ernesto scontento

“Disapprovo ciò che dici, ma difenderò alla morte il tuo diritto di dirlo ” (Voltaire)

Il duo Bersani e Visco non è come avere il duo Keynes e Galbraith

Posted by ernestoscontento su marzo 13, 2007

 Post – Pubblicato: Art. Comincia l’Italia. net 13/03/2007

Diciamocelo francamente il duo Bersani e Visco non è come avere il duo Keynes e Galbraith.

Evidentemente, la logica liberista e l’ideologia del mercato hanno inciso in profondità i valori di una parte della sinistra sempre meno riformista, e sempre più spesso confusa.

Infatti sembrano le brutte copie di Milton Fredman.

Sono sempre di più, da questo punto di vista, le voci critiche che si levano.

Pazienza,ognuno fa con quello che passa il convento, ma almeno tacessero per una sorta di buon pudore.

Visco, continua a trattare gli Italiani, come dei Reo evasori potenziali da barsellare sempre.

Bersani, non solo non fa le liberalizzazioni necessarie è, contestualmente dovrebbe rimuovere i privilegi che, la legge consente alle cooperative amiche, che competono sul mercato forti di una minore imposizione fiscale di circa il 50% rispetto ad una impresa privata.Con la conseguenza che contribuiscono in parte minore, al mantenimento dello stato sociale.

Inoltre creano una disriminante fra lavoratori….i dipendenti delle Cooperative, non sono soggetti alle tutele dell’art.18 dello statuto dei lavoratori.

In fatti gli unici sgravi fiscali,dovrebbero essere lasciati solo a quelle cooperative che si occupano di servizi sociali ( servizi che dovrebbe erogare lo stato) al fine di poter usufruire di costo basso dello stesso come cittadini/ o comunità.

Oggi Il ministro delle MINI LIBERALIZZAZIONI sapendo che Telecom viene venduta agli stranieri grida “ industriali incapaci, le Tlc a rischio stranieri” (fonte L’unità 13/03/07).

Dimenticandosi chi in passato si è rivolto ai Capitani Coraggiosi…..ma soprattutto si dimentica che in una economia di mercato, non sono i politici che dettano l’agire di un imprenditore, ma le norme, compreso quelle degli organi di vigilanza, fondamentale in una economia di mercato seria è
l’atitrust.
Con il termine antitrust si definisce in primo luogo il complesso delle norme giuridiche che sono poste a tutela della concorrenza sui mercati economici.

MA DETTO,QUESTO NON AVREI DETTO NIENTE DI NUOVO,NELLA MIA PICCOLA CRITICA AI DUE LIBERALRIFORMISTI.

In fatti loro insegnano nella loro scuola politica il NES ( mi piacerebbe sapere cosa?), quando invece dovrebbero loro per primi andare a scuola di economia!!!!!

Galbraith, nel suo saggio la buna società, scrive “ la politica monetaria, non è lo strumento più efficace per combattere l’inflazione, ma è il più veloce da mettere in pratica essendo indipendente dalla politica. Lo strumento più efficace per combattere l’inflazione è,puntare sulla piena occupazione”.

Oggi basta pensare all’aumento dello 0,50% del tasso d’interesse effettuato dalla BCE, che,vanifica di fatto, gli effetti di ridistribuzione sulle famiglie più bisognose, obbiettivo della finanziaria appena varata.

Purtroppo non è colpa loro, Keynes non era ben visto dai comunisti, loro pensavano che con i soldi pubblici si alimentasse l’industria borghese.

Ma non era nemmeno ben visto dai liberalisti puri, che pensano che il mercato si autoregoli da solo.

Lo stato per i liberalisti, deve essere al minimo indispensabile è, soprattutto si deve fare gli affari suoi.

Infatti Keynes era un liberale in politica e, un riformista in economia, il che spesso si traduce politicamente in quel termine conosciuto come liberalsocialista.

Riporto una sintesi della teoria generale di Keynes e, una breve storia della privatizzazione di Telecom.

Lasciandovi liberi di esprimere una vostra valutazione in merito.

Ma prima fatevi queste due domande:

1- Lo stato può intervenire con risorse pubbliche affinché si possa attuare l’obbiettivo della piena e buona occupazione?

2- Cosa c’è di male,in uno stato,che mantiene alcuni settori chiave dell’economia, facendo utili che,rimetterà nell’economia per il benessere di tutta la comunità?

Teoria generale di John Maynard Keynes

La sua opera principale è la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta 1936, un volume che ha un notevole impatto sulla scienza economica, e costituisce il primo nucleo della moderna macroeconomia.
In esso Keynes pone le basi per la teoria basata sul concetto di domanda aggregata, spiegando le variazioni del livello complessivo delle attività economiche così come osservate durante la Grande depressione. Il reddito nazionale sarebbe dato dalla somma di consumi e investimenti; in uno stato di sotto-occupazione e capacità produttiva inutilizzata, sarebbe dunque possibile incrementare l’occupazione e il reddito soltanto passando tramite un aumento della spesa per consumi o con investimenti. L’ammontare complessivo di risparmio sarebbe inoltre determinato dal reddito nazionale, e sarebbe dunque possibile ottenere un incremento del risparmio anche riducendo il tasso di interesse, allo scopo di incentivare l’investimento in beni capitali.
Nel Teoria generale, Keynes afferma che sono giustificabili le politiche destinate a stimolare la domanda in periodi di disoccupazione, ad esempio tramite un incremento della spesa pubblica. Poiché Keynes non ha piena fiducia nella capacità del mercato lasciato a sé stesso di esprimere una domanda di piena occupazione, ritiene necessario che in talune circostanze sia lo Stato a stimolare la domanda. Queste argomentazioni trovano conferma nei risultati della politica del New Deal, varata negli stessi anni dal presidente Roosevelt negli Stati Uniti. La teoria macroeconomica con alcuni perfezionamenti negli anni successivi giunge ad una serie di risultati di rilievo nelle politiche economiche attuali.

Breve storia della privatizzazione di Telecom

Dopo aver indagato sulle scalate congiunte dell’estate 2005 ad Antonveneta, Banca Nazionale del Lavoro ed RCS Mediagroup, l’attenzione degli investigatori pare concentrarsi sulla privatizzazione di Telecom, realizzata dai governi Prodi e D’Alema tra il 1997 ed il 1999 (insieme a Ciampi, allora Ministro del Tesoro, e Draghi, allora dirigente del ministero ed oggi successore di Fazio alla guida di Bankitalia).

Il bilancio disastroso della privatizzazione dovrebbe far riflettere la le forze di governo sulla necessità di riportare sotto il controllo pubblico, pur se all’interno delle logiche di mercato, alcuni settori strategici (e redditizi) dell’economia.

Sono sempre di più, da questo punto di vista, le voci critiche che si levano.

La prima fase della privatizzazione di Telecom, uno dei pochi “gioielli” di stato, termina il 24 ottobre 1997, con il Tesoro che incassa 11,2 miliardi di euro (azioni vendute a 5,63 euro l’una) ma con un fallimento sul piano politico: gli azionisti di punta sono in grado di controllare il 6,6% del capitale ed il maggiore di questi, Umberto Agnelli (0,6%), nomina un amministratore delegato (Rossignolo) che si sarebbe rivelato un disastro.

Cacciato Rossignolo con le azioni Telecom al minimo storico di 4,33 euro, viene chiamato Bernabè.

Quasi in contemporanea emerge la figura di Colaninno che, insieme al finanziere bresciano Gnutti, si impadronisce della Olivetti attraverso la finanziaria lussemburghese Bell, controllata dalla ormai famosa Hopa, con Unipol che entra nel giro acquistando il 6% della Bell in data 7 gennaio 1999. Il 20 febbraio parte l’Opa lanciata dagli ormai noti “capitani coraggiosi”, Gnutti e Colaninno, con l’evidente sostegno del governo D’Alema.

Il 10 aprile 1999 Bernabè convoca un’assemblea straordinaria dei soci Telecom per combattere l’Opa ostile, ma non viene raggiunta la quota sufficiente di capitale rappresentato per poter deliberare (28% del capitale presente sul minimo richiesto del 30%): determinanti risultano le assenze del Tesoro (3,46% del capitale) e del Fondo pensioni di Bankitalia.

Con Draghi che chiede ed ottiene una lettera scritta del Presidente del Consiglio per disertare la riunione.
Nel maggio 1999, grazie anche agli ex azionisti di punta, “Olivetti diventa padrona di Telecom – osserva giustamente Carlo Cortesi – facendo oltre 30 miliardi di euro di debiti, un fardello che ancora oggi pesa sui telefoni italiani –allora sanissimi – e ne costituisce il problema principale”.

Conclusione: il risultato della privatizzazione Telecom si rivela un disastro sul piano strategico ed una tavola imbandita per ogni sorta di speculatori.

E’ in questo contesto che si consolida l’alleanza bipolare che avrebbe costituito l’asse portante delle scalate ad Antonveneta e Bnl dell’estate 2005.

Il 28 luglio 2001 Pirelli e Benetton acquistano, attraverso la controllata Olimpia, il 23% di azioni Olivetti-Telecom da Bell per un totale di 7 miliardi di euro (4,17 euro ad azione), salvando l’azienda da un probabile disastro ma prestando il fianco ad un vorticoso giro di speculazioni intorno alle azioni Olivetti.

Secondo una inchiesta de “Il Sole 24 Ore”, “Gnutti guadagna 21,7 milioni di euro di plusvalenze e le tre società a lui riconducibili 4 milioni di euro; Colaninno, da parte sua, almeno 89 milioni di euro”, cifre che corrispondono a mancate plusvalenze per la Bell. Unipol, da parte sua, si “limita” a cedere alla società lussemburghese 36,5 milioni di azioni Olivetti (31 luglio 2001) al prezzo unitario di 3,01 euro (contro la quotazione ufficiale in borsa di 1,89 euro) e ad Hopa altri 12 milioni di azioni a condizioni simili.

Una degna conclusione per la madre di tutte le privatizzazioni, assai più simile ai modelli in auge nell’Argentina di Menem o nella Russia “compradora” di Eltsin che in un moderno paese a capitalismo avanzato. “Le privatizzazioni, che avrebbero dovuto stimolare la concorrenza e lo spirito d’impresa, piuttosto che rendere più pluralistico il sistema economico lo hanno impoverito, trasferendo le rendite monopolistiche dal pubblico al privato”.

About these ads

Al momento l'inserimento di commenti non è consentito.

 
Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: