ernesto scontento

“Disapprovo ciò che dici, ma difenderò alla morte il tuo diritto di dirlo ” (Voltaire)

Archive for febbraio 2007

Nomberto Bobbio e Robert Dhal ci Parlano di “Res- Pubblica” e ” Democrazia”

Posted by ernestoscontento su febbraio 28, 2007

Norberto Bobbio Coautore Maurizio Viroli

Dialogo intorno alla Repubblica

Un dialogo fra due studiosi diversi per età e formazione, uniti dalla passione civile e dalla preoccupazione per il futuro della nostra Repubblica. Norberto Bobbio e Maurizio Viroli discutono i grandi temi politici – l’amore per la patria, la libertà, la corruzione, i diritti e i doveri – e si pongono domande sulla fede religiosa, sul significato della vita e della storia e sulle ragioni e i limiti dell’etica laica.
Prefazione / Introduzione
Questo Dialogo intorno alla repubblica nasce dalle conversazioni che ho avuto con Norberto Bobbio dall’agosto al dicembre 2000. Anche se abbiamo entrambi rivisto il testo più volte, il nostro Dialogo non ha e non pretende di avere la coerenza e la compattezza di un libro vero e proprio. Del resto, le conversazioni sono nate l’una dall’altra senza seguire un progetto sistematico.
Come il lettore potrà agevolmente constatare, né Bobbio né io abbiamo verità definitive da proporre. Il Dialogo mette piuttosto in evidenza dubbi, problemi non risolti e non poche divergenze d’opinione su temi importanti. Lo abbiamo intitolato Dialogo intorno alla repubblica anziché Dialogo sulla repubblica perché i nostri ragionamenti toccano temi politici quali il repubblicanesimo, la virtù civile, il patriottismo, i diritti e i doveri, ma anche l’esperienza religiosa e il significato della vicenda umana.
Il nostro Dialogo esce nelle librerie alla vigilia del 2 giugno, ricorrenza della proclamazione della Repubblica, che quest’anno torna ad essere giorno festivo e ad essere celebrato con la dovuta solennità. Ci auguriamo che possa aiutare, soprattutto i giovani, a intendere meglio che cosa significa vivere come cittadini di una repubblica democratica

Maurizio Viroli

Estratto:
V.) Capisco il tuo ragionamento. Ma se prendi sul serio i diritti, devi prendere sul serio i doveri: il dovere di difendere la libertà comune, il dovere di rispettare i diritti degli altri individui. Forse noi laici abbiamo parlato troppo poco dei doveri e troppo dei diritti.
B.) Sì, hai ragione, troppo poco. Se avessi ancora qualche anno di vita, che non avrò, sarei tentato di scrivere L’età dei doveri. Recentemente, per iniziativa dell’UNESCO è stata scritta una Carta dei Doveri e delle Responsabilità degli Stati, da accompagnare alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Io sono stato interessato a questa iniziativa da un mio amico italiano, un ambasciatore, che mi ha mandato uno schema di questa Carta dei Doveri e delle Responsabilità degli Stati perché io la commentassi. Effettivamente io ho scritto un commento nel quale ho sottolineato che non esistono diritti senza doveri corrispondenti. Quindi se la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo non deve restare, come si è detto tante volte, un elenco di pii desideri, ci deve essere una corrispondente dichiarazione dei Doveri e delle Responsabilità di chi deve fare valere questi diritti.
Però, l’esigenza di chi usciva da un periodo di oppressione era quella di affermare i diritti. Del resto, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo nacque in un contesto simile, come si vede dal Preambolo, che contiene frasi forti contro il dispotismo, come: “considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell’umanità…”.
V.) Se tu dovessi scrivere un decalogo dei Doveri del Cittadino, quale sarebbe il primo dovere?
B.) Il dovere di rispettare gli altri. Il superamento dell’egoismo personale. Accettare l’altro. La tolleranza degli altri. Il dovere fondamentale è rendersi conto che vivi in mezzo ad altri.
V. )E il primo dovere che vorresti insegnare ai governanti?
B.) In questi giorni ho avuto occasione di parlare con Giuliano Amato, di cui stimo alcune qualità, ho insistito su quello che si dice, in modo un po’ vago, il senso dello Stato, ovvero il dovere di perseguire il bene comune e non il bene particolare o individuale.
V.) .Lo vedi che la mia intuizione era giusta! Tu sei più repubblicano di me.Il monito ai governanti affinché perseguano il bene comune è il principio fondamentale del pensiero politico repubblicano. E’ scritto a grandi lettere nel dipinto di Lorenzetti, nella Sala dei Nove a Siena, che tutti considerano a ragione una grande sintesi della teoria dell’autogoverno repubblicano: “un ben comun per lor Signor si fanno”.
B.) La distinzione fra buongoverno e malgoverno si basa sul principio del bene comune. Sono buoni Stati quelli in cui i governanti mirano al bene comune; sono cattivi Stati quelli in cui i governanti fanno prevalere il bene proprio, o particolare, sul bene comune. Il monarca è quello che regna su tutti, che cerca il bene di tutti; il tiranno è quello che pensa al proprio interesse o all’interesse dei suoi. Tutto questo però è un po’ vago. In che cosa consiste il bene comune? Ti sei mai domandato in cosa consiste il bene comune? E’ il bene della collettività? E’ il bene di ciascun cittadino?

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Democrazia e potere Gli Stati Uniti dopo l’11 settembre

Estratto:

del testo del dialogo tra Robert A. Dahl e Maurizio Viroli “La Stampa” del 16 ottobre 2001.
Dahl è Sterling Professor di Scienze politiche ed emerito alla Yale University. Al suo attivo figurano numerose pubblicazioni, tra cui segnaliamo, fra quelle tradotte in italiano, Introduzione alla scienza politica (Bologna 1970), La democrazia economica, (Bologna 1989), I dilemmi della democrazia pluralista (Milano 1996), La democrazia e i suoi critici (Roma 1997), Sulla democrazia (Roma-Bari 2000).

V) Lei ha scritto che le ideologie antidemocratiche si sono indebolite e le indagini sociologiche dimostrano che ci sono meno cittadini disposti ad impegnarsi attivamente nella vita democratica. Crede che il consenso verso le istituzioni democratiche sia più freddo rispetto al passato?
D) Le indagini dimostrano che è calata la fiducia dei cittadini nei loro leader politici, nei parlamenti e nei partiti politici. Qui in America il declino, rispetto al punto più alto toccato nei primi anni del dopoguerra, è cominciato con la guerra del Vietnam e con lo scandalo Watergate. Ma alla domanda “qual è il regime politico che preferite?” continuano a rispondere che è la democrazia. La fiducia nella democrazia resta molto forte. E l’aspetto della democrazia che i cittadini americani e europei apprezzano di più sono i diritti e le libertà individuali, compreso il diritto di votare, anche se poi non usano tale diritto. C’è un contrasto tra la fiducia nella democrazie e la sfiducia nelle istituzioni e nei governi democratici.
V) La preoccupa il fatto che i cittadini disposti a partecipare attivamente alla vita pubblica siano sempre meno?
D) Si mi preoccupa. Gli studi di Robert Putnam dimostrano che in America stiamo vivendo un declino dello spirito civico. Diminuisce il numero di persone che sono attive in associazioni, e molti di coloro che sono iscritti ad associazioni si limitano a dare denaro. Non si incontrano, non discutono insieme: questa non è partecipazione democratica nel significato autentico del termine.
V) Fra le cause che indeboliscono la vita democratica lei ha ricordato la diversità culturale e religiosa. Quali principi, quali passioni morali e politiche sono efficaci per rafforzare l’unità di una società multiculturale?
D) Credo che sia l’idea dell’uguaglianza, ovvero l’idea che indipendentemente dalle differenze individuali e dalle differenze che nascono dall’appartenenza a particolari gruppi culturali o religiosi, esiste una fondamentale uguaglianza umana che fonda l’uguaglianza dei diritti civili e politici. Il riconoscimento dell’uguaglianza è un valido principio unificante ed è importante compiere uno sforzo sistematico per superare sulla base di questo principio le diversità culturali e costruire una mentalità democratica condivisa.
V) Si riferisce al sentimento di appartenere a una comune patria americana?
D) Riconosco che il senso di identità è utile. Tuttavia non sono molto sensibile al potere dei simboli. C’è un abuso dei simboli. Spesso li esibiscono persone che non sono disposte a difendere i principi che il simbolo rappresenta, come quegli americani che sventolano la bandiera ma non riconoscono i diritti di chi è diverso da loro.

V) Sono sfide che richiedono una leadership democratica di alto livello. Ma le democrazie, oggi, sono in grado di selezionare leader politici di alto livello, come in passato?
D) Credo che l’America abbia prodotto i suoi migliori leaders democratici negli anni della guerra d’indipendenza e in quelli successivi. Erano persone totalmente dedicate alla vita pubblica e la consideravano moralmente nobile e ricca di gratificazioni personali. Oggi non è più così. La vita politica ha perso molto della sua dignità e della sua capacità di dare gratificazioni personali. La storia procede a cicli, e la qualità dell’élite politica dipende molto dal tipo di problemi che essa deve affrontare. Di certo la mentalità consumistica non aiuta.
V) Si riferisce al fatto che molti di noi vivono la loro vita soprattutto come consumatori e spettatori?
D) Sì, tanto la vita da consumatore quanto la vita dello spettatore contrastano con la mentalità dell’impegno civile. Ma non è stato sempre così.
V) Come possiamo aiutare i giovani a riscoprire la nobiltà della politica democratica quando tutti vedono che il grande protagonista è il denaro?
D) La prevalenza del denaro ha due aspetti. In primo luogo il denaro e le relazioni personali permettono di conquistare il consenso; in secondo luogo, poiché la disponibilità di denaro è molto diseguale è molto diseguale anche il potere di influenzare le decisioni politiche. La prevalenza del denaro mette in crisi l’idea dell’uguaglianza politica dei cittadini. Non c’è dubbio che il declino dello spirito civico sia legato anche al ruolo preminente del denaro nella vita politica delle nostre democrazie. Abbiamo raggiunto un punto dal quale è difficile tornare indietro.
V) Oltre al crescente potere politico del denaro c’è il potere politico degli esperti. La cabina elettorale è forse ancora il tempio della democrazia, ma i veri sacerdoti sono i “fund-raisers”, gli esperti di sondaggi d’opinione, i curatori d’immagine e gli strateghi della comunicazione.

D) Credo che la risposta al potere degli esperti sia costruire nuove istituzoni che permettano ai cittadini di acquisire maggiore competenza e influire sulle decisioni politiche. Consideriamo ad esempio un problema controverso come quello delle pensioni. Potremmo immaginare di istituire una commissione di esperti che formuli due o tre possibili soluzioni. Si potrebbe poi organizzare dei sodaggi deliberativi nei singoli stati, e passare poi i risultati al Congresso.
V) Nonostante le debolezze politiche e istituzionali, la democrazia americana ha dimostrato di poter contare sulla grande forza morale dei suoi cittadini.
D) Gli americani hanno risposto con grande forza alla tragedia dell’11 settembre. La parte ottimista di me ritiene che ci sarà un cambiamento positivo e duraturo nella cultura americana. Noi americani non avevamo un senso profondo della tragicità della vita: adesso abbiamo imparato a conoscerlo.

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I DODICI COMANDAMENTI DI ROMANO PRODI

Posted by ernestoscontento su febbraio 25, 2007

Post – Pubblicato: Art. Comincia l’Italia. net 26/02/2007

Prodi, non ci sta, vuole fare le cose in grande….superando anche Mosé nei dèka lògous (dieci parole) la scrittura dei dieci comandamenti.
Infatti i dodici punti di Romano Prodi sono per lui i comandamenti scritti sulle tavole della legge a Roma per provare a mantenere un conglomerato di partiti incompatibili fra loro, che solo l’intervento dall’alto può far si che avvenga il miracolo.
Ma Prodi sa Bene che, ogni religione ha diversamente interpretato, i comandamenti scritti sulle tavole della legge date da Dio a Mosè sul monte Sinai., con differenze anche all’interno di ciascuna religione.
Quindi Prodi probabilmente si sente molto vicino alla santità per poter sperare in un miracolo.

Ma forse è più realistico pensare,che la crisi è, talmente evidente che richiede una svolta? Una posizione ferma!

Prodi certo ha fatto quello che doveva fare. E’ stato inflessibile con i suoi alleati. Ha messo dodici punti nero su bianco.

Lo ha detto chiaro, punti “non negoziabili”.

Il Professore si scopre anche Kennedyano “Sono pronto al gioco duro” infatti a parafrasato in una intervista rilasciata a Repubblica del 25/02/07 la famosa frase di J.F.K modificandola leggermente.

Sembra che il Capo dello stato lo abbia avvertito:
(Leggi art. di Repubblica del 25.02.07)

“Romano, lo devi sapere: dopo le due sconfitte del Senato e questo passaggio il governo si gioca l’ultima chance con il voto di fiducia”, gli ha detto il Capo dello Stato. Attento non solo a ridare fiducia, per l’ultima volta, a un centrosinistra che per nove mesi ha litigato, ma anche a spiegargli che deve rappresentare tutti gli italiani. Quelli che non l’hanno votato ma governano compresi. Su questi punti il presidente della Repubblica è stato chiaro, esplicito.”

Ma Romano non demorde è, convito che per il bene dell’Italia si debba continuare ad essere alleati della sinistra Marxista Leninista.
Certo Loro ora stanno tremando come foglioline al vento, il giocattolo si è rotto è sanno bene che se cade questo governo (che di fatto è, il governo di sinistra, più avanzato della storia della Repubblica Italiana) per loro si annunciano tempi Democraticamente tristi.
Perché vedete la democrazia è “ l’amministrazione in base al volere della maggioranza e, non dei pochi (Pericle 430 A.C. circa )”.
I primi sintomi sono già visibili, Giordano che viene intervistato bianco come un cero, la Senatrice Palermi, che ospite di porta a Porta, si sforza di dire che d’ora in avanti niente più estremismi esclamando “ abbiamo esagerato”, Diliberto che invita ad una Manifestazione pro Prodi.

Ma forse Romano un miracolo lo a già fatto, quello di mettere a nudo la falsità di questi uomini politici doppisti, pèrchè delle due una, se sono pronti a diventare moderati, vuol dire che sono dei falsi rivoluzionari, se sono rivoluzionari vuol dire che continuano a mentire.

Anzi peggio dimostrano che i loro interessi personali ( lo stipendio da Parlamentari e privilegi annessi) sono superiori all’interesse del popolo che gli ha dato mandato di rappresentanza.

Quindi non ci resta che aspettare ed attendere gli eventi, perché oggi qualunque pronostico sarebbe azzardato di fronte al “ tengo famiglia” anche il più aspro dei rivoluzionari si può ammorbidire.

Come Italiani speriamo che Prodi riesca a fare una Maggioranza allargata, che formi un governo di transizione, per fare una nuova legge elettorale (riandare a votare con questa legge è un suicidio per il paese) per andare a votare, rimettendo il volere in mano al popolo che è sovrano.

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L’Europa è Democratica?

Posted by ernestoscontento su febbraio 18, 2007

Post – Pubblicato: Art. Comincia l’Italia. net 19/02/2007

Non vi spaventate, mi succede spesso di avere i bruciori di stonaco, soprattutto quando leggo che qualcuno impedisce ad un suo concittadino di essere un uomo libero all’interno di una società Democratica.Succede spesso, quando un gruppo di persone impediscono la libera espressione del pensiero altrui, quando con comportamenti violenti impedisci agli altri di poter godere di una manifestazione sportiva o altro spettacolo.

In fondo il limite della libertà individuale, per non sconfinare nell’libero arbitrio lo ha individuato bene JOHN STUART MILL nel suo saggio sulla libertà,dove afferma “ la liberta di un individuo finisce nel momento in cui danneggia un altro individuo”.

Quindi in Democrazia la libertà individuale si pone il limite della convivenza, la convivenza è normata dalle regole condivise.

La modifica delle regole condivise (il cambio delle cose esistenti) può essere fatto solo e soltanto con gli strumenti democratici e con il limite del non danneggiamento degli altri individui.

La Democrazia “è il governo dei molti e, non dei pochi ( Pericle ) “, quindi le regole imposte dalla maggioranza dei cittadini, non sono e non possono essere considerate una tirannide, in quanto la Democrazia da la possibilità alle minoranze dissidenti,di creare consensi democratici per poter modificare lo stato delle cose esistenti.

MA COSE CHE HA STIMOLATO I MIEI BRUCIORI DI STOMACO?

Il fatto:

Sul sole 24 ore del 18/02/07 leggo: Svezia “ La sfida di Sofia alla rigidità del lavoro”.

Sofia Appelgren è una giovane madre di 25 anni con un sogno aprire un Pub, riesce circa un anno fa,con molti sacrifici a realizzare il suo sogno. Con lei lavora una sua amica unica dipendente del Pub, Sofia gli fa un contratto di assunzione migliorativo rispetto a quello previsto dal sindacato Svedese il LO.

Bene dopo due mesi di trattative andate a vuoto perché il sindacato non voleva aprire un precedente in considerazione anche del nuovo cambio di coalizione politica al governo Svedese ( questo anno dopo 65 anni di governo di centro sinistra, le elezioni svedesi sono state vinte da una coalizione di centro destra); il LO dal 5 dicembre picchetta il Pub di Sofia con cinque uomini alla porta con indosso il giubbino del LO e, persuadono i clienti di entrare nel locale denigrando la giovane imprenditrice, inoltre in accordo con gli operai che raccolgono l’immondizia impediscono anche la raccolta della stessa davanti al PUB.

Si tenga presente che il LO è l’equivalente della nostra CGL se non più potente in Svezia.

A niente sono valse le dichiarazioni della dipendente di Sofia che afferma di essere stata lei ad aver proposto l’accordo contrattuale nel suo interesse, accordo peraltro previsto dalle leggi Svedesi perché migliorativo rispetto al contratto Nazionale.

La prepotenza del FO sta facendo frantumare il sogno di una giovane imprenditrice di 25 anni che ha dichiarato “ non posso più sostenere economicamente questa situazione, i danni economici e di immagine,che mi stanno creando mi costringono a chiudere il locale”.

ECCO CASA HA STIMOLATO IL MIO MAL DI PANCIA….

Per il sindacato Svedese è, meglio avere due disoccupati che pesano sul bilancio del Welfare statale,che peraltro comincia a dare segni di crisi in Svezia.

Per il sindacato Svedese il rispetto delle regole Democratiche non sono un obbligo e, che non mi si dica che tutto è regolare ( ricordatevi l’affermazione di JOHN STUART MILL riportata sopra) perché Libertà e Democrazia sono in simbiosi (R.G. Dahrendorf).

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Allargamento base Usa Vicenza: sì e no

Posted by ernestoscontento su febbraio 17, 2007

Base USA ? NO NEL MIO GIARDINO, GRAZIE.

Post – Pubblicato: Art. Comincia l’Italia. net 17/02/2007

Il caso della base di Vicenza, è simile a molti altri casi, chi scrive è un Livornese e, a Livorno c’è la base Americana di Camp Darby, il più grande arsenale Usa all’ estero.
Il governo a già deciso per istallare all’argo del porto di Livorno uno dei rigassificatori che servirà, per la diversificazione degli approvvigionamenti energetici. In merito a questa ultima infrastruttura necessaria per il sistema paese, il Ministro Bersani in questi giorni è stato a Livorno per illustrarne la necessità.

Anche qui si sono formati comitati ( per altro minoritari rispetto alla rappresentatività cittadina) appoggiati dalla cosiddetta sinistra radicale e movimenti ambientalisti.

Per quanto riguarda i rapporti con gli Americani di stanza a Camp Darby, in cinquanta anni di vita, non ho memoria di problematiche legate alla loro presenza.

Ma veniamo al caso dell’aeroporto Dal Molin che nasce da un accordo, di un paio d’anni fa, tra il precedente governo Berlusconi e il sindaco di Vicenza Hullweck, che in qualità di primo cittadino,si rese disponibile, ad accogliere nel territorio vicentino una nuova base americana.
Nel nel maggio del 2006 cominciarono a circolare le prime notizie sul progetto e così alcuni cittadini residenti nelle zone limitrofe alla nuova base, costituitisi in sei comitati, cominciarono ad agire in modo coordinato.
In poche parole La base americana andrebbe ad occupare una zona a nord del comune di Vicenza nell’attuale aeroporto civile Dal Molin e servirebbe agli USA per riunire la 173^ Brigata aviotrasportata Airborne, attualmente presente in parte ad Aviano (Pordenone) e in parte Germania. L’obiettivo statunitense ( almeno quello ufficiale) è di razionalizzare il sistema logistico delle basi militari presenti in Europa.
Vicenza, secondo questo piano, è dunque destinata a diventare un nodo importantissimo per i nuovi assetti militari mondiali.
Alcuni cittadini di Vicenza e dei comuni limitrofi è fortemente contraria alla costruzione di una nuova base militare. Lo si deduce da un da un sondaggio della Demos di Ilvo Diamanti (63% NO).

I motivi del no dei comitati, sono vari e possono essere riassunti nel fatto che:
1. Il Progetto e devastante da un punto di vista ambientale,
2. ma anche sociale ed economico, perchè una città Unesco, come Vicenza, non può fondare la sua esistenza su un’economia di guerra.


Dopo un continuo rimpallo di responsabilità tra Governo Prodi e Comune di Vicenza, nel consiglio Comunale del 26 ottobre 2006 la maggioranza si espresse a favore della nuova base (maggioranza risicata 21 a 17) in perfetta sintonia con le regole della Democrazia Rappresentativa.
Quel giorno il sindaco Hullweck ha agito secondo le regole dell’attuale democrazia (diversamente invece di manifestare contro uno lo può denunciare)
Va ricordato per dovere di cronaca che:

A Caldogno, piccolo comune a confine con l’aeroporto Dal Molin, il 15 novembre 2006 votò invece ad unanimità NO all’insediamento della nuova base.

• I comitati per il hanno avanzato la richiesta di indire un referendum comunale consultivo, in stile con il crescente bisogno, di partecipazione da parte dei cittadini di una maggiore incisività sulle scelte politiche. In un sistema che potremmo chiamare Democrazia Partecipativa.
Va precisato che il Governo Prodi e il Ministro della Difesa Parisi, si sono espressi in maniera chiara su l’allargamento della caserma Ederle, precisando che la nostra Alleanza con gli USA non è in discussione, è che il governo a già preso la sua decisione.
Il Ministro Parisi a comunque precisato che il programma elettorale dell’Unione in cui “ogni azione di grande impatto sul territorio sarà sempre presa nel rispetto dell’opinone delle popolazioni locali”. Il 23 novembre 2006 Parisi comunque invitò a Roma una rappresentanza dei comitati cittadini per sentire direttamente dalla gente le motivazioni del no. L’incontro fu molto proficuo tanto che prese di nuovo quota l’ipotesi di un referendum comunale consultivo.
Fatto questo breve riassunto, analizziamo realmente i problemi della cittadinanza è l’ambiguità politiche:
Esiste un problema legato alle infrastrutture dei servizi ( opere di Urbanizzazione primaria)?
No si possono costruire, come si fa in ogni nuova lottizzazione Urbana.
Esiste un problema Unesco?
Se ci sarebbe mi sembra evidente che ci dovrebbe essere una normativa che impedisce oggettivamente l’ampliamento della base. In carenza di norma, non mi sembra che ci siano stati intellettuali esperti che si sono opposti allo scempio.
Esiste un problema di carattere militare che coinvolgerebbe la cittadinanza?
Improbabile, l’esperienza insegna che gli attacchi terroristici, sono nella maggioranza dei casi fatti in luoghi non militarizzati ( passatemi il termine), per il semplice fatto che i controlli investigativi, si concentrano proprio su quei siti considerati strategici ( sarebbe anche impensabile poter controllare tutto il territorio nazionale).
Esiste un problema di impatto ambientale?
  Si questo è uno dei problemi visto le dimensioni dell’insediamento e la sua vicinanza con la città, inoltre il terreno circostante potrebbe servire per un ampliamento organico del centro urbano.
Esiste un disagio per i Cittadini, causato dall’attività della base ?
Sicuramente per chi vive nelle vicinanze della base visto anche la particolare attività legata all’aviazione e, va aggiunto che ne potrebbe derivare anche un danno economico. Il valore degli immobili di proprietà sicuramente si deprezzerebbe.
 Questi ultimi due problemi giustificano un coinvolgimento della popolazione sulle decisioni?
Secondo il mio punto di vista si, ma è un si, non vincolante per il governo nazionale.
Mi spiego meglio, la qualità della vita è fondamentale, la sicurezza dei cittadini idem, l’informazione dei cittadini è un dovere dei governati, la partecipazione ai processi della comunità è un dovere civile.
La profonda crisi della democrazia rappresentativa, che si manifesta nella non fiducia dei governati nei confronti dei governanti, esige una correzione che avvicini i cittadini alle istituzioni e viceversa.
Quindi occorre trovare strumenti di partecipazione attiva ai processi decisionali, soprattutto in ambito locale.
I cittadini devono essere tali, nel senso di essere coscienti che vivono in comunità allargate ( decisioni locali si ripercuotono su situazioni nazionali) e la politica estera e delle alleanze, è una valutazione di carattere nazionale e, qui nasce la non obbligatorietà del governo nell’ascoltare una eventuale decisione che viene dal territorio locale.
Lo so, qualcuno ora storcerà il naso!
Ma sbaglia perché non tiene conto della politica e, del meccanismo di ragionamento della stessa (o meglio dei partiti).
Infatti se ipoteticamente da un rferendum locale, il quale si dovrebbe rispondere : volete la base militare in quel luogo? e, dovesse vincere il no, i politici quantomeno dovrebbero trovare un’altra luogo per insediare la base risolvendo il problema dell’impatto ambientale.
Se disattendono questa necessità, i bravi cittadini dovrebbero avere la memoria lunga e penalizzarli nel momento in cui siamo chiamati a votarli, azione che in sintesi è un giudizio sul loro operato di mandatari del popolo nei processi decisionali.
CERTO TUTTO QUESTO E’ SEMPLICE A DIRSI MA E’ MENO SEMPLICE A FRASI, PERCHE’?
L’espressione “democrazia partecipativa” costituisce un ossimoro.
La democrazia diretta, però, è e resta ancora quella dei classici, e cioè quella del “popolo adunato”, perché se questa espressione si utilizza – invece – per denotare istituti partecipativi che si innestano nel sistema rappresentativo si generano formidabili equivoci e fraintendimenti, tutti legati all’idea che, in simili istituti, vi sia davvero un elemento di “diretta” decisione popolare in senso proprio, il che non è.
In realtà, specie nelle società complesse, ogni forma di governo ed ogni tecnica di decisione politica comportano la mediazione. Nelle società pluralistiche (che, a ben vedere, sono caratterizzate dall’articolazione in gruppi, soggetti, collettivi, corpi intermedi, specificamente votati alla e capaci di mediazione tra cittadini e decisione politica) una interpositio fra il popolo e la decisione politica è, anche quando quella decisione viene imputata al popolo medesimo e ad una sua “diretta” manifestazione di volontà, inevitabile. In primo luogo, perché l’opinione pubblica si forma e si articola solo grazie alla mediazione dell’attività di partiti e gruppi, o almeno (anzi: soprattutto, laddove gruppi e partiti sono deboli) dei mezzi di informazione. In secondo luogo, perché l’agenda politica è solo in minima parte determinata “dal basso”; in terzo luogo, perché il quesito sottoposto al popolo è sempre eterodeciso; in quarto luogo, perché l’interpretazione della volontà popolare, una volta che questa si è manifestata, è affidata pur sempre a soggetti istituzionali o sociali che sanno perfettamente se e come manipolarla e – addirittura – se e come darle esecuzione.
E’ per questo, per una necessaria opera di pulizia (non solo terminologica, ma) concettuale, che è bene abbandonare ogni riferimento alla democrazia diretta per quegli istituti di partecipazione popolare che, come i nostri referendum, sono inseriti in alcune costituzioni rappresentative. Non di democrazia “diretta”, bensì “partecipativa”, insomma, si dovrebbe parlare.
Ciò vuol dire che si muove dalle seguenti premesse:
a) che la democrazia diretta si abbia solo in presenza di precise condizioni, chiaramente identificate dalla dottrina più classica;
b) che, se è così, non possiamo parlare di forme di governo democratico-dirette attualmente sperimentate nel mondo, né di istituti di democrazia diretta previsti dalla nostra Costituzione;
c) che la partecipazione cui si allude non sia quella (di singoli o di gruppi) ai processi decisionali pubblici, che non si traduce “direttamente in atti giuridici che concludano un procedimento”, ma quella che si realizza quando anche la stessa decisione è assunta “dal basso” (come accade, ad esempio, proprio con il referendum abrogativo).
Questo, dunque, il significato del riferimento alla “democrazia partecipativa”.

Quindi maggiore democrazia significa democrazia diretta?
La richiesta, frequente in questi ultimi anni, di maggiore democrazia, si esprime spesso nella richiesta che venga affiancata, o persino sostituita, alla democrazia rappresentativa la democrazia diretta; tale proposta ha le sue radici in Rousseau, che sosteneva l’impossibilità di rappresentare la sovranità, ma che, parallelamente, era convinto che “una vera democrazia non è mai esistita né mai esisterà” perché richiede condizioni territoriali, di costumi e di economia praticamente irrealizzabili.
Inoltre, come abbiamo visto La democrazia partecipativa è prevista solo in alcuni istituti della nostra costituzione, questo è.
Quindi esponenti politici del mondo del sempre NO….con affermazioni come queste che sono l’ennesimo esempio di ambiguità che crea confusione:

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Fonte L’Unità It del 16.02.07

Corteo di Vicenza, Bertinotti: «Andrei, ma non posso»
«Non andrò a Vicenza semplicemente perché ho troppo rispetto della mia collocazione istituzionale. Altrimenti ci andrei, naturalmente». In un’intervista all’Espresso, il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, torna così sulla questione della manifestazione di sabato contro l’allargamento della base americana di Ederle2.
Il presidente della Camera condivide in pieno le ragioni della protesta e lo ribadisce: «Credo che la base sia incompatibile con i problemi di assetto di quel territorio. C’è una specie di incompatibilità e vanno cercate altre soluzioni». Secondo Bertinotti, «non ci sono impegni presi da un governo che siano irrevocabili». Ma c’è comunque un appello del premier Romano Prodi, che mercoledì scorso ha ribadito: la decisione sull’allargamento della base è già stata presa, «il governo non manifesti contro se stesso». E sulla stessa linea di Bertinotti c’è anche il ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, che giudica «non opportuno» partecipare «a una manifestazione che ha anche caratteristiche di critica al governo su una decisione che comunque non condivido».

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In democrazia é legittimo manifestare, non è legittimo impedire le manifestazioni altrui ( vedi contestazioni al Ministro Damiano a Venezia dove affermo ” linguaggio da anni bui”).
Il risultato di questa politica si chiama immobilismo!
Voglia di esposizione personale!
Farebbe bene il Ministro Bertinotti, a proporre leggi che agevolino la democrazia partecipativa rendendola effettiva, e agevolando il dibattito pubblico che deve avere come finalità lo scopo di rendere partecipe un cittadino informato.
Il cittadino deve essere messo in condizione di essere informato prima del dibattito pubblico, affinché sia resa effettiva la sua partecipazione.

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Approfondimenti:

Sito Comitato per il no, alla base di Vicenza.

Sondaggio della Demos di ilvio Diamantini

I motivi per il NO alla base USA

Storico consiglio comunale di Vicenza del 26 ottobre 2006

Esposito, Crisafulli, Paladin
Tre costituzionalisti nella cattedra padovana
Democrazia rappresentativa e democrazia partecipativa

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Robert A. Dahl – La Democrazia E I Suoi Critici

Posted by ernestoscontento su febbraio 16, 2007

Post – Pubblicato: Art. Comincia l’Italia. net 16/02/2007

Dal sito dell’editore:

La democrazia, il regime politico che si basa sui diritti individuali, su regole che intendono assicurare il pacifico trasferimento del potere da un gruppo politico a un altro, sulla convivenza di Stato e mercato, è il regime politico già instaurato o in corso di realizzazione nella stragrande maggioranza dei paesi. In questo volume Dahl risponde di volta in volta ai critici della democrazia. E giunge in conclusione a interrogarsi sulla possibile “terza trasformazione” dopo quelle della nascita della città-stato e dello Stato-nazione. Ripropone qui le sue ormai classiche argomentazioni a favore della democrazia economica, dell’introduzione di norme democratiche anche nel governo attualmente dispotico dell’impresa.

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Capitalismo e democrazia, coppia in crisi

Conscio della indeterminatezza semantica che da sempre accompagna il termine “democrazia”, fin dagli anni ’50 Dahl ha proposto l’introduzione del termine “poliarchia’ o “democrazia poliarchica”, parola derivata dal greco che significa “governo di molti”. Si tratta in realtà di nient’altro che della democrazia rappresentativa moderna, a suffragio universale, che rispetta le seguenti condizioni: i governanti sono eletti attraverso libere e frequenti elezioni, vi è libertà di espressione e di associazione, l’accesso a forme alternative di informazione, un demos allargato. Si tratta di una concezione di democrazia che – dice Dahl – è cosa recente ed è in vigore, in modo consolidato, in molti meno paesi di quanto comunemente si creda. E per Dahl, incontestabilmente, il sistema migliore, o il meno negativo, tra tutti i sistemi politico-istituzionali. Anche se non è senza limiti seri. Su alcuni è lo stesso Dahl a richiamare l’attenzione.

Quali sono i limiti degli odierni sistemi liberal-democratici? Le critiche fino ad oggi più radicali vengono dall’elitismo e dal marxismo, L’elitismo (Mosca, Pareto) afferma che, al di là delle apparenze, tutti i sistemi politici funzionano in egual modo: è in realtà una ristretta élite, una minoranza organizzata, a detenere il potere reale, a prescindere dalla sua ideologia o dalla caratteristica di fondo che ne determina la composizione, ecc. Le pratiche democratiche servirebbero solo a mascherare questa verità eterna e immodificabile. Non è chi non veda quanto questa critica colga almeno in parte nel segno.

Tuttavia, invece di assumerla per ragionare sulle controtendenze possibili, Dahl sorvola disinvoltamente sul problema.

Eppure vive in un paese, gli Stati Uniti, in cui ormai meno della metà del corpo elettorale si reca alla urne; e una tendenza al calo della partecipazione si registra in tutte le “poliarchie” esistenti. Non è il segno di una sempre più diffusa sfiducia nel poter contare davvero?

Tutto sta a trovare un equilibrio giusto fra le spinte egualitarie e quelle antiegualitarie che sono presenti in ogni democrazia.

E che comunque, secondo Dahl, svolgono entrambe fino a un certo punto un ruolo essenziale.

Dahl introduce un discorso, molto interessante, sulla necessità di analizzare i limiti più che dei pregi della democrazia: farlo, non significa affatto portare acqua al mulino degli antidemocratici, ma è connaturato alla natura più vera e profonda dell’essere un democratico. Ciò in considerazione proprio di quell’idea di perfettibilità o sperimentalista di cui si diceva prima e che, in qualche modo, è un portato della concezione pragmatica che dovrebbe essere concezione della vita di ogni liberal-democratico.

La differenza vera è fra principio democratico e principio liberale. Fra di essi c’è una convergenza sempre precaria, che può essere ammortizzata prendendo sul serio il concetto dell’eguaglianza delle opportunità. Una eguaglianza che deve investire, in primo luogo, i diritti umani fondamentali.

Si ritorna cosi al tema della “poliarchia”, che serve a contrassegnare società e democrazie complesse come le contemporanee. E che rimanda al problema della sovranità, cioè del “chi decide” e del “dove è il potere”, che è poi il problema della “legittimità” di ogni fonte autoritativa. Tanto più che la situazione è poi complicata, dalla coesistenza nelle nostre società dei due tipi di razionalità politica già individuati da Max Weber: quella secondo i valori, e l’altra che bada allo scopo.

Robert Dahl alla fine pone la questione che si dovrà affrontare è quella del come spostare al mondo la democrazia che fu un tempo della polis e che è ora degli Stati. L’unica certezza è che la ricerca continua.

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BIBLIOGRAFIA DI R.A. DAHL

Giovanni Sartori – Giancarlo Burghi – L’abc della democrazia

Gianfranco Pasquino ” di chi sono le idee politiche?”

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Brigatisti: Prigionieri politici , o delinquenti comuni ?

Posted by ernestoscontento su febbraio 14, 2007

Post – Pubblicato: Art. Comincia l’Italia. net 14/02/2007

Torna il vecchio rito Br “Prigionieri politici” ma fortunatamente nessuno oggi parla più di Compagni che sbagliano, anzi tutti sono pronti a condannare gesti irresponsabili e anti democratici.

Forte è stato lo sconcerto del sindacato e in primo luogo della Cgil ,che speriamo sappia ritrovare quell’impegno che in passato cercò in tutti i modi, con alla testa uomini come Luciano Lama e Bruno Trentin, di prosciugare l’acqua del consenso attorno ai criminali.

Non fu una battaglia facile perchè quei giovanotti, travestiti di rosso, indossavano le maschere della giustizia sociale, della lotta di classe. E certo la loro irruzione negli anni 70 costò centinaia di morti. E per conseguenza finì con lo snaturare e disperdere il movimento di lotta che era partito dall’autunno caldo. Tanto che oggi si rievocano proprio quegli anni, in libri e conferenze, non per esaltare il loro carico di conquiste sociali, bensì per piangere sul sangue versato da magistrati, studiosi, giornalisti, politici, agenti, dirigenti d’azienda.

Questo articolo sarà un po’ lungo, ma non si può affrontare un argomento simile in maniera più sintetica.

Breve storia delle origini del terrorismo in italia

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Di Ettore Bonalberti – giornalista pubblicista – “Dall’autunno caldo al partito armato”, pubblicato sulla rivista bimestrale “Il governo delle cose” n. 34 – Giugno 2005.

1969 – L’autunno caldo

Il ’68, infatti, oltre alla rivolta studentesca nelle Universita’ è anche l’anno della svolta operaia e sindacale del nostro Paese. Dagli episodi del 19 aprile ’67 a Valdagno, quelli di Porto Marghera del luglio ’67 (primo sciopero per il rinnovo del premio di produzione dei 15.000 del petrolchimico) allo sciopero generale per le pensioni a Torino, nel marzo ’68 è tutto un intrecciarsi di iniziative e di esperienze comuni di lotta tra operai e studenti (“operai e studenti uniti nella lotta”). Autoriduzione – egualitarismo – battaglia meridionalistica – la conquista del potere in fabbrica – sono alcuni dei motivi fondamentali dell’azione sindacale di quei giorni.
La parola d’ordine è: “vogliamo tutto”. Accanto alle rivendicazioni fondamentali “aumento della paga, diminuzione delle ore, diminuzione della produzione, sette ore, lavorare di meno, guadagnare di più”, emergono anche i desideri repressi degli operai: “rompere il culo ai padroni, ma prima ad alcuni colleghi di lavoro; ammazzare i capi squadra uno alla volta; ammazzare i capi reparto, capi officina e tutti i ruffiani; mettere Agnelli al nostro posto; ammazzare chi ne ha colpa; lavorare il meno possibile; far lavorare i padroni”. (Da un’inchiesta di P.O. tra gli operai di Mirafiori a Torino nell’aprile del ’69).
Il desiderio si fa programma come quando si sostiene: “organizzare squadre di linciaggio dei crumiri e dei dirigenti; lotta continua, cioè non dar tregua; scioperi, legnate, botte; lotte violente; far pressione anche con mezzi non leciti; abbattere la polizia, abbandonare la via democratica; dimostrare con i manganelli”. Le lotte di quei giorni furono anche questo e parte di questa seminagione ha dato poi purtroppo, tragicamente, i suoi frutti. E’ in questa vasta e multiforme esperienza politico-sindacale-studentesca ed operaia che nasce la figura del “militante rivoluzionario”.
La “centralità operaia” rinsalda e dà corpo alla militanza di provenienza Emme-Elle del movimento studentesco scolastico. Nasce, cioè, una militanza tra operai e non, che ha dietro di sé la forza di una condizione non instabile come quella studentesca, ma permanente, di una lotta, quindi, destinata a durare. Sono migliaia di operai e studenti che si ritrovano immersi in una straordinaria esperienza collettiva di lotta e di organizzazione.

Le origini del terrorismo

Su “Quaderni piacentini” del 1 luglio ’69, Francesco Ciafaloni e Carlo Donolo analizzano la situazione in cui versa il movimento degli studenti in questi termini: “non c’è dubbio che la nascita del movimento studentesco del ’67-68 ha modificato profondamente la situazione politica in Italia.
Più esattamente ha imposto la ridefinizione di molti problemi politici, ha posto con urgenza impreviste richieste di soluzioni di alcuni problemi sociali ed istituzionali, ha messo in crisi o almeno svelato senza alcuni equivoci la crisi latente di molte venerande istituzioni, anzi ha introdotto il problema generale della crisi istituzionale, politica, dei valori socio-culturali su cui si basa il sistema vigente come problema per la classe dominante e quella politica in particolare”. Tuttavia, continuano: “il movimento non ha provocato mutamenti nella struttura del potere, non ha conquistato potere reale (tanto meno istituzionale) in singole organizzazioni o strutture né, più in generale, ha modificato i rapporti di forza tra le classi sociali”, inoltre, “gli studenti hanno scambiato la situazione di caos e di crisi istituzionale, gli effetti superficiali della constatazione, per probabile il colpo di stato, l’equivalente negativo della rivoluzione”. Sarebbe questa, secondo i due autori, “la falsa coscienza del movimento studentesco”. E’ una considerazione puntuale che segnala lo stato reale del movimento che si caratterizza per una diaspora tra i gruppi contendentesi la leadership ideologica della “sinistra rivoluzionaria”.
Feltrinelli esce con l’opuscolo “Estate ’69” con cui si annuncia un imminente “l’ intervento delle forze repressive” ed il “definitivo tramonto non solo del revisionismo, già condannato dalla storia, ma anche dell’ipotesi che si possa compiere una rivoluzione socialista senza la critica delle armi”. (Nascita dei GAP). I marxisti leninisti, che, come si è visto, si rifanno meccanicamente al pensiero maoista, si impegnano per l’organizzazione di un partito pronto per la rivoluzione, diffuso nelle città e nelle campagne, al nord, come al sud. L’impasse degli studenti libera progressivamente forze ed energie impazienti di agire e che vedono nell’esplosione della lotta operaia dell’autunno sindacale caldo del ’69, la conferma di un possibile sbocco rivoluzionario.
E’ pure l’analisi che da almeno sei anni compie il filone operaista (che si ricollega alla prima esperienza degli anni sessanta di “Quaderni rossi” e “Classe operaia”) e che si riprende nel sessantanove come movimento di contestazione operaistico, accanto a quello marx-leninista. Con la strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969) si concretizza la strategia della tensione come risposta al sommovimento studentesco ed operaio di quel tempo. Con quell’episodio si dimostrano da un lato le incertezze di orientamento e di strategia della DC, così come dell’opposizione comunista incapace di incanalare le proteste in termini recepibili a livello politico-parlamentare. E’ da questa mancata canalizzazione e da questa reazione alla “disperazione da immobilismo” seguita a quella strage che per molti scattò la scelta della clandestinità e della lotta armata. E’ difficile poter affermare se il PCI era o poteva essere nelle condizioni di interpretare e guidare quel processo, diviso com’era, allora come ancor più tardi e per molti anni, tra una tradizione ancora tutta pervasa di miti rivoluzionari terzo-internazionalisti ed una prassi politico-amministrativa di tipo riformistico occidentale: d’altra parte alle spinte dal basso la stessa coalizione di forze al governo, se si eccettuano le risposte sul piano istituzionale (avvento delle regioni) e sul piano della legislazione del lavoro (statuto dei lavoratori), non oppose un riformismo moderno ed aggressivo, come fece il gollismo in Francia, ma una pratica moderata e trasformistica, assolutamente inadeguata.

Sergio Zavoli, “La notte della Repubblica”

Milano, quartiere del Lorenteggio. Nella primavera del 1970 appaiono dei volantini firmati Brigate rosse. Vi è disegnata una asimmetrica stella a cinque punte. E’ nato un progetto di guerra civile, ma l’opinione pubblica non se ne accorge. Lo Stato stesso lo sottovaluta. Non ci si allarma neppure nell’ultima settimana di agosto quando, all’interno dello stabilimento Sit-Siemens di piazza Zavattari, a Milano, viene rinvenuto un pacco di ciclostilati. Il testo, in cui ci si riferisce soprattutto a situazioni aziendali, contiene pesanti insulti a “dirigenti bastardi” e a “capi reparto aguzzini” da mettere – cosi’ è scritto – fuori gioco. Ma quella sigla, Br, è pressoché sconosciuta alla direzione di fabbrica e molto di più non ne sa neppure la questura di Milano.

17 settembre 1970, via Moretto da Brescia, una tranquilla strada residenziale del quartiere Città Studi. Ore 20,30. Due bidoni di benzina esplodono contro il box di Giuseppe Leoni, direttore centrale del personale della Sit-Siemens. Sulla porta del garage la scritta: Brigate Rosse.

E’ la prima azione cosiddetta punitiva delle Brigate rosse in ottemperanza allo slogan: “colpiscine uno per educarne cento”. Ma gli inquirenti ritengono che si tratti di un atto teppistico, e che la rivendicazione sia soltanto una copertura.

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Quello che colpisce è che alcuni dei cosiddetti nuovi Brigatisti arrestati sono nati quando le BR sono state sconfitte dallo stato di diritto nel 1982, dopo il sequestro James Lee Dozier (all’epoca vice comandante della NATO nel sud Europa) viene sequestrato a Verona il 17 dicembre 1981 e liberato a Padova il 28 gennaio 1982 da un’incursione dei NOCS.

Rileggendo la Bibliografia in merito a quegli anni fa sorridere anche il linguaggio usato oggi sicuramente anacronistico, PREMESSO CHE NESSUNA AZIONE TENDENTE AD INDEBOLIRE LO STATO DEMOCRATICO E DA CONSIDERARE LEGITTIMA E ,QUESTO SIA IERI CHE OGGI.

Ma come gia scritto la storia e storia e noi siamo figli nel bene e nel male di essa, un’intera generazione a sognato un mondo diverso fatto di miti che si sono infranti con la caduta del muro di Berlino nel 1989.

Per quanto riguarda il Maoismo una lettura dei libri di Tiziano Terzani aprirebbe gli occhi a chi ancora oggi crede che le rivoluzioni antidemocratiche possano servire meglio i diseredati del mondo.

Tiziano ci rivela, che ciò che noi leggevamo in occidente, era solo frutto di propaganda politica.

llluminante è la sua affermazione, nel suo ultimo libro pubblicato postumo “ la mia fine il mio inizio”

“ Folco quanti comunisti ha ammazzato Mao” in questa frase trovi l’essenza del fallimento delle ideologie totalitarie Marxiste e non, perché frutto si di bisogni umani ma non di processi culturali del popolo ( i comunisti erano i contadini cinesi non Mao o altri che per fare l’uomo nuovo distruggono la cultura del popolo).

La storia ci dice che una malsana interpretazione del Marxismo da parte di Lenin consacrerà questa filosofia politica come non realizzabile.
Ma Marx sarà sempre e comunque lo spirito guida delle classi più deboli della società, questo è un dato di fatto imprescindibile, l’onesta degli uomini sta nell’interpretare con senso umano il pensiero di un comune mortale.
Berlinguer in una intervista alla domanda:
In una ipotetica società opulenta dove tutti avranno raggiunto un grado di benessere sociale soddisfacente. Non ritiene che l’idea e la motivazione per cui l’idea è nata si sia esaurita?
Risposta:
In una qualsiasi società opulenta anche quando l’anello più debole di quella società, fosse anche l’uomo che lavora davanti al computer, per quell’uomo vale la pena che l’idea rimanga viva.

Se non ricordo male l’intervista è Orwell è il computer, io sono andato a memoria, ma il senso è chiaro, oltre alla lungimiranza Berlinguer fa cadere quell’antgonismo storico che divideva i lavoratori fin dall’ottocento fra tute blu e colletti bianchi.
Forse Berlinguer aveva già cominciato ad interpretare un Marx diverso da quello che ci vogliano far conoscere.

Marx senza il marxismo, nel quale lui stesso sentiva di non potersi riconoscere: “Io non sono marxista”, affermò spesso K. Marx alla fine della sua vita, intuendo come il suo pensiero si prestasse a essere manipolato e, una volta divenuto strumento di giustificazione del potere.

Una lettura che già Maximilien Rubel uno dei massimi Marxiologi del 900,aveva un’idea diversa del Comunismo (in Marx Critico del Marxismo), che non era per Rubel il cancro moscovita, il Gulag, il sistema dei passaporti, lo sterminio dei kulaki e il Ghepeu, ma la parola di passo per accedere alle meraviglie del «socialismo etico», dell’utopia d’un mondo senza stato.
Per Rubel il danno lo aveva fatto prima Lenin e poi Stalin, interpretando a proprio uso e consumo e per i propri interessi le teorie di Marx.
Afferma Rubel, proprio perché teorie fatte da un uomo non potevano essere assunti come dogmi per guidare altri uomini.
La Dittatura del Proletariato era per Marx l’autocoscienza di se della classe operaia, che essendo classe sociale dominante ( nel senso di maggioranza Democratica ) applicava questa sua forza all’interno dello stato Democratico per far valere i propri diritti ( quindi dittatura della maggioranza che ottiene il maggior consenso Democratico).
Per ovviare a questo problema Lenin si inventa l’esempio del motore dicendo” in fondo anche il motore prima è stato pensato, poi costruito e non funzionava, ma oggi abbiamo la locomotiva”.
Quindi Lenin da il via ad una interpretazione di tipo ingegneristico meccanicio del pensiero di Marx, al fine di attuarlo.
Ma il pensiero di Marx trae le sua scienza dalla Filosofia e dalla scienza Economica.
Scienze che sono al servizio dell’uomo e non contro l’uomo.
Questa semplice riflessione doveva far capire subito che era una scienza utopica liberatrice delle masse proletarie.
La scienza di Marx doveva elevare le coscienze dei lavoratori salariati, che prendendo coscienza della loro condizione come massa sfruttata dal Capitale Borghese, quindi prendendo coscienza della loro condizione umana dovevano liberarsi dalle catene dell’alienazione.
Marx si prende il compito di dotarli dei necessari strumenti di analisi.
Il Paradosso!
Ma l’attuazione della scienza liberatrice delle masse proletarie si trasforma nel suo esatto contrario, una scienza di sottomissione delle stesse masse, che passavano dall’essere sfruttate dall’industria borghese a l’essere sfruttate dall’industria di Stato.
Paradosso nel paradosso, i Russi venivano sottomessi, e il tutto veniva fatto per la loro liberazione.
Per risolvere questo doppio PARADOSSO Lenin richiamerà la Dittatura del proletariato prevista da Marx (ma come abbiamo visto sopra aveva ben altre fini e intenzioni) per accelerare i tempi di attuazione ( Marx non dirà mai quanto tempo occorrerà per la realizzazione del fine, come poteva?) dell’idea che era diventato dogma di conseguenza il principio teorico viene considerato assolutamente vero e di fondamentale importanza.
In sintesi Rubel ci dice che la scienza di K.Marx era la realizzazione di un’utopia è in quanto tale non poteva essere assunta a dogma se non i mala fede.
Rubel Chiamerà il cosiddetto socialismo Leninista o Maoista “ il socialismo degli imbecilli ” lancerà un monito alle nuove generazioni “ non ascoltate i Marxisti, ma leggete K. Marx”.

Ci sono responsabilità da parte della classe dirigente?

Non ci sono certamente responsabilità materiali sui fenomeni di terrorismo attuali, ma non c’è nemmeno una lettura sincera del passato che attentamente tutti evitano e, ci sono modi e linguaggi nostalgici, che fanno cadere in equivoco menti giovani o deboli.
OGGI SAPPIAMO CON CERTEZZA CHE TUTTI I PAESI, DOVE E’ STATO ADOTTATO IL COSIDETTO SOCIALISMO SCIENTIFICO, NON SONO E ,NON POSSONO ESERE, CONSIDERATI ATTUATORI DELLA SCIENZA DI K. MARX.
K. MARX, TUTTO AVREBBE VOLUTO TRANNE CHE SOTTOMETTERE LA CLASSE DOMINANTE ,QUELLA DEI LAVORATORI SALARIATI.

Ecco perché rimango sconcertato oggi quando la seconda carica dello Stato Italiano, l’on Fausto Bertinotti, Presidente della Camera; in una intervista a Camere afferma “ Fidel Castro è una icona dell’America latina a Cuba una qualche forma di socialismo è stata realizzata”.

Ecco perché affermazioni come quelle dell’intellettuale Sanguineti sull’odio di classe ,andrebbero controbattute con forza in una società Democratica.
Oggi per i lavoratori è molto più importante una persona come Pietro Ichino, che tenta di riformare lo stato per far si che si possa mantenere un grado di benessere accettabile per una società industrializzata, valorizzando I Lavoratori, e penalizzando i nullafacenti.

Gli intellettuali contemporanei da cui poter trarre spunti di riflessione per una società più equa,oggi si chiamano, Amartya Sen, R G. Dahrendorf, John Kenneth Galbraith.
Lo strumento di lotta democratica il seguente : “O siamo capaci di sconfiggere le idee contrarie con la discussione, o dobbiamo lasciarle esprimere. Non è possibile sconfiggere le idee con la forza, perché questo blocca il libero sviluppo dell’intelligenza. (Ernesto Che Guevara de la Serna)”

Concludo dicendo che chi non usa le regole Democratiche per far valere i propri diritti è un delinquente comune.

ernesto scontento

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Fermati i nuovi terroristi: “Erano pronti a colpire”

Posted by ernestoscontento su febbraio 13, 2007

Foto che riprende un dimostrante nel 1977

Post – Pubblicato: Art. Comincia l’Italia. net 13/02/2007

Nel 2007 c’è ancora chi è «In guerra con lo Stato»

Un nucleo di terroristi pronti a colpire.

Maxi operazione antiterrorismo nel nord Italia. Tra gli obiettivi delle nuove Brigate Rosse c’erano la casa di via Vincenzo Monti a Milano di Silvio Berlusconi, la sede di Mediaset, quella di Sky, l’Eni a San Donato Milanese, ex dirigenti della Breda, il giuslavorista Pietro Ichino. A dirlo in un’ordinanza di arresto che ha portato in carcere 15 persone tra sindacalisti, militanti dei centri sociali ed ex detenuti per fatti di lotta armata è il gip milanese Guido Salvini che accolto le richieste sottoposte alla sua attenzione dal pm Ilda Boccassini. Le accuse parlano di partecipazione ad associazione sovversiva con finalità terroristiche e banda armata.

Gli obiettivi dell’organizzazione inizialmente denominata «Partito Comunista Politico-Militare» emergono nelle conversazioni intercettate dagli inquirenti. Questi obiettivi, spiega il gip erano state «già alcune volte oggetto di sopralluoghi ed embrionali inchieste». Il gip scrive di sedi legate al mercato del lavoro e ricorda il Punto Marco Biagi di via Savona a Milano intitolato al giuslavorista ucciso a Bologna, e il professor Pietro Ichino che fa lo stesso mestiere di Biagi.

Fra i quindici arrestati ci sono ben sette sono iscritti al primo sindacato italiano.
La segreteria ammette: “Colpisce la presenza di lavoratori e di delegati sindacali”
Cgil costretta a fare i conti con le nuove Br,i fermati sono stati tutti sospesi.
Tra gli arrestati ci sono anche alcuni recitivi, c’è Alfredo Davanzo, 49 anni, ritenuto uno dei leader di “Seconda posizione”. Era stato condannato nel 1982 a dieci anni di carcere per rapina a mano armata. Fermato nel 1998 a Parigi su richiesta della magistratura italiana, fu rimesso in libertà qualche giorno dopo dalla Corte d’Appello della capitale francese. E’ stato preso a Raveo, un piccolo centro agricolo, settenta chilometri a Nord di Udine. Fra i militanti fermati a Padova, ci sono attivisti del Cpo, centro popolare occupato, “Gramigna”. Risulta agli arresti anche Bruno Ghirardi, ex appartenente ai Colp (Comunisti organizzati per la liberazione del proletariato). Era libero, dopo aver scontato una ventina d’anni di prigione per una condanna subita nel 1984. I Colp erano un gruppo attivo in Italia e collegato in Francia con Actione Directe.

Il ministro dell’Interno, Giuliano Amato, ha commentato: «Probabilmente questa volta siamo riusciti a prevenire un attentato brigatista». Soddisfatto anche il presidente Prodi: «Nel felicitarmi con le Forze dell’ordine per l’efficacia del loro intervento, esprimo la mia soddisfazione per questa azione preventiva».

Questa in sintesi la cronaca dell’arresto del nucleo terrorista, ecco perché l’altro giorno in un altro articolo, avevo criticato Piero Fassino per l’inopportunità di invitare A. Sofri al Congresso per il nuovo Partito Democratico.

L’Italia è l’unico paese dove gli ex terroristi trovano posto in Parlamento e sono assunti dall’amministrazione pubblica, quando questo non accade si rimedia elevandoli a guru della politica.

Lo già scritto e lo ripeto, I terroristi di qualunque colore e credo sono solo e soltanto dei vigliacchi che agiscono contro persone inermi e disarmate.

Non sono gli eroi del 900, se di eroi di sinistra si può parlare nel 900, questi sono tutti quei lavoratori, che ogni mattina accettavano e, accettano ,di lavorare nelle fabbriche, ma che rivendicano i loro diritti con gli strumenti Democratici.

Negli anni 70 la linea di confine fra la legalità e, la illegalità , era spessa come un capello; sia per la presenza forte e sentita delle ideologie all’interno della società e, per la mancanza di alcuni elementi di stato sociale e, diritti Democratici di emancipazione, che sarebbero stati conquistati successivamente.

Basti pensare che lo Statuto dei Lavoratori è del 20 maggio 1970.

Uno degli episodi più vistosi, di quegli anni fu il sequestro e il successivo omicidio di Aldo Moro nel 1978 ad opera delle Brigate Rosse. Questo evento comunque scosse la Nazione e le forze di sinistra in particolare il PCI non parlavano più di compagni che sbagliavano (termine usato per indicare chi aveva scelto la strada della politica exstraparlamentare).
La fine degli anni di piombo avverrà con il sequestro James Lee Dozier (all’epoca vice comandante della NATO nel sud Europa) viene sequestrato a Verona il 17 dicembre 1981 e liberato a Padova il 28 gennaio 1982 da un’incursione dei NOCS.
Questo sequestro,segna il termine di una fase delle BR e può essere considerato conclusivo di un ciclo degli anni di piombo; d’altro canto esso sembra indicare l’incapacità delle Brigate Rosse di compiere atti dannosi agli USA.
Un Militante delle forze exstraparlamentari e, oggi insegnante nelle scuole elementari di Bologna, dirà:

“Alla fine del decennio ’70 ogni comportamento anti-lavorista venne colpevolizzato, criminalizzato e rimosso, […] il realismo del capitale riprendeva il posto di comando, con il trionfo delle politiche neo-liberiste. Iniziava la controffensiva capitalistica, la vita sociale veniva nuovamente sottomessa alla produttività, la competizione economica veniva santificata come unico criterio di progresso”.

Mi pare del tutto ovvio che la storia, abbia da prima condannato qualsiasi stato dittatoriale e, da secondo anche qualunque forma di manifestazione politica dal vago senso rivoluzionario, che altro non è, che il pensiero malsano di alcuni piccoli e fanatici malati di mente.

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Ségolène Royal, la leonessa Francese.

Posted by ernestoscontento su febbraio 12, 2007

Blog di Sègolène Royal

Post – Pubblicato: Art. Comincia l’Italia. net 13/02/2007

Ségolène Royal, per l’esattezza Marie-Ségolène,vestita di rosso, decisa a battersi fino all’ultimo, Ségolène Royal ha lanciato ieri la sua campagna elettorale di fronte a 10 mila militanti entusiasti.

La candidata socialista ha dato un volto nuovo alla sua campagna, elenca le idee su cui ha sempre insistito: l’educazione, la famiglia, la scuola. Lanciando il suo nuovo slogan: “Più giusta, la Francia sarà più forte”.

Data per sconfitta al ballottaggio da tutti i sondaggi dell’ultimo mese, la Royal è passata ieri al contrattacco, difendendo quella democrazia partecipativa che suscita tante discussioni: “Ho sentito i vostri appelli, i vostri timori, il vostro sconforto, le vostre rivolte. Con me, la politica non si farà mai più senza di voi”.

La candidata non ha dimenticato di toccare il cuore dei militanti: “Come madre, voglio per tutti i bambini che nascono e crescono in Francia quel che ho voluto per i miei figli”. E al paese ha presentato un patto presidenziale: “E’ più che un programma, si tratta di un patto d’onore, di un contratto presidenziale”.

Alla base, cento proposte numero che al popolo di sinistra richiama François Mitterrand, che nel 1981 aveva un programma in 110 punti.

All’inizio dell’estate 2006 è esplosa nei titoli dei giornali di tutto il mondo ed è diventata la donna più famosa di Francia. In luglio si parlava di lei come possibile candidata socialista alla presidenza francese o come first lady se a presentarsi alle primarie fosse stato Francois Hollande, suo compagno di partito e di vita. A fine settembre la coppia fa la scelta e si presenta lei che ha più punti nei sondaggi, a fine ottobre è fischiata e la si dà in caduta libera nelle preferenze virtuali, in novembre sbaraglia la concorrenza senza bisogno di ballottaggio.

Ecco alcune delle misure più innovative e interessanti del suo programma:

1. aumento dello stipendio minimo da 1.250 €. a 1500 €. al mese,
2. aumento delle pensioni,
3. cambiamento dei criteri dell’indice dei prezzi,
4. costruzione di 120 mila alloggi popolari,
5. alloggiamenti di emergenza per chi non a casa,
6. lo stato si sostituirà ai comuni e sono tantissimi che non hanno rispettato la quota obbligatoria di case popolari,
7. saranno requisiti gli alloggi sfitti da due anni,
8. lo stato accorderà a ogni giovane un prestito di 10 mila euro per poter «costruire il suo progetto di vita»,
9. lo stanziamento per la ricerca e lo sviluppo sarà aumentato del 10 per cento e gli aiuti alle imprese orientate verso ricerca e innovazione saliranno dal 5 al 15 per cento.

E per la politica estera?

Ségolène è europeista, ma, L’Unione non la vuole «legata al solo dogma della concorrenza», sviluppo e impiego «devono essere scritti nello statuto della banca centrale europea» e il Patto di stabilità non deve frenare la crescita ma stimolarla.
Per questo suggerisce di togliere dal deficit nazionale illegittimo le spese consacrate alla ricerca e all’innovazione.
I Francesi seguiranno Ségolène ?

Urlava «Vinceremo» la folla del palazzo delle esposizioni, scaldandosi al suono di Bella Ciao.

Ségolène insegue Sarkozy sul terreno di valori e sentimenti nazionali che in Francia trapassano gli orientamenti politici: Rivoluzione, Nazione, Illuminismo. «Oggi vi propongo un patto presidenziale perché la Francia ritrovi ambizione, orgoglio e fratellanza. Oggi come madre penso ai figli di tutti i francesi e alle generazioni future», ha urlato con gli occhi lucidi.

Ora tutti i benpensanti grideranno al populismo, cominceranno a dire come farà a mantenere le promesse?

Clicca sull’immagine per attivare il video:

 

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Altri Articoli:

L’Unità

Il corriere della sera

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Per Dario Fo qualunque carrozzone va bene….

Posted by ernestoscontento su febbraio 10, 2007

Post – Pubblicato: Art. Comincia l’Italia. net 12/02/2007

DARIO FO E I PERSEGUITATI DAI COMUNISTI

da Il Riformista.it del 8 febbraio 2007

di Emanuele Macaluso

Con un titolo significativo, «Dario Fo: io vittima dei comunisti», “Repubblica” ci ha informato che è uscito un libro del premio Nobel in cui racconta se stesso. E così un altro intellettuale “rivela” di essere stato vittima dei comunisti. Quali comunisti? I sovietici e i cinesi di Mao che volevano «aggiustare» le sue opere? Così rivela Fo. Bella scoperta! I sovietici e i cinesi censuravano anche Togliatti. Non parliamo di Berlinguer! Ma il nostro dice che si «indignò per l’invasione in Cecoslovacchia, ritirò l’autorizzazione a rappresentarvi i suoi testi e i vertici del Pci reagirono sabotando una tournée della Rame». Balle. A indignarsi per l’invasione cecoslovacca prima di Fo fu il Pci. Insomma, l’elenco degli intellettuali perseguitati continua ad allungarsi: tutti quelli che non riuscivano a fare un film, a scrivere un libro, a recitare in un teatro “rivelano” oggi di essere stati perseguitati dal Pci che controllava il cinema, la tv, le case editrici, i teatri. Anche un giornalista sportivo che oggi bazzica la seconda rete Rai ha detto che in passato era stato discriminato dai giornali e dalle Tv perché anticomunista. Insomma il Pci perseguitava comunisti e anticomunisti. E lo spettacolo continua. Con Fo.

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Certo che gli intellettuali spesso parlano a sproposito e, alcuni farebbero meglio a stare in silenzio!

Perchè?

Sul sole 24 ore di Domenica 4 giugno 2006 sez. storia e storie leggo, alcune affermazioni di elogio al Maoismo rilasciate nel 1975, fra questi c’è anche l’intellettuale premio nobel Dario Fo, quello che dice…..non è da illuminati ! E nemmeno da perseguitati politici, ma piuttosto da indottrinato fanatico.

“Qui da noi l’uomo è un oggetto,una merce,che tende a vendere se stesso al miglior prezzo possibile in qualunque momento della sua vita:quando offre la sua forza lavoro,quando cerca moglie,persino quando si veste.Da noi c’è una divisione netta fra concetti come bene,moralità e rapporti di produzione.In Cina invece il mangiare,il bere,ilvestirsi,i principi morali sono tutt’uno.C’è una concezione profonda della vita che determina tutto quanto.C’è l’uomo nuovo perchè c’è una filosofia nuova”. (Dario Fo,”Panorama”,25 settembre 1975).

Ecco cosa mi fa rabbia, che nella vita, ci sia sempre qualcuno pronto a montare sulla carrozza di turno, sempre e comunque, compagno di chiunque ci sia sopra.

E poi gli chiamano anche intellettuali…..

Fortunatamente non tutti gli intellettuali sono uguali!

Purtroppo sono pochi gli uomini che pubblicamente sanno dire mi sono sbagliato e, anno il dono della semplicità per spiegare le cose.

Fra questi c’è Tiziano Terzani che nel suo libro “La mia fine e il mio inizio” dice al figlio Fosco “ quanti comunisti ha ammazzato Mao”, Tiziano evidenzia che i comunisti erano i contadini Cinesi e non Mao.
Evidenziando che per costruire l’uomo nuovo, la cultura di un popolo veniva distrutta e,questo è stato comune in tutti quei paesi, dove il socialismo reale è andato al potere.

Tiziano non dirà mai di essere stato un perseguitato, nemmeno quando fu cacciato dalla Cina comunista.

In fondo sapeva di essere un rompipalle curioso.

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Foibe, grazie Presidente Napolitano

Posted by ernestoscontento su febbraio 10, 2007

 

 Le bare di alcuni infoibati

Post – Pubblicato: Art. Comincia l’Italia. net 10/02/2007

Grazie Presidente Napolitano.

Oggi le maggiori testate giornalistiche sono usciti con questi articoli:

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Fonte L’unità 10.02.07

Foibe, Napolitano: verità negata per pregiudizi ideologici

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Fonte La Repubblica 10.02.07
capo dello Stato alle celebrazioni del “Giorno del ricordo”
“Assumerci la responsabilità di aver negato la verità per ideologia”
Foibe, Napolitano consegna le medaglie d’oro
“Riconoscimento troppo a lungo mancato”
Il presidente della Repubblica ha ricordato “le vittime di un moto di odio
e di furia sanguinaria che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica”

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Fonte La stampa 10.02.07

Napolitano: ristabilire la verità negata da un’ ideologia”
Il presidente della Repubblica,ha parole molto chiare nel ricevere al Quirinale i familiari delle vittime delle foibe

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E importante che il capo dello Stato di una Repubblica Democratica riconosca queste cose.
Ma in questo caso il riconoscimento è ancora maggiore perché viene da un uomo che ha militato nelle file del P.C.I., certo il P.C.I. non può essere considerato in nessun caso è in nessuna maniera autore materiale di simili nefandezze.
Ma purtroppo per noi non fu mai neanche chiaro nella sua linea politica nei confronti di Mosca, se non con la segreteria di E. Berlimguer negli ultimi anni (L’esaurimento della spinta propulsiva Enrico Berlinguer – Conferenza stampa televisiva, 1981).

Toccò proprio a G. Napilitano nel 1956 uscire con un comunicato del partito comunista Italiano sui fatti di Ungheria, dai toni duri e raccapriccianti se letti alla data odierna,
Stralcio del discorso di Giorgio Napoletano sulla Rivoluzione Ungherese del 1956.

“L’intervento sovietico in Ungheria, evitando che nel cuore d’Europa si creasse un focolaio di provocazioni e permettendo all’Urss di intervenire con decisione e con forza per fermare la aggressione imperialista nel Medio Oriente abbia contribuito, oltre che ad impedire che l’Ungheria cadesse nel caos della controrivoluzione, abbia contribuito in misura decisiva, non già a difendere solo gli interessi militari e strategici dell’Urss ma a salvare la pace nel mondo”.

Ma come scriverà, lo stesso G.Napolitano nel suo libro dal “Dal PCI al socialismo europeo”

“A. Giolitti aveva ragione e noi torto – pag.40”.

Peraltro frase riportata sui quotidiani nazionali  dove riconoscerà anche le ragioni di Pietro Nenni, subito dopo la sua investitura di Presidente della Repubblica e, prima della sua missione in Ungheria per commemorare i caduti nella repressione filo Stalinista del 1956.

Dichiarazione stampa Budapest, 26 settembre 2006
VISITA DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA GIORGIO NAPOLITANO
IN UNGHERIA

26-09-2006 – Discorso di G-Napolitano, alla conferenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano all’Accademia Ungherese delle Scienze: “Le Prospettive di Integrazione Politica nell’Europa Riunificata

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Sulla repressione ungherese vale la pena di ricordare cosa scrisse allora uno dei maggiori maestri del giornalismo Italiano I. Montanelli, che Inviato dal “Corriere della Sera” a seguire le drammatiche giornate della rivolta in Ungheria, Indro Montanelli arriva a Budapest il l° novembre, mentre i carri armati russi abbandonano la città; vi rientreranno però pochi giorni dopo.

Raccoglie gli entusiasmi dei patrioti, certi di un futuro “indipendente, neutrale e occidentale”. Assiste poi alla fulminea occupazione sovietica della città con cinquemila carri armati; alle “cento ore di disperata battaglia” e, infine, alla repressione violenta.

Costretto a liberarsi dei propri appunti si rifugia a Vienna dove comincia a stendere il suo racconto. In primo piano, la cronaca in diretta della battaglia di Budapest; sullo sfondo gli intrighi della politica internazionale: le incertezze di Tito, i raggiri di Kruscev, le cautele di Nixon, lo stallo delle democrazie occidentali.

OGGI,RILEGGERE GLI SCRITTI DI MONTANELLI, E’ COME UN PUGNO NELLO STOMACO, MA DI QUELLI CHE TI MANDANO AL TAPPETO SENZA FARTI RIALZARE PER QUALCHE GIORNO.

Nel libro La sublime pazzia della rivolta, con la prefazione di Mirian Mafai, c’è la raccolta di tutti e 24 articoli di Montanelli sull’Ungheria.

Racconta il giornalista del Corriere che vede i carri armati provenire da tutte le direzioni sotto un cupo rombo di artiglierie, affiancati tre per tre, con i cannoni puntati avanti e le mitragliatrici ai lati.

Ad ogni crocicchio, un’autoblindo si ferma per posizionarsi, mentre le altre proseguono sui grandi viali che portano al centro. In giro non si vede nessuno.

Poi verso le ore 10:30 si sente il rumore di una mitraglietta leggera, subito coperto da quello delle armi pesanti sovietiche.

E poi ancora il rumore di due, tre, cento mitragliette che sparano da ogni parte. Sono molte, moltissime, scrive Montanelli, travolto dall’emozione.

Da quel momento la città è per quattro giorni e quattro notti un uragano di fuoco. Durante questi quattro giorni vengono uccisi quasi duemila ungheresi.

Nonostante il pericolo che incombe, Montanelli si fa ugualmente venire a prendere da studenti di un collegio vicino un chilometro, per essere condotto, insieme agli altri, in qualche covo di lavoratori insorti, per raccogliere informazioni per i suoi articoli.

Questi giovani del collegio sono i “combattenti della libertà” che il regime ha addestrato alla guerra partigiana, in caso di invasione da parte dei “capitalisti occidentali”.

Sono ragazzi che avrebbero dovuto essere l’intellighentia dei paesi satelliti di Mosca, racconta l’inviato speciale, ma che, invece, hanno trasformato il loro collegio in un quartier generale della rivolta: antisovietica, ma non anticomunista. Togliatti e molti altri del PCI bollano gli insorti come “fascisti” e “controrivoluzionari”.

Montanelli li difende contro tutti e due i “conformismi di destra e di sinistra”. “Chi ha visto quella città” egli scrive “sorpresa nel sonno da cinquemila carri armati, reagire compatta, e dove ogni casa è stata trasformata in fortino e ogni finestra in feritoia, con le strade pavimentate di morti, e poi, rimasta senza munizioni, incrociare le braccia e lasciarsi arrestare, fucilare, deportare, morire di fame e di freddo, piuttosto che collaborare, eh no, chi ha visto tutto questo, all’ipotesi della sbornia collettiva non può credere!” “Del resto, la miseria già si toccava con mano a Budapest anche nei giorni della grande speranza.

Bastava guardare i vestiti, le scarpe, le vetrine dei negozi, gli interni delle case.

Questa miseria materiale, però, non aveva affatto ingenerato quella morale del servilismo e dell’accattonaggio…

La società ungherese è in pezzi dopo 11 anni di regime comunista, non ha più una gerarchia, né un’economia.

Un fallimento clamoroso e mortificante! E fra quanti ne sono responsabili non c’è nessuno che disconosca questa realtà, nemmeno per disciplina di partito.” Riferendosi, poi, al partito comunista italiano, scrive che “è rimasto l’unico a disputare a quello francese il primato del servilismo e della vigliaccheria.”

Montanelli riesce a scompigliare i luoghi comuni di destra e di sinistra che sulla stampa italiana presentano quanto accade a Budapest e sobborghi come una controrivoluzione borghese filoccidentale e anticomunista. “Una comoda tesi, questa” commenta Montanelli tanto “per i conservatori, che raffigurano il paese desideroso di scrollarsi di dosso il socialismo reale, quanto per i comunisti, fedeli all’ortodossia sovietica.”

Infatti, nei giorni successivi decine di migliaia di comunisti ungheresi insorti saranno imprigionati nelle carceri. Le ultime impiccagioni di rivoltosi del 1956 avverranno nel 1961. Tornato in patria, Montanelli, rivolgendosi a quanti stanno manifestando per le strade la loro solidarietà agli insorti ungheresi, scrive “Studenti d’Italia non faccio il giornalista in questo momento… quello che vi rimetto è il testamento dei vostri camerati d’Ungheria che, mentre io scrivo e mentre voi leggete, muoiono in senso fisico, uno dopo l’altro, uno sull’altro, cantando l’inno di Kossuth.

E, morendo, hanno pensato a voi… È naturale che abbiano saputo anche delle vostre manifestazioni…

Non compiangeteli! Nessuna vita d’uomo, per quanto longevo, sarà stata così ricca e piena come quella, spezzata a venti anni, dei ragazzi di Budapest che la lanciarono contro le corazze dei carri armati.

Ben altri sono da compiangere: coloro che sorrideranno di queste mie parole. E questi sono tra coloro che, appena tornato in patria, mi hanno chiesto: «come mai gli ungheresi hanno fatto questa pazzia?».

Sono costoro proprio quelli che domani, coi carri russi all’uscio, non comprometterebbero nulla ma coesisterebbero! Non lasciatevi corrompere da questa saggezza che è il passaporto della viltà, del calcolo e del tornaconto.

La Storia non va avanti a forza di saggezza, in nome della quale nessuno ha mai trovato il coraggio di morire.

Quel che muove è la pazzia, e mai pazzia fu più sublime di quella degli studenti di Budapest.”

Quindi concludo con una riflessione che non è mia, ma che  condivido pienamente, “La storia fatta di silenzi, di falsificazioni, di mistificazioni, non è maestra di vita”.

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Approfondimenti sulle Foibe.

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