ernesto scontento

“Disapprovo ciò che dici, ma difenderò alla morte il tuo diritto di dirlo ” (Voltaire)

Per Alitalia il ritorno dei capitani coraggiosi

Posted by ernestoscontento su dicembre 2, 2006

Post – Pubblicato: Art. Comincia l’Italia. net 03/12/2006

Livorno,02 Dicembre 2006

E’ la fine dello Stato capitalista che vende Aliatalia. E poi speriamo che tocchi alle Ferrovie. Il governo cede il controllo ai privati. Bando pubblico per discesa sotto30%. In Borsa il titolo vola: +11%, segno che i cittadini si fidano più dei privati che dello stato nell’affidare i propri soldi.

Ci sarà chi gioisce e chi invece si dispera ma sta di fatto che lo Stato imprenditore è stato un disastro per l’Italia. Cirio, Telecom e Autostrade sono esempi di cosa non si dovrebbe fare nel gestire le società e nel vendere.

Due gli elementi che maggiormente caratterizzano l’evoluzione del sistema Italia negli ultimi anni. Il primo è certamente la perdita del primato della politica sull’economia.

Esso riflette e consegue, non solo la perdita di credibilità della politica che dopo la stagione di Tangentopoli segue la stagione dei crak finanziari di Cirio, Parmalat,Bancopoli, Furbetti del Quartierino e compagni di merende.

Questi eventi fanno emergere soprattutto il dipanarsi della fitta ragnatela di interferenze tra politica ed economia che si esprime non solo nell’anomalo sistema delle partecipazioni pubbliche, ma anche in un sistema privato fortemente assistito dal sistema politico, che non si sforza di crescere perdendo quella capacità imprenditoriale propulsiva che fa la differenza sul mercato.

Emerge anche dagli ultimi scandali il limite del sistema bancario, che per non pagare i costi delle proprie incapacità non esita a scaricare questi costi sui cittadini, vendendo obbligazioni di imprese decotte ormai sull’orlo del fallimento. Infatti la vendita delle obbligazioni ai privati riduce l’esposizione bancaria nei confronti delle imprese sopra menzionate.

Va detto che questo oltre a lapidare i risparmi di una vita di molte famiglie italiane, la dice lunga sull’eticità del nostro sistema creditizio, che di fatto tradisce una delle leggi fondamentali dell’economia di mercato, il rapporto fiduciario fra cliente e fornitore.

Detto questo va evidenziato che il sistema italiano vive una fase di sofferenza maggiore rispetto ad altri sistemi, il paese stenta ad adattarsi ai meccanismi competitivi determinati dalla globalizzazione.

La politica italiana non ha la capacità di indirizzo neutrale e, al tempo stesso esistono sacche residuali d’interventismo a favore dei vecchi gruppi di potere; perché i meccanismi di selezione oggettiva delle nuove entrate sono sostanzialmente inesistenti, perché non esiste un sistema certo e condiviso di regole.

In fondo se non ricordo male è stato G. Salvemini a coniare la frase ” l’industria Italiana è abituata a fareutili privati e debiti pubblici” con questo voleva evidenziare la capacità di rischio dei nostri industriali.

Gli “interessi” della politica sono quelli dei cittadini italiani? Forse se la politica avesse memoria e pudore!

Occorre fare un piccolo riepilogo veloce, per verificare la strada da percorrere nella ricerca del socio o soci migliori.

Un pò di storia:
– CIRIO: inutile perderci tempo, dopo questa privatizzazione. Gli italiani sono stati coinvolticon la vendita di titoli obbligazionari al fine di alleggerire l’esposizioni degli istituti di credito con il quale il Management della Cirio si era indebitato.
– AUTOSTRADE: Qui la società è in contenzioso con lo Stato, non solo ha aumentato le tariffe! Ma non ha effettuato gli investimenti previsti dalla convenzione, cercando di aumentare gli utili al fine di avere dei rendimenti maggiori da distribuire agli azionisti.

Cito dal blog dell’On. Di Pietro: “Palenzona, presidente dell’Associazione italiana società concessionaria autostrade e trafori (Aiscat), spiega in un linguaggio che probabilmente gli è proprio che ‘Di Pietro dice balle’ e che ‘non è vero che Autostrade non ha fatto investimenti per 2,5 miliardi di euro ma è il sistema che non ha consentito di fare gli investimenti. Una analisi contraddittoria che in sostanza ammette che gli investimenti non sono stati fatti. Nel frattempo sono state aumentate le tariffe autostradali e distribuiti lauti dividendi agli azionisti. Ho chiesto che gli investimenti non effettuati siano messi a disposizione del ministero, quindi dei cittadini italiani, in un apposito fondo. Ho chiesto che su queste somme siano maturati gli interessi di legge, interessi che non devono essere incamerati nelle società concessionarie ma devono essere destinati ad opere infrastrutturali in quanto trattasi di interessi maturati su capitali di proprietà dello Stato. Questa posizione è stata rigettata dalle società concessionarie. Hanno fatto ricorso al Tar del Lazio contro la maturazione degli interessi. Il Tar proprio in questi giorni ha rigettato la richiesta di sospensiva da loro proposta per mancanza dei presupposti. Di fatto il Tar ha validato che gli investimenti non effettuati devono essere oggetto di gestione separata di bilancio. Io non mi azzarderei mai a dire che Palenzona dice balle, forse, il suo, è stato solo un giudizio affrettato oltre che interessato.”

– TELECOM : Ecco qui ora invece siamo al paradosso!

Tronchetti: “Con Telecom fui truffato”, questo è il titolo di un articolo sulla stampa web nella sezione economia, del quale riporto in estratto. “Una costruzione che per gli inquirenti porta dritto a quella super parcella da 50 miliardi di lire scoperta nei conti di Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti, gli ex numeri uno di Unipol, e pagata dal finanziere bresciano Emilio Gnutti per una non meglio specificata consulenza. L’ipotesi, neanche troppo velata, che emerge dalle indagini partite dall’esposto di Tronchetti Provera è che dunque sarebbero stati i due ex manager delle coop rosse a far lievitare il titolo di Olivetti, sostenendola in Borsa proprio nel periodo delle trattative per la cessione Telecom, d’accordo con i soci della Bell.”

LA PRIVATIZZAZIONE DI TELECOM (1997).

Con l’arrivo alla presidenza di Guido Rossi nel 1997, si apre un anno di grandi cambiamenti per Telecom Italia. Sull’onda del boom dei provider per l’accesso ad internet, viene creato il ramo di azienda Telecom Italia Network. Ma sarà sopratutto la decisione del consiglio dei Ministri di voler privatizzare Telecom Italia a catalizzare l’attenzione del pubblico. Nata a seguito dell’auspicata fusione dell’azienda con la finanziaria STET, la “madre di tutte le privatizzazioni” fu un’operazione il cui valore conclusivo raggiunse circa 26.000 miliardi di Lire. Il culmine del processo di privatizzazione fu raggiunto nel mese di ottobre,quando venne ceduto dal Ministero del Tesoro oltre il 35% della sua quota azionaria di Telecom. In particolare, il 6,6% della pacchetto di vendita fu ceduto ad azionisti stabili (con l’impegno di non cedere le azioni per tre anni dall’acquisto) mentre il 61% fu riservato ad un offerta pubblica di vendita sui mercati nazionali ed esteri. Le azioni Telecom furono vendute ai risparmiatori ad un prezzo di vendita pari a 5,63 euro per azione. E’ da notare che fu permesso ai dipendenti di Telecom Italia di acquistare azioni della società attraverso un anticipo sul trattamento di fine rapporto. Ad operazione conclusa, poco meno dell’1% delle azioni del Tesoro furono cedute ai dipendenti In un contesto di euforia generale dettato dai buoni risultati del settore, si conclude un operazione che avrebbe dovuto rappresentare la fine dell’epoca dello statalismo nell’economia italiana e nel contempo garantire a Telecom Italia di svilupparsi in maniera indipendente e libera dal pesante indebitamento che aveva caratterizzato la gestione IRI.

L’ARRIVO DEI “CAPITANI CORAGGIOSI”.

L’anno successivo alla privatizzazione, il 1998, è un anno di caos per Telecom Italia, sia a livello di gestione che a livello economico. Guido Rossi lascia l’incarico di presidenza a causa di incomprensioni con gli azionisti, non prima di aver richiesto, invano, nuove regole sul controllo amministrativo per permettere a Telecom di adottare gli standard propri di una public company. Al suo posto, il cda nomina come presidente Gian Mario Rossignolo, nome questo fortemente spinto dagli Agnelli che, con la quota di azioni Telecom posseduta dalla finanziaria di famiglia Ifil, riescono a costituire un elevato grado di potere all’interno del consiglio di amministrazione. Dopo pochi mesi, nell’autunno dello stesso anno, anche Rossignolo si dimette e viene sostituito alla guida del gruppo da Franco Bernabe. In questo periodo, la precarietà del management di Telecom si riflette sull’andamento del titolo in borsa. In un anno, le azioni di Telecom Italia hanno perso il 23% del valore pagato ai tempi della privatizzazione, raggiungendo quota 4,33 euro. In virtù di questa situazione, alla fine dell’anno Telecom Italia è, di fatto, una società fortemente esposta a rischi di aggressioni sul mercato azionario. Il 20 febbraio del 1999 si da il via alla più grande operazione finanziaria dell’Italia post privatizzazioni. Una cordata di imprenditori capitanata dall’amministratore della Olivetti, Roberto Colaninno, lancia una scalata sulla quota azionaria di Telecom attraverso un’offerta pubblica di acquisto. L’Offerta di acquisto prevedeva un valore per azione Telecom di 11,5?, il doppio del valore pagato all’epoca della privatizzazione. Chi aderiva otteneva una contropartita in denaro pari a 6,92? mentre la quota restante era saldata attraverso la cessione di azioni e di obbligazioni della Tecnost, società controllata da Olivetti. L’intera operazione, fu supportata da un gruppo di imprenditori e banche, compreso il gruppo Bell. Il 21 maggio, dopo tre mesi dall’inizio dell’operazione, l’offerta pubblica di acquisto si conclude con un successo da parte del gruppo di Colaninno che diventa il nuovo presidente ed amministratore delegato di Telecom Italia. E’ da notare che il management di Telecom, in primis il presidente Bernabè, aveva cercato di ostacolare l’operazione attraverso l’annunciata decisione di voler lanciare un’OPA per l’acquisizione di TIM. Una mossa che, se attuata, avrebbe impedito la realizzazione dei piani di Colaninno facendo aumentare il prezzo dei titoli del gruppo. Il 10 aprile, il cda di Telecom fu convocato per discutere della decisione sull’acquisto di Tim ma non fu possibile raggiungere il quorum necessario all’approvazione. Alla riunione, infatti, parteciparono i rappresentanti di una quota pari al 28% dell’azionariato mentre il tetto per rendere valida la seduta era fissato al 30%. Grande risalto fu dato alla decisione del Ministero del Tesoro e della Banca di Italia, la cui quota azionaria avrebbe permesso di superare agevolmente il requisito sulla partecipazione, di non prendere parte alla convocazione. Una decisione, quest’ultima, che apri di fatto la strada alla scalata. Il costo dell’intera operazione lanciata da Olivetti fu di circa 100 miliardi di lire. Un costo che rappresenterà il primo mattone nella costruzione del pesante indebitamento che sta caratterizzando gli ultimi anni di storia societaria. Nel luglio del 2001, si consuma un vero e proprio ribaltone ai danni di Colaninno. Due soci dell’iniziale cordata, la Bell di Gnutti e la Unipol di Consorte, decidono di defilarsi trovando in Tronchetti Provera un potenziale acquirente della loro quota azionaria in Olivetti. Per il presidente di Pirelli acquistare questo pacchetto azionario, pari al 23% del capitale di Olivetti, rappresenterebbe la possibilità di ottenere il controllo su Telecom.Dopo un breve periodo di trattative, le parti si accordano su di un prezzo pari a 7,1 miliardi di euro e la proprietà di Telecom passa, di fatto, nelle mani di Olimpia la finanziaria creata da Tronchetti Provera e la famiglia Benetton e supportata da gruppi bancari come Unicredit ed Intesa-BCI. La disponibilità finanziaria per concludere l’operazione è assicurata dalla vendita della società OTUSA, produttrice di cavi in fibra ottica,
controllata da Pirelli alla statunitense Corning per 3,5 miliardi di euro. La notizia dell’avvenuta acquisizione diventa pubblica il 27 luglio 2001. Colaninno è dunque costretto a farsi da parte, lasciando l’incarico come presidente di Telecom Italia a Tronchetti Provera. Il Resto è storia recente fatta di piani di risanamento mai realizzati, e di divergenze con il Presidente del consiglio Romano Prodi, tanto da portare Tronchetti Provera a dare le dimissioni da Presidente della Telecom.

ORA SI VENDE ALITALIA…E RITORNANO I “CAPITANI CORAGGIOSI” E BANCHIERI AMICI.

Gli Industriali del mordi e fuggi e i banchieri che spalmano le perdite verso i clienti..come dire un po’ per uno non fa male a nessuno!

E siccome sono i nostri rappresentanti che li cercano, perché Alitalia deve rimanere Italiana ancora per qualche mese sia chiaro. Loro da bravi capitalisti spunteranno un prezzo di favore dopotutto una società che fa perdite cosa vale?

Ma forse qualcosa… se si potesse risanare!!!!, ma per risanare bisogna tagliare che equivale a perdita di posti di lavoro, e qui entrano in gioco i veri poteri forti quelli sindacali.

Bene staremo a vedere come saranno i prossimi bilanci dei partiti.pardon scusate volevo dire i prossimi sviluppi della vendita di Alitalia.

Ernesto Scontento

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