Approfondimenti:
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MORIRE DI FRONTE ALL’OSPEDALE ,TUTTO IN CENTO PASSI !
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Valdo Spini e l’aggettivo socialista
Pubblicato da ernestoscontento su Gennaio 30, 2007
Post – Pubblicato: Art. Comincia l’Italia. net 31/01/2007
Valdo Spini – La crisi della politica e l’aggettivo socialista
Fonte: L’Unità.it 30.01.07
In Estratto:
La parola socialismo, lo vogliamo nuovamente ribadire, è ancora attuale, perché in essa è insita l’esigenza di una politica programmaticamente rivolta ad includere e a socializzare nel progresso economico, civile sociale e culturale anche chi ne è rimasto escluso; e questo in modo laico, e cioè con le armi della politica stessa. La parola democratico (usata come sostantivo, perché come aggettivo dovremmo condividerla tutti) è una parola nobilissima, ma rappresenta più una scelta sulle regole che devono improntare la dinamica politica e sociale che un ideale e un obiettivo di fondo. Nella parola socialista c’è qualcosa di più. Veramente pensiamo che si possa con un atto di volontà politica spengerla?
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Noi siamo ciò che siamo e, non quello che idealmente vorremmo essere (Ernesto).
I nomi non contano nulla i contenuti si!
Perché?
Nel romanzo «I fratelli Karamazov», di Fedor Dostoevskij, uno dei personaggi principali, Ivan Fedorovic, ad un certo punto afferma: «Se Dio non esiste, tutto è permesso».
Questa frase, meglio di tanti trattati di filosofia, ci fa capire magistralmente buona parte del pensiero moderno e contemporaneo, che si basa proprio sulla perdita o rifiuto dell’assoluto e sui vari tentativi di trovare percorsi alternativi alla concezione metafisica.
Lo stesso Schopenhauer non ci lascia all’oscuro su suoi rapporti nei confronti dei grandi dell’idealismo tedesco.
La sua critica spietata alla “filosofia degli oracoli” dei “filosofi per spasso” è fin troppo nota, ne riporto di seguito solo alcuni assaggi.
Dai “tre idoli della filosofia accademica” non c’è nulla da imparare; i loro scritti sono “perdita di tempo e rovina di menti”‘. Fichte, “il pallone gonfiato”, ha portato all’eccesso tutti gli errori di Kant’ e Schellíng .
E quanto profondamente Schopenhauer odiasse Hegel, “il pazzo e ciarlatano”, non ha alcun bisogno di documentazione.
Gli epigoni dell’idealismo tedesco, in testa a tutti i cosiddetti eredi di Marx, da Lukàcs a Steigerwald hanno accettato la sfida di Schopenhauer e ne hanno fatto il padre del soggettivismo irrazionale, il traditore della ragione, colui che la lasciò in balìa di forze oscure.
Schopenhauer ha rinfacciato veramente all’idealismo tedesco di essere troppo razionale, troppo idealista? O non è piuttosto il contrario?
Schopenhauer non ha invece difeso la causa della ragione contro la disonestà intellettuale, le belle frasi, i pensieri fumosi?
L’intero arsenale del condizionamento ideologico che ha avvelenato politica e propaganda nel ventesimo secolo, Schopenhauer l’ha smascherato chiaramente nell’idealismo tedesco.
Schopenhauer una posizione particolare: egli è il filosofo al quale il nostro secolo ha dato ragione in pieno, persino le sue supposizioni piú nere hanno trovato riscontro nello stato attuale del mondo.
La sua visione dell’idealismo tedesco si è dimostrata veritiera e la sua filosofia è quindi la pietra di paragone piú adeguata per esaminare quanto è rimasto della Geistesphilosophie.
Grazie a Schopenhauer, il concetto idealistico di ragione può venir liberato dalle scorie dell’autopresunzione.
Contro la filosofia dello spirito che dilaga nel diciannovesimo secolo e con tanta maestria lusinga l’immagine dell’uomo, Schopenhauer ha messo in evidenza il primato della volontà.
La volontà di vivere in noi tutti ed in ogni essere vivente non è un’intuizione esterna ma proviene dall’interno, ci è immediata mente esperibile è un’intuizione esterna ma proviene dall’interno, ci è immediata mente esperibile.
Schopenhauer individua la nostra incapacità di comprendere il tutto e quindi anche dell’attuale distruzione del mondo che ci circonda.
Egli non ci toglie tuttavia ogni speranza in una vita piú umana, ci offre almeno la possibilità di una “vita eroica”‘.
L’intelletto può liberarsi dai servami della volontà e fare dell’uomo “un puro soggetto del conoscere”, “uno specchio inoffuscato del mondo che nulla può smuovere o intimidire” .
Nell’intuizione disinteressata dell’idea, questo è ciò che riesce al genio, all’artista come al filosofo e anche a noi in “istanti benedetti”.
Può sembrare poco se lo si confronta con le grandi promesse dell’idealismo, ma ha l’esperienza dalla sua parte.
Nella visione estetica siamo in grado di avvicinarci allo stato della pura, sciolta dalla volontà, conoscenza oggettiva.
Ma già il sociologo Max Weber ha dimostrato come la critica del protestantesimo ascetico contro il desiderio di acquisizione di beni materiali produsse al contempo lo spirito del capitalismo.
Il lavoro, questo vecchio esperimentato mezzo ascetico si mutò in una professione fissa; la bramosia di profitto venne legalizzata e la formazione del capitale assicurata tramite un’ascetica costrizione al risparmio.
L’ascetismo razionale, che si oppone al desiderio irrazionale, alla soddisfazione momentanea dei piaceri, divenne secondo l’analisi di Weber, il principio dell’economia all’inizio della rivoluzione industriale.
Di regola l’ascetismo è un esercizio che permette di distinguere l’essenziale da ciò che non lo è e di pervenire in tal modo all’essenza delle cose.
Nell’etica schopenhaueriana della compassione, la ragione ascetica è accessibile a chiunque, un processo quotidiano e al tempo stesso misterioso. “Ogni soddisfazione, ogni benessere e ogni felicità consiste” secondo Schopenahuer “nell’immediata partecipazione, indipendente da ogni altro riguardo, alla sofferenza di un altro e con ciò all’impedimento o annullamento di questo dolore”.
“Soltanto questa compassione è la base reale di ogni giustizia spontanea e di ogni genuino amore del prossimo”
Si deve tuttavia notare che la compassione di Schopenhauer non va intesa nel senso comune del termine; non è semplicemente un immedesimarsi in “chi è bisognoso” ‘, ma in essa si realizza una conoscenza valida per tutti: “Questo tu sei!
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