ernesto scontento

“Disapprovo ciò che dici, ma difenderò alla morte il tuo diritto di dirlo ” (Voltaire)

Allargamento base Usa Vicenza: sì e no

Posted by ernestoscontento su febbraio 17, 2007

Base USA ? NO NEL MIO GIARDINO, GRAZIE.

Post – Pubblicato: Art. Comincia l’Italia. net 17/02/2007

Il caso della base di Vicenza, è simile a molti altri casi, chi scrive è un Livornese e, a Livorno c’è la base Americana di Camp Darby, il più grande arsenale Usa all’ estero.
Il governo a già deciso per istallare all’argo del porto di Livorno uno dei rigassificatori che servirà, per la diversificazione degli approvvigionamenti energetici. In merito a questa ultima infrastruttura necessaria per il sistema paese, il Ministro Bersani in questi giorni è stato a Livorno per illustrarne la necessità.

Anche qui si sono formati comitati ( per altro minoritari rispetto alla rappresentatività cittadina) appoggiati dalla cosiddetta sinistra radicale e movimenti ambientalisti.

Per quanto riguarda i rapporti con gli Americani di stanza a Camp Darby, in cinquanta anni di vita, non ho memoria di problematiche legate alla loro presenza.

Ma veniamo al caso dell’aeroporto Dal Molin che nasce da un accordo, di un paio d’anni fa, tra il precedente governo Berlusconi e il sindaco di Vicenza Hullweck, che in qualità di primo cittadino,si rese disponibile, ad accogliere nel territorio vicentino una nuova base americana.
Nel nel maggio del 2006 cominciarono a circolare le prime notizie sul progetto e così alcuni cittadini residenti nelle zone limitrofe alla nuova base, costituitisi in sei comitati, cominciarono ad agire in modo coordinato.
In poche parole La base americana andrebbe ad occupare una zona a nord del comune di Vicenza nell’attuale aeroporto civile Dal Molin e servirebbe agli USA per riunire la 173^ Brigata aviotrasportata Airborne, attualmente presente in parte ad Aviano (Pordenone) e in parte Germania. L’obiettivo statunitense ( almeno quello ufficiale) è di razionalizzare il sistema logistico delle basi militari presenti in Europa.
Vicenza, secondo questo piano, è dunque destinata a diventare un nodo importantissimo per i nuovi assetti militari mondiali.
Alcuni cittadini di Vicenza e dei comuni limitrofi è fortemente contraria alla costruzione di una nuova base militare. Lo si deduce da un da un sondaggio della Demos di Ilvo Diamanti (63% NO).

I motivi del no dei comitati, sono vari e possono essere riassunti nel fatto che:
1. Il Progetto e devastante da un punto di vista ambientale,
2. ma anche sociale ed economico, perchè una città Unesco, come Vicenza, non può fondare la sua esistenza su un’economia di guerra.


Dopo un continuo rimpallo di responsabilità tra Governo Prodi e Comune di Vicenza, nel consiglio Comunale del 26 ottobre 2006 la maggioranza si espresse a favore della nuova base (maggioranza risicata 21 a 17) in perfetta sintonia con le regole della Democrazia Rappresentativa.
Quel giorno il sindaco Hullweck ha agito secondo le regole dell’attuale democrazia (diversamente invece di manifestare contro uno lo può denunciare)
Va ricordato per dovere di cronaca che:

A Caldogno, piccolo comune a confine con l’aeroporto Dal Molin, il 15 novembre 2006 votò invece ad unanimità NO all’insediamento della nuova base.

• I comitati per il hanno avanzato la richiesta di indire un referendum comunale consultivo, in stile con il crescente bisogno, di partecipazione da parte dei cittadini di una maggiore incisività sulle scelte politiche. In un sistema che potremmo chiamare Democrazia Partecipativa.
Va precisato che il Governo Prodi e il Ministro della Difesa Parisi, si sono espressi in maniera chiara su l’allargamento della caserma Ederle, precisando che la nostra Alleanza con gli USA non è in discussione, è che il governo a già preso la sua decisione.
Il Ministro Parisi a comunque precisato che il programma elettorale dell’Unione in cui “ogni azione di grande impatto sul territorio sarà sempre presa nel rispetto dell’opinone delle popolazioni locali”. Il 23 novembre 2006 Parisi comunque invitò a Roma una rappresentanza dei comitati cittadini per sentire direttamente dalla gente le motivazioni del no. L’incontro fu molto proficuo tanto che prese di nuovo quota l’ipotesi di un referendum comunale consultivo.
Fatto questo breve riassunto, analizziamo realmente i problemi della cittadinanza è l’ambiguità politiche:
Esiste un problema legato alle infrastrutture dei servizi ( opere di Urbanizzazione primaria)?
No si possono costruire, come si fa in ogni nuova lottizzazione Urbana.
Esiste un problema Unesco?
Se ci sarebbe mi sembra evidente che ci dovrebbe essere una normativa che impedisce oggettivamente l’ampliamento della base. In carenza di norma, non mi sembra che ci siano stati intellettuali esperti che si sono opposti allo scempio.
Esiste un problema di carattere militare che coinvolgerebbe la cittadinanza?
Improbabile, l’esperienza insegna che gli attacchi terroristici, sono nella maggioranza dei casi fatti in luoghi non militarizzati ( passatemi il termine), per il semplice fatto che i controlli investigativi, si concentrano proprio su quei siti considerati strategici ( sarebbe anche impensabile poter controllare tutto il territorio nazionale).
Esiste un problema di impatto ambientale?
  Si questo è uno dei problemi visto le dimensioni dell’insediamento e la sua vicinanza con la città, inoltre il terreno circostante potrebbe servire per un ampliamento organico del centro urbano.
Esiste un disagio per i Cittadini, causato dall’attività della base ?
Sicuramente per chi vive nelle vicinanze della base visto anche la particolare attività legata all’aviazione e, va aggiunto che ne potrebbe derivare anche un danno economico. Il valore degli immobili di proprietà sicuramente si deprezzerebbe.
 Questi ultimi due problemi giustificano un coinvolgimento della popolazione sulle decisioni?
Secondo il mio punto di vista si, ma è un si, non vincolante per il governo nazionale.
Mi spiego meglio, la qualità della vita è fondamentale, la sicurezza dei cittadini idem, l’informazione dei cittadini è un dovere dei governati, la partecipazione ai processi della comunità è un dovere civile.
La profonda crisi della democrazia rappresentativa, che si manifesta nella non fiducia dei governati nei confronti dei governanti, esige una correzione che avvicini i cittadini alle istituzioni e viceversa.
Quindi occorre trovare strumenti di partecipazione attiva ai processi decisionali, soprattutto in ambito locale.
I cittadini devono essere tali, nel senso di essere coscienti che vivono in comunità allargate ( decisioni locali si ripercuotono su situazioni nazionali) e la politica estera e delle alleanze, è una valutazione di carattere nazionale e, qui nasce la non obbligatorietà del governo nell’ascoltare una eventuale decisione che viene dal territorio locale.
Lo so, qualcuno ora storcerà il naso!
Ma sbaglia perché non tiene conto della politica e, del meccanismo di ragionamento della stessa (o meglio dei partiti).
Infatti se ipoteticamente da un rferendum locale, il quale si dovrebbe rispondere : volete la base militare in quel luogo? e, dovesse vincere il no, i politici quantomeno dovrebbero trovare un’altra luogo per insediare la base risolvendo il problema dell’impatto ambientale.
Se disattendono questa necessità, i bravi cittadini dovrebbero avere la memoria lunga e penalizzarli nel momento in cui siamo chiamati a votarli, azione che in sintesi è un giudizio sul loro operato di mandatari del popolo nei processi decisionali.
CERTO TUTTO QUESTO E’ SEMPLICE A DIRSI MA E’ MENO SEMPLICE A FRASI, PERCHE’?
L’espressione “democrazia partecipativa” costituisce un ossimoro.
La democrazia diretta, però, è e resta ancora quella dei classici, e cioè quella del “popolo adunato”, perché se questa espressione si utilizza – invece – per denotare istituti partecipativi che si innestano nel sistema rappresentativo si generano formidabili equivoci e fraintendimenti, tutti legati all’idea che, in simili istituti, vi sia davvero un elemento di “diretta” decisione popolare in senso proprio, il che non è.
In realtà, specie nelle società complesse, ogni forma di governo ed ogni tecnica di decisione politica comportano la mediazione. Nelle società pluralistiche (che, a ben vedere, sono caratterizzate dall’articolazione in gruppi, soggetti, collettivi, corpi intermedi, specificamente votati alla e capaci di mediazione tra cittadini e decisione politica) una interpositio fra il popolo e la decisione politica è, anche quando quella decisione viene imputata al popolo medesimo e ad una sua “diretta” manifestazione di volontà, inevitabile. In primo luogo, perché l’opinione pubblica si forma e si articola solo grazie alla mediazione dell’attività di partiti e gruppi, o almeno (anzi: soprattutto, laddove gruppi e partiti sono deboli) dei mezzi di informazione. In secondo luogo, perché l’agenda politica è solo in minima parte determinata “dal basso”; in terzo luogo, perché il quesito sottoposto al popolo è sempre eterodeciso; in quarto luogo, perché l’interpretazione della volontà popolare, una volta che questa si è manifestata, è affidata pur sempre a soggetti istituzionali o sociali che sanno perfettamente se e come manipolarla e – addirittura – se e come darle esecuzione.
E’ per questo, per una necessaria opera di pulizia (non solo terminologica, ma) concettuale, che è bene abbandonare ogni riferimento alla democrazia diretta per quegli istituti di partecipazione popolare che, come i nostri referendum, sono inseriti in alcune costituzioni rappresentative. Non di democrazia “diretta”, bensì “partecipativa”, insomma, si dovrebbe parlare.
Ciò vuol dire che si muove dalle seguenti premesse:
a) che la democrazia diretta si abbia solo in presenza di precise condizioni, chiaramente identificate dalla dottrina più classica;
b) che, se è così, non possiamo parlare di forme di governo democratico-dirette attualmente sperimentate nel mondo, né di istituti di democrazia diretta previsti dalla nostra Costituzione;
c) che la partecipazione cui si allude non sia quella (di singoli o di gruppi) ai processi decisionali pubblici, che non si traduce “direttamente in atti giuridici che concludano un procedimento”, ma quella che si realizza quando anche la stessa decisione è assunta “dal basso” (come accade, ad esempio, proprio con il referendum abrogativo).
Questo, dunque, il significato del riferimento alla “democrazia partecipativa”.

Quindi maggiore democrazia significa democrazia diretta?
La richiesta, frequente in questi ultimi anni, di maggiore democrazia, si esprime spesso nella richiesta che venga affiancata, o persino sostituita, alla democrazia rappresentativa la democrazia diretta; tale proposta ha le sue radici in Rousseau, che sosteneva l’impossibilità di rappresentare la sovranità, ma che, parallelamente, era convinto che “una vera democrazia non è mai esistita né mai esisterà” perché richiede condizioni territoriali, di costumi e di economia praticamente irrealizzabili.
Inoltre, come abbiamo visto La democrazia partecipativa è prevista solo in alcuni istituti della nostra costituzione, questo è.
Quindi esponenti politici del mondo del sempre NO….con affermazioni come queste che sono l’ennesimo esempio di ambiguità che crea confusione:

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Fonte L’Unità It del 16.02.07

Corteo di Vicenza, Bertinotti: «Andrei, ma non posso»
«Non andrò a Vicenza semplicemente perché ho troppo rispetto della mia collocazione istituzionale. Altrimenti ci andrei, naturalmente». In un’intervista all’Espresso, il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, torna così sulla questione della manifestazione di sabato contro l’allargamento della base americana di Ederle2.
Il presidente della Camera condivide in pieno le ragioni della protesta e lo ribadisce: «Credo che la base sia incompatibile con i problemi di assetto di quel territorio. C’è una specie di incompatibilità e vanno cercate altre soluzioni». Secondo Bertinotti, «non ci sono impegni presi da un governo che siano irrevocabili». Ma c’è comunque un appello del premier Romano Prodi, che mercoledì scorso ha ribadito: la decisione sull’allargamento della base è già stata presa, «il governo non manifesti contro se stesso». E sulla stessa linea di Bertinotti c’è anche il ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, che giudica «non opportuno» partecipare «a una manifestazione che ha anche caratteristiche di critica al governo su una decisione che comunque non condivido».

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In democrazia é legittimo manifestare, non è legittimo impedire le manifestazioni altrui ( vedi contestazioni al Ministro Damiano a Venezia dove affermo ” linguaggio da anni bui”).
Il risultato di questa politica si chiama immobilismo!
Voglia di esposizione personale!
Farebbe bene il Ministro Bertinotti, a proporre leggi che agevolino la democrazia partecipativa rendendola effettiva, e agevolando il dibattito pubblico che deve avere come finalità lo scopo di rendere partecipe un cittadino informato.
Il cittadino deve essere messo in condizione di essere informato prima del dibattito pubblico, affinché sia resa effettiva la sua partecipazione.

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Approfondimenti:

Sito Comitato per il no, alla base di Vicenza.

Sondaggio della Demos di ilvio Diamantini

I motivi per il NO alla base USA

Storico consiglio comunale di Vicenza del 26 ottobre 2006

Esposito, Crisafulli, Paladin
Tre costituzionalisti nella cattedra padovana
Democrazia rappresentativa e democrazia partecipativa

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