ernesto scontento

“Disapprovo ciò che dici, ma difenderò alla morte il tuo diritto di dirlo ” (Voltaire)

Utilitarismo e oltre Sen Amartya K., Williams Bernard

Posted by ernestoscontento su dicembre 21, 2006

Utilitarismo e oltre Sen Amartya K., Williams Bernard

Dettagli del libro
Titolo: Utilitarismo e oltre
Autori: Sen Amartya K., Williams Bernard
Curato da Sen A., Williams B.
Traduttore: Besussi A.
Editore: Net
Data di Pubblicazione: 2002
Collana: Quality paperback

Descrizione Dal sito dell’editore:
Alcuni fra i più eminenti filosofi morali e tra i più importanti economisti indagano in queste pagine i criteri di valutazione delle istituzioni politiche e delle scelte pubbliche. Tra i contributi favorevoli e quelli critici nei confronti di una dottrina che assume l’utile come criterio dell’azione collettiva e fondamento della felicità individuale, si vanno delineando proposte originali per una società buona, equa e giusta. I tanti autorevoli interventi raccolti in questo volume offrono un contributo decisivo non solo alla filosofia morale e politica, ma anche alle scienze sociali, alla politica, all’economia.

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UTILITARISMO
Dottrina filosofica sviluppatasi in Inghilterra nel XVII-XVIII secolo che, assimilando la morale a una scienza esatta, riconosce nel piacere il movente delle azioni umane e fa coincidere la felicità con l’utilità dell’individuo o della società. L’utilitarismo, i cui maggiori esponenti furono J. Bentham e J. S. Mill, influenzò il liberalismo e le dottrine economiche di Ricardo e Malthus.

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Carlo Augusto Viano Bentham e le leggi efficaci

Bentham non credeva né alle leggi divine né al contratto sociale però aveva un criterio che consisteva proprio nel rapporto legge-pena. Qui arriviamo proprio al cuore, che è tutto sommato abbastanza semplice, della dottrina utilitaristica: ogni bene coincide con l’utilità e l’utilità coincide con il piacere che si prova. Una legge collegata a una pena è allora un apparato per produrre del dolore a chi trasgredisce quella legge. Se, ad esempio, rubo qualcosa vengo messo in prigione e la prigione mi provoca un certo dolore. Naturalmente le leggi provocano dolore attraverso la pena, ma anche attraverso la loro prescrizione. Se io sono un fanatico di automobili e vedo una bella automobile vicino al marciapiede il prenderla sarebbe un grosso piacere per me. Se la legge mi proibisce di prendere la macchina che non è mia io provo allora un dolore. Può accadere allora che io, per avere il piacere del possesso della macchina, trasgredisco la legge e così ho una bella soddisfazione. A questo punto la legge diventa efficace: un poliziotto, dopo avermi fatto fare un bel giro con l’automobile, di cui io sono tutto contento mi mette in prigione. Bisogna naturalmente che la pena della prigione sia più grossa del piacere che io provo prendendo l’automobile; è tutta una questione di proporzione, di pesi tra piaceri e dolori. Le leggi devono introdurre delle afflizioni non troppo forti, altrimenti le persone trasgrediscono alle leggi; per rendere attendibili quelle afflizioni devono introdurre delle pene, in maniera che la gente non ha la tentazione di violare la legge per avere una soddisfazione un poco più grande; la pena costituisce un freno da questo punto di vista.
Quali sono le leggi giuste? Questo è il teorema forte degli utilitaristi: sono le leggi efficaci, cioè le leggi che applicate tutte insieme danno delle pene, ma producono delle soddisfazioni più grosse delle pene che producono. Io posso allora ragionare così: se mi prendo l’automobile del mio vicino sono molto contento, ma la legge mi impedisce di prenderla. Io sono triste, però poi penso: io non prendo l’automobile del vicino, ma il vicino non prende tutti i beni che ho io. La piccola afflizione di rinunciare al giro sulla sua automobile vale i grossi piaceri che l’insieme delle leggi mi dà; allora le leggi nel loro complesso devono essere afflittive, ma non troppo. Questo innesca un’importante discussione, un’importante teoria che riguarda in maniera precipua le pene: le pene devono essere afflittive, ma anche in questo caso giustamente afflittive. Se la pena è troppo afflittiva finisce con l’essere inefficace o perché i giudici non la applicano o perché il corpo sociale tende a non applicarla perché il dolore diffuso è troppo grande. Le pene efficaci sono le pene proporzionate al reato, devono essere soprattutto sicure e prevedibili. Adesso si parla molto e se ne legge tutti i giorni sui giornali del problema della certezza del diritto. Questo tema si è fatto strada nella nostra cultura attraverso molti percorsi, ma certamente uno dei percorsi attraverso i quali è emerso è stato quello aperto dagli utilitaristi.

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Interviste Carlo Augusto Viano L’utilitarismo 21/2/1994

Rifiutando l’idea che l’utilitarismo sia una costante dell’intera storia della filosofia e in generale della tradizione culturale occidentale, C.A. Viano individua i suoi fondatori in J. Bentham e nei Mill, ovvero nell’ambiente anglosassone a cavallo fra il settecento e l’ottocento. Il movimento diffonde idee nuove come la parità dei diritti fra i sessi e appoggia istituzioni innovative come lo University College, chiamato Godless Gollege: il “Collegio senza Dio” poiché privo dell’insegnamento teologico. L’utilitarismo è un movimento unitario simile al positivismo per le reazioni suscitate nel resto dell’Occidente: esso viene considerato una sorta di “demone” che ha commesso innumerevoli errori, un “demone” di cui si teme, perché, che abbia fin troppa ragione. Alle origini dell’utilitarismo c’è la priorità affidata al sapere utile,rispetto a quello dotto, erudito. All’idea del sapere pratico ed utile, che rompe con i criteri del sapere dotto, dell’erudizione, si accompagna la convinzione che l’utile sia fonte di piacere per l’uomo. Viano individua un nesso fra l’economia politica e l’utilitarismo. Essi si incontrano nella ricerca di una nuova organizzazione delle relazioni sociali, soprattutto nell’esigenza di abbandonare il modello giuridico-economico medievale. A questo proposito è importante sia la lotta di Bentham contro la “common low”, un insieme di leggi comuni non scritte, non codificate, provenienti dalla prassi giuridica medievale, sia la sua difesa dell’usura. Le concezioni giuridiche di Bentham si distanziano da quelle teorie che vedono nella legge l’espressione dell’ordine divino e da quelle che invece danno un valore convenzionale alla legge, per cui la norma giuridica è frutto di un contratto sociale. Per dire che cosa è la legge Bentham pensa alla “sanzione”. Le vere leggi sono quelle che prevedono una sanzione, se trasgredite. Esse richiedono quindi che esista un sovrano, un governo in grado di sancire e applicare una pena. La legge, quindi, non è connessa all’ordine divino o al contratto sociale, come per Rousseau,ma alla volontà del sovrano e al fondamentale concetto di pena e di dolore. La riflessione sulla legge si riallaccia anche al problema della scelta della azione “giusta”. Bentham intende risolvere questo problema affidando la scelta al calcolo delle conseguenze piacevoli e/o spiacevoli che le azioni possono provocare. La teoria del calcolo fa,perchè, nascere dubbi e perplessità sulla misurabilità dei sentimenti di piacere e/o dispiacere , dubbi che spinsero J.S. Mill a parlare di “una distinzione qualitativa” e non quantitativa dei piaceri. Il criterio del calcolo delle conseguenze di un’azione rappresenta, comunque, un’importante innovazione rispetto alla morale kantiana, poiché la legge morale a priori di Kant non prevede affatto la possibilità di essere modificata in base alle conseguenze piacevoli e/o spiacevoli che può causare. L’applicazione del calcolo alla teoria del piacere e/o dispiacere unisce l’utilitarismo alle teorie economiche. Fu Edgeworth, un importante economista della seconda metà dell’ottocento inglese, ad associare la teoria utilitarista con l’analisi matematica. All’utilitarismo hanno attinto correnti e pensatori del tutto diversi e in alcuni casi opposti. Ad esso si sono, infatti, richiamati i cosiddetti teorici dell’economia del benessere, ma anche V. Pareto, certamente distante dalla scuola di economia di Cambrige. A.C. Viano espone le differenze fra l’utilitarismo e la filosofia tedesca dell’ottocento, sottolineando l’interesse di Bentham per il mondo francese, in particolare per la Rivoluzione francese e per una scienza nata in quel contesto: la statistica. Le conclusioni dello studioso italiano riguardano l’utilitarismo come presupposto di una democrazia liberale. Egli ricorda il nocciolo del pensiero sociale utilitarista: istituire un termometro morale nella società come criterio di giustizia – avanzando però alcune perplessità sull’oggettività della misurazione,poiché la rilevazione termometrica è sempre suscettibile di manomissioni e contraffazioni.
Torino, abitazione, 21 febbraio 1994

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Carlo Augusto Viano L’utilitarismo

DOMANDA: Professor Viano, una delle correnti più interessanti della filosofia morale � quella che va sotto il nome di utilitarismo. Può aiutarci a ripercorrere brevemente la genesi di questo movimento, nonché a ricordare le figure dei filosofi che – più di altri – hanno contribuito al suo sorgere?
L’utilitarismo ha date di nascita precise e alcuni personaggi fondatori, come Jeremy Bentham, pensatore inglese che vive e opera tra la fine del Settecento i primi anni dell’Ottocento. C’è poi un gruppo di persone, che si raccolgono intorno a Bentham, che danno il via a una specie di successione interna. Ci sarà poi un altro grande profeta dell’utilitarismo, John Stuart Mill, figlio di James Mill, che aveva vissuto a casa di Bentham (Bentham era stato il suo educatore).
Bentham pensava che si potesse usare un calcolo anche nelle nostre decisioni pratiche. In cosa consiste questo calcolo quando, ad esempio, un sovrano o un governo deve stabilire una legge? Si prende in esame una decisione qualsiasi e si considerano le conseguenze piacevoli e spiacevoli che ne derivano. In questo caso si scegliere, se non ci sono alternative, la decisione che ha il maggior numero di conseguenze piacevoli. E’ difficile comunque avere una decisione A con conseguenze solo piacevoli e una decisione B con conseguenze solo spiacevoli. A e B avranno un po’ di piacere e un po’ di dolore. Allora io prendo in esame il dolore, gli da un numero e gli metto davanti un segno meno(-); prendo il piacere, gli da un numero e metto davanti il segno più (+); poi faccio una somma algebrica e il risultato mi dice da che parte io devo stare, quale decisione devo prendere. E’ un’idea che poteva entusiasmare e che semplificava di molto le cose.
Si trovarono perciò subito obiezioni e problemi. Se confronto i miei averi con quelli di un interlocutore, non è difficile contare le monete che abbiamo in tasca e dire: “tu hai cinque monete e anche io ne ho cinque”; ma se, per esempio, io trovo un interlocutore che ha sete, mentre io ho fame, come possiamo confrontare se soffre più lui a rinunciare a bere o soffro più io a rinunciare a mangiare? Non è per nulla facile!
L’utilitarismo suppone che i piaceri e i dolori di persone diverse siano sommabili tra loro, siano cioè assolutamente omogenei, e che tutti i piaceri e i dolori siano assolutamente omogenei. Questo sollevava un grosso problema.
Stuart Mill, l’allievo e quasi nipote di Bentham, un po’ ribelle e insofferente, cominciò a negare che tutti i piaceri e i dolori siano eguali. Bentham aveva detto una cosa che sembrava molto paradossale: un buon governante deve rendere i suoi sudditi quanto più contenti possibile. Se i sudditi vogliono passare il loro tempo a leggere poesia o a fare il gioco della pulce – che è uno dei giochi più stupidi che esistano -, tutto questo non importa. Non è affare del governante decidere che cosa debbano fare i suoi sudditi.
Stuart Mill non era d’accordo; per lui il piacere di leggere poesia non è omogeneo a quello del gioco della pulce o a quello che si prova ubriacandosi in solitudine; si tratta di piaceri completamente diversi.
Cominciava a prospettarsi, con J.S. Mill, l’idea che l’utilitarista non è solo colui che permette alla popolazione di realizzare nella misura maggiore il piacere che questa preferisce, ma è anche colui che deve educare una popolazione a piaceri superiori. L’innovazione introdotta da John Stuart Mill stava nell’affermare che i piaceri si distinguono qualitativamente. Questo naturalmente introduceva una grave minaccia al progetto utilitarista, secondo il quale si potrebbero prendere decisioni esclusivamente facendo calcoli.
Quali sono, secondo Mill, le alternative che si hanno quando si affrontano i problemi morali? O si crede, come Aristotele, che esista un fine o un bene in sé, migliore di tutti gli altri, e da questo fine si ricavano con un ragionamento di tipo deduttivo gli obblighi e le leggi morali (e in questo modo si operano le scelte); oppure si fa come Kant: non si crede che si debba partire da un fine in su, ma da una legge morale che è una legge universale, e da questa legge morale si possono ricavare indicazioni, prescrizioni, su come ci si deve comportare, di volta in volta, dal punto di vista morale.
Secondo J. Stuart Mill, che a questo riguardo riformulava dottrine di Bentham, non esiste un fine in sé delle azioni umane, così come non esistono delle leggi puramente formali che debbano essere seguite ad ogni costo, leggi che si possono ricondurre sotto la formula: “il dovere per il dovere”. E’ quello che si era in qualche modo espresso nel verso di Giovenale ripreso da Kant: “Fiat iustitia, pereat mundus”, cioè “si compia la giustizia in ogni caso, anche se il mondo dovesse perire [come conseguenza del compimento della giustizia]”.
John Stuart Mill afferma che la mentalità utilitaristica è completamente diversa: essa cambia una decisione se vede che le sue conseguenze sono negative. Di per sé ogni decisione è buona o comunque è indifferente in se stessa. Quello che conta sono le conseguenze delle decisioni che io prendo.
Tratto dall’intervista “L’utilitarismo” – Torino, abitazione Viano, lunedì 21 febbraio 1994

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JOHN STUART MILL UTILITARISMO DELLE NORME

Influenzato dall’utilitarismo di Jeremy Bentham, Mill è convinto che, accanto ai piaceri di natura fisica, ne esistano altri, spirituali e intellettuali: questi, almeno per il dotto, hanno intensità decisamente superiore rispetto ai primi. In questo modo, Mill abbandona la quantificazione del piacere (il piacere è quantificabile soltanto se riferito alla sensibilità) e arriva a sostenere apertamente la natura qualitativa dei piaceri. Anche egli, come gli altri utilitaristi, è convinto che il motore dell’agire umano sia il piacere, inteso perché in maniera qualitativa: viene così a cadere l’accusa di quanti liquidavano l’utilitarismo come mera riproposizione dell’etica epicurea. Su questa scia, Mill distingue attentamente tra la soddisfazione (della quale si accontentano gli animali) e la felicità, tipica degli uomini e caratterizzata da un senso di realizzazione implicante la soddisfazione di piaceri intellettuali. Mill critica Bentham accusandolo di non aver considerato i piaceri intrinsecamente, ma sempre solo per le loro conseguenze contingenti. L’introduzione dell’elemento qualitativo fa sì che la matematizzazione dei piaceri operata da Bentham sia impossibile: la conseguenza che la valutazione dei piaceri qualitativamente intesi sfugge alla calcolabilità e al cognitivismo etico; l’utilitarismo dell’azione di Bentham cede il passo ad un utilitarismo della norma. Quest’ultimo mantiene il principio per cui le azioni devono essere valutate in base alle conseguenze, ma nella consapevolezza che, perché ciò sia possibile, si debbano impiegare regole accumulate tramite esperienze pregresse. Questa mossa teorica permette a Mill di difendersi dall’accusa tradizionalmente mossa all’utilitarismo, accusa secondo la quale esso sarebbe inapplicabile perché destinato a rimanere in un insuperabile condizione di attesa di verifica delle conseguenze di ogni azione. Le norme con cui secondo Mill deve operare l’utilitarismo gli permettono di evitare le secche dell’attesa inattiva e, al tempo stesso, gli forniscono criteri operativi alternativi all’algebra dei piaceri. Queste norme sono, in definitiva, il risultato dell’esperienza che l’uomo ha storicamente fatto a partire dalla preistoria per arrivare fino ad oggi. Con l’utilitarismo delle norme diventa per lui difficile riconoscere quali siano le azioni positive, nella misura in cui il piano del piacere è passato al piano qualitativo e soggettivo e investe tutta un’esperienza storica. A questo punto, Mill introduce il senso del dovere come componente interna all’uomo che lo esorta ad agire in un determinato modo: infatti il senso del dovere che fa si che io valuti come positiva un’azione sulla base del patrimonio storico sedimentato nella mia coscienza. Tale senso del dovere non deve essere confuso con l’imperativo categorico kantiano, che prescinde dalle determinazioni storiche e ha un valore assolutamente aprioristico: il senso del dovere di cui dice Mill ha una sua storia, si basa sull’utile, proviene da un sentimento poggiante su tutte le esperienze passate tradottosi in dimensione coscienziale. In questo modo, Mill si sta avvicinando inaspettatamente al sentimento morale di Hutcheson, secondo il quale vi sono azioni che dispiacciono immediatamente al mio sentimento morale e vanno perciò incontro a una condanna morale.

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http://www.units.it/~etica/2006_1/PELLEGRINO.pdf

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