ernesto scontento

“Disapprovo ciò che dici, ma difenderò alla morte il tuo diritto di dirlo ” (Voltaire)

Brigatisti: Prigionieri politici , o delinquenti comuni ?

Posted by ernestoscontento su febbraio 14, 2007

Post – Pubblicato: Art. Comincia l’Italia. net 14/02/2007

Torna il vecchio rito Br “Prigionieri politici” ma fortunatamente nessuno oggi parla più di Compagni che sbagliano, anzi tutti sono pronti a condannare gesti irresponsabili e anti democratici.

Forte è stato lo sconcerto del sindacato e in primo luogo della Cgil ,che speriamo sappia ritrovare quell’impegno che in passato cercò in tutti i modi, con alla testa uomini come Luciano Lama e Bruno Trentin, di prosciugare l’acqua del consenso attorno ai criminali.

Non fu una battaglia facile perchè quei giovanotti, travestiti di rosso, indossavano le maschere della giustizia sociale, della lotta di classe. E certo la loro irruzione negli anni 70 costò centinaia di morti. E per conseguenza finì con lo snaturare e disperdere il movimento di lotta che era partito dall’autunno caldo. Tanto che oggi si rievocano proprio quegli anni, in libri e conferenze, non per esaltare il loro carico di conquiste sociali, bensì per piangere sul sangue versato da magistrati, studiosi, giornalisti, politici, agenti, dirigenti d’azienda.

Questo articolo sarà un po’ lungo, ma non si può affrontare un argomento simile in maniera più sintetica.

Breve storia delle origini del terrorismo in italia

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Di Ettore Bonalberti – giornalista pubblicista – “Dall’autunno caldo al partito armato”, pubblicato sulla rivista bimestrale “Il governo delle cose” n. 34 – Giugno 2005.

1969 – L’autunno caldo

Il ’68, infatti, oltre alla rivolta studentesca nelle Universita’ è anche l’anno della svolta operaia e sindacale del nostro Paese. Dagli episodi del 19 aprile ’67 a Valdagno, quelli di Porto Marghera del luglio ’67 (primo sciopero per il rinnovo del premio di produzione dei 15.000 del petrolchimico) allo sciopero generale per le pensioni a Torino, nel marzo ’68 è tutto un intrecciarsi di iniziative e di esperienze comuni di lotta tra operai e studenti (“operai e studenti uniti nella lotta”). Autoriduzione – egualitarismo – battaglia meridionalistica – la conquista del potere in fabbrica – sono alcuni dei motivi fondamentali dell’azione sindacale di quei giorni.
La parola d’ordine è: “vogliamo tutto”. Accanto alle rivendicazioni fondamentali “aumento della paga, diminuzione delle ore, diminuzione della produzione, sette ore, lavorare di meno, guadagnare di più”, emergono anche i desideri repressi degli operai: “rompere il culo ai padroni, ma prima ad alcuni colleghi di lavoro; ammazzare i capi squadra uno alla volta; ammazzare i capi reparto, capi officina e tutti i ruffiani; mettere Agnelli al nostro posto; ammazzare chi ne ha colpa; lavorare il meno possibile; far lavorare i padroni”. (Da un’inchiesta di P.O. tra gli operai di Mirafiori a Torino nell’aprile del ’69).
Il desiderio si fa programma come quando si sostiene: “organizzare squadre di linciaggio dei crumiri e dei dirigenti; lotta continua, cioè non dar tregua; scioperi, legnate, botte; lotte violente; far pressione anche con mezzi non leciti; abbattere la polizia, abbandonare la via democratica; dimostrare con i manganelli”. Le lotte di quei giorni furono anche questo e parte di questa seminagione ha dato poi purtroppo, tragicamente, i suoi frutti. E’ in questa vasta e multiforme esperienza politico-sindacale-studentesca ed operaia che nasce la figura del “militante rivoluzionario”.
La “centralità operaia” rinsalda e dà corpo alla militanza di provenienza Emme-Elle del movimento studentesco scolastico. Nasce, cioè, una militanza tra operai e non, che ha dietro di sé la forza di una condizione non instabile come quella studentesca, ma permanente, di una lotta, quindi, destinata a durare. Sono migliaia di operai e studenti che si ritrovano immersi in una straordinaria esperienza collettiva di lotta e di organizzazione.

Le origini del terrorismo

Su “Quaderni piacentini” del 1 luglio ’69, Francesco Ciafaloni e Carlo Donolo analizzano la situazione in cui versa il movimento degli studenti in questi termini: “non c’è dubbio che la nascita del movimento studentesco del ’67-68 ha modificato profondamente la situazione politica in Italia.
Più esattamente ha imposto la ridefinizione di molti problemi politici, ha posto con urgenza impreviste richieste di soluzioni di alcuni problemi sociali ed istituzionali, ha messo in crisi o almeno svelato senza alcuni equivoci la crisi latente di molte venerande istituzioni, anzi ha introdotto il problema generale della crisi istituzionale, politica, dei valori socio-culturali su cui si basa il sistema vigente come problema per la classe dominante e quella politica in particolare”. Tuttavia, continuano: “il movimento non ha provocato mutamenti nella struttura del potere, non ha conquistato potere reale (tanto meno istituzionale) in singole organizzazioni o strutture né, più in generale, ha modificato i rapporti di forza tra le classi sociali”, inoltre, “gli studenti hanno scambiato la situazione di caos e di crisi istituzionale, gli effetti superficiali della constatazione, per probabile il colpo di stato, l’equivalente negativo della rivoluzione”. Sarebbe questa, secondo i due autori, “la falsa coscienza del movimento studentesco”. E’ una considerazione puntuale che segnala lo stato reale del movimento che si caratterizza per una diaspora tra i gruppi contendentesi la leadership ideologica della “sinistra rivoluzionaria”.
Feltrinelli esce con l’opuscolo “Estate ’69” con cui si annuncia un imminente “l’ intervento delle forze repressive” ed il “definitivo tramonto non solo del revisionismo, già condannato dalla storia, ma anche dell’ipotesi che si possa compiere una rivoluzione socialista senza la critica delle armi”. (Nascita dei GAP). I marxisti leninisti, che, come si è visto, si rifanno meccanicamente al pensiero maoista, si impegnano per l’organizzazione di un partito pronto per la rivoluzione, diffuso nelle città e nelle campagne, al nord, come al sud. L’impasse degli studenti libera progressivamente forze ed energie impazienti di agire e che vedono nell’esplosione della lotta operaia dell’autunno sindacale caldo del ’69, la conferma di un possibile sbocco rivoluzionario.
E’ pure l’analisi che da almeno sei anni compie il filone operaista (che si ricollega alla prima esperienza degli anni sessanta di “Quaderni rossi” e “Classe operaia”) e che si riprende nel sessantanove come movimento di contestazione operaistico, accanto a quello marx-leninista. Con la strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969) si concretizza la strategia della tensione come risposta al sommovimento studentesco ed operaio di quel tempo. Con quell’episodio si dimostrano da un lato le incertezze di orientamento e di strategia della DC, così come dell’opposizione comunista incapace di incanalare le proteste in termini recepibili a livello politico-parlamentare. E’ da questa mancata canalizzazione e da questa reazione alla “disperazione da immobilismo” seguita a quella strage che per molti scattò la scelta della clandestinità e della lotta armata. E’ difficile poter affermare se il PCI era o poteva essere nelle condizioni di interpretare e guidare quel processo, diviso com’era, allora come ancor più tardi e per molti anni, tra una tradizione ancora tutta pervasa di miti rivoluzionari terzo-internazionalisti ed una prassi politico-amministrativa di tipo riformistico occidentale: d’altra parte alle spinte dal basso la stessa coalizione di forze al governo, se si eccettuano le risposte sul piano istituzionale (avvento delle regioni) e sul piano della legislazione del lavoro (statuto dei lavoratori), non oppose un riformismo moderno ed aggressivo, come fece il gollismo in Francia, ma una pratica moderata e trasformistica, assolutamente inadeguata.

Sergio Zavoli, “La notte della Repubblica”

Milano, quartiere del Lorenteggio. Nella primavera del 1970 appaiono dei volantini firmati Brigate rosse. Vi è disegnata una asimmetrica stella a cinque punte. E’ nato un progetto di guerra civile, ma l’opinione pubblica non se ne accorge. Lo Stato stesso lo sottovaluta. Non ci si allarma neppure nell’ultima settimana di agosto quando, all’interno dello stabilimento Sit-Siemens di piazza Zavattari, a Milano, viene rinvenuto un pacco di ciclostilati. Il testo, in cui ci si riferisce soprattutto a situazioni aziendali, contiene pesanti insulti a “dirigenti bastardi” e a “capi reparto aguzzini” da mettere – cosi’ è scritto – fuori gioco. Ma quella sigla, Br, è pressoché sconosciuta alla direzione di fabbrica e molto di più non ne sa neppure la questura di Milano.

17 settembre 1970, via Moretto da Brescia, una tranquilla strada residenziale del quartiere Città Studi. Ore 20,30. Due bidoni di benzina esplodono contro il box di Giuseppe Leoni, direttore centrale del personale della Sit-Siemens. Sulla porta del garage la scritta: Brigate Rosse.

E’ la prima azione cosiddetta punitiva delle Brigate rosse in ottemperanza allo slogan: “colpiscine uno per educarne cento”. Ma gli inquirenti ritengono che si tratti di un atto teppistico, e che la rivendicazione sia soltanto una copertura.

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Quello che colpisce è che alcuni dei cosiddetti nuovi Brigatisti arrestati sono nati quando le BR sono state sconfitte dallo stato di diritto nel 1982, dopo il sequestro James Lee Dozier (all’epoca vice comandante della NATO nel sud Europa) viene sequestrato a Verona il 17 dicembre 1981 e liberato a Padova il 28 gennaio 1982 da un’incursione dei NOCS.

Rileggendo la Bibliografia in merito a quegli anni fa sorridere anche il linguaggio usato oggi sicuramente anacronistico, PREMESSO CHE NESSUNA AZIONE TENDENTE AD INDEBOLIRE LO STATO DEMOCRATICO E DA CONSIDERARE LEGITTIMA E ,QUESTO SIA IERI CHE OGGI.

Ma come gia scritto la storia e storia e noi siamo figli nel bene e nel male di essa, un’intera generazione a sognato un mondo diverso fatto di miti che si sono infranti con la caduta del muro di Berlino nel 1989.

Per quanto riguarda il Maoismo una lettura dei libri di Tiziano Terzani aprirebbe gli occhi a chi ancora oggi crede che le rivoluzioni antidemocratiche possano servire meglio i diseredati del mondo.

Tiziano ci rivela, che ciò che noi leggevamo in occidente, era solo frutto di propaganda politica.

llluminante è la sua affermazione, nel suo ultimo libro pubblicato postumo “ la mia fine il mio inizio”

“ Folco quanti comunisti ha ammazzato Mao” in questa frase trovi l’essenza del fallimento delle ideologie totalitarie Marxiste e non, perché frutto si di bisogni umani ma non di processi culturali del popolo ( i comunisti erano i contadini cinesi non Mao o altri che per fare l’uomo nuovo distruggono la cultura del popolo).

La storia ci dice che una malsana interpretazione del Marxismo da parte di Lenin consacrerà questa filosofia politica come non realizzabile.
Ma Marx sarà sempre e comunque lo spirito guida delle classi più deboli della società, questo è un dato di fatto imprescindibile, l’onesta degli uomini sta nell’interpretare con senso umano il pensiero di un comune mortale.
Berlinguer in una intervista alla domanda:
In una ipotetica società opulenta dove tutti avranno raggiunto un grado di benessere sociale soddisfacente. Non ritiene che l’idea e la motivazione per cui l’idea è nata si sia esaurita?
Risposta:
In una qualsiasi società opulenta anche quando l’anello più debole di quella società, fosse anche l’uomo che lavora davanti al computer, per quell’uomo vale la pena che l’idea rimanga viva.

Se non ricordo male l’intervista è Orwell è il computer, io sono andato a memoria, ma il senso è chiaro, oltre alla lungimiranza Berlinguer fa cadere quell’antgonismo storico che divideva i lavoratori fin dall’ottocento fra tute blu e colletti bianchi.
Forse Berlinguer aveva già cominciato ad interpretare un Marx diverso da quello che ci vogliano far conoscere.

Marx senza il marxismo, nel quale lui stesso sentiva di non potersi riconoscere: “Io non sono marxista”, affermò spesso K. Marx alla fine della sua vita, intuendo come il suo pensiero si prestasse a essere manipolato e, una volta divenuto strumento di giustificazione del potere.

Una lettura che già Maximilien Rubel uno dei massimi Marxiologi del 900,aveva un’idea diversa del Comunismo (in Marx Critico del Marxismo), che non era per Rubel il cancro moscovita, il Gulag, il sistema dei passaporti, lo sterminio dei kulaki e il Ghepeu, ma la parola di passo per accedere alle meraviglie del «socialismo etico», dell’utopia d’un mondo senza stato.
Per Rubel il danno lo aveva fatto prima Lenin e poi Stalin, interpretando a proprio uso e consumo e per i propri interessi le teorie di Marx.
Afferma Rubel, proprio perché teorie fatte da un uomo non potevano essere assunti come dogmi per guidare altri uomini.
La Dittatura del Proletariato era per Marx l’autocoscienza di se della classe operaia, che essendo classe sociale dominante ( nel senso di maggioranza Democratica ) applicava questa sua forza all’interno dello stato Democratico per far valere i propri diritti ( quindi dittatura della maggioranza che ottiene il maggior consenso Democratico).
Per ovviare a questo problema Lenin si inventa l’esempio del motore dicendo” in fondo anche il motore prima è stato pensato, poi costruito e non funzionava, ma oggi abbiamo la locomotiva”.
Quindi Lenin da il via ad una interpretazione di tipo ingegneristico meccanicio del pensiero di Marx, al fine di attuarlo.
Ma il pensiero di Marx trae le sua scienza dalla Filosofia e dalla scienza Economica.
Scienze che sono al servizio dell’uomo e non contro l’uomo.
Questa semplice riflessione doveva far capire subito che era una scienza utopica liberatrice delle masse proletarie.
La scienza di Marx doveva elevare le coscienze dei lavoratori salariati, che prendendo coscienza della loro condizione come massa sfruttata dal Capitale Borghese, quindi prendendo coscienza della loro condizione umana dovevano liberarsi dalle catene dell’alienazione.
Marx si prende il compito di dotarli dei necessari strumenti di analisi.
Il Paradosso!
Ma l’attuazione della scienza liberatrice delle masse proletarie si trasforma nel suo esatto contrario, una scienza di sottomissione delle stesse masse, che passavano dall’essere sfruttate dall’industria borghese a l’essere sfruttate dall’industria di Stato.
Paradosso nel paradosso, i Russi venivano sottomessi, e il tutto veniva fatto per la loro liberazione.
Per risolvere questo doppio PARADOSSO Lenin richiamerà la Dittatura del proletariato prevista da Marx (ma come abbiamo visto sopra aveva ben altre fini e intenzioni) per accelerare i tempi di attuazione ( Marx non dirà mai quanto tempo occorrerà per la realizzazione del fine, come poteva?) dell’idea che era diventato dogma di conseguenza il principio teorico viene considerato assolutamente vero e di fondamentale importanza.
In sintesi Rubel ci dice che la scienza di K.Marx era la realizzazione di un’utopia è in quanto tale non poteva essere assunta a dogma se non i mala fede.
Rubel Chiamerà il cosiddetto socialismo Leninista o Maoista “ il socialismo degli imbecilli ” lancerà un monito alle nuove generazioni “ non ascoltate i Marxisti, ma leggete K. Marx”.

Ci sono responsabilità da parte della classe dirigente?

Non ci sono certamente responsabilità materiali sui fenomeni di terrorismo attuali, ma non c’è nemmeno una lettura sincera del passato che attentamente tutti evitano e, ci sono modi e linguaggi nostalgici, che fanno cadere in equivoco menti giovani o deboli.
OGGI SAPPIAMO CON CERTEZZA CHE TUTTI I PAESI, DOVE E’ STATO ADOTTATO IL COSIDETTO SOCIALISMO SCIENTIFICO, NON SONO E ,NON POSSONO ESERE, CONSIDERATI ATTUATORI DELLA SCIENZA DI K. MARX.
K. MARX, TUTTO AVREBBE VOLUTO TRANNE CHE SOTTOMETTERE LA CLASSE DOMINANTE ,QUELLA DEI LAVORATORI SALARIATI.

Ecco perché rimango sconcertato oggi quando la seconda carica dello Stato Italiano, l’on Fausto Bertinotti, Presidente della Camera; in una intervista a Camere afferma “ Fidel Castro è una icona dell’America latina a Cuba una qualche forma di socialismo è stata realizzata”.

Ecco perché affermazioni come quelle dell’intellettuale Sanguineti sull’odio di classe ,andrebbero controbattute con forza in una società Democratica.
Oggi per i lavoratori è molto più importante una persona come Pietro Ichino, che tenta di riformare lo stato per far si che si possa mantenere un grado di benessere accettabile per una società industrializzata, valorizzando I Lavoratori, e penalizzando i nullafacenti.

Gli intellettuali contemporanei da cui poter trarre spunti di riflessione per una società più equa,oggi si chiamano, Amartya Sen, R G. Dahrendorf, John Kenneth Galbraith.
Lo strumento di lotta democratica il seguente : “O siamo capaci di sconfiggere le idee contrarie con la discussione, o dobbiamo lasciarle esprimere. Non è possibile sconfiggere le idee con la forza, perché questo blocca il libero sviluppo dell’intelligenza. (Ernesto Che Guevara de la Serna)”

Concludo dicendo che chi non usa le regole Democratiche per far valere i propri diritti è un delinquente comune.

ernesto scontento

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