ernesto scontento

“Disapprovo ciò che dici, ma difenderò alla morte il tuo diritto di dirlo ” (Voltaire)

Tacere all’assemblea nella democrazia greca

Posted by ernestoscontento su maggio 11, 2007

Tacere all’assemblea nella democrazia greca: silenzio, rifiuto della trasparenza e tendenze autocratiche.

Fonte: Rivista.della Scuola superiore dell’economia e delle finanze

Sommario: 1.Milziade- 2.Temistocle -3.Pericle – 4.Teramene – 5. Ermocrate

Caratteristica della polis, e a maggior ragione della polis democratica, è l’ideologia comunitaria per cui tutto è “cosa comune” (koinón) e ogni decisione deve scaturire dalla comune discussione, dopo che la questione è stata posta “in mezzo” (eis meson), cioè sottoposta alla valutazione dei cittadini (cfr. Erodoto III, 80, 2 e 6).

La pretesa di alcuni leader politici di tacere all’assemblea, in tutto o in parte, i contenuti del dibattito, sottraendole preziosi elementi di valutazione e chiedendo in sostanza carta bianca per la propria azione, appare di conseguenza estranea al principio della pubblicità e della trasparenza della politica ed è considerata dalle fonti con qualche preoccupazione, nonostante si fondi talora su ragionevoli preoccupazioni di sicurezza.

Tale pretesa evoca infatti i metodi dell’opposizione antidemocratica, che, come mostrano per esempio le vicende dei colpi di stato del 411 e del 404, opera sovente in clandestinità e segretezza, secondo principi diametralmente opposti a quelli della democrazia[1].

Leggi Il seguito:

Nel corso della storia ateniese, diversi episodi testimoniano questa anomala pretesa di tenere il silenzio da parte di alcuni autorevoli uomini politici: gli ateniesi Milziade, Temistocle, Pericle e Teramene e il siracusano Ermocrate. La loro volontà di tacere al popolo elementi utili allo sviluppo del dibattito assembleare, nonostante l’esperienza politica della polis si basasse sulla condivisione di tutti gli aspetti del processo decisionale e gli spazi di azione autonoma dei magistrati (compresi gli strateghi, massima magistratura militare) fossero assai ridotti, non manca di suscitare sospetti e sembra talora colorarsi di tinte antidemocratiche, configurando una forma di manipolazione della volontà popolare. L’assemblea infatti, grazie a diverse forme di pressione – che enfatizzano situazioni di emergenza politica e militare, sottolineano il timore della presenza di spie e l’esigenza della sicurezza, lasciano balenare futuri vantaggi che una discussione aperta farebbe svanire –, si lascia sovente indurre a rinunciare al suo diritto di conoscere a fondo tutti gli elementi della questione in oggetto, concedendo al leader una fiducia non prevista dai normali rapporti istituzionali. Ma la rinuncia non è sempre priva di conseguenze: in qualche caso essa comporta effettivamente il rischio di aprire la strada ad avventure personalistiche e autocratiche.

1.Milziade

Erodoto (VI, 132) racconta che lo stratego Milziade, dopo la sconfitta inflitta ai Persiani a Maratona nel 490, “chiese settanta navi e un esercito e fondi agli Ateniesi, senza dir loro verso qual terra intendesse fare una spedizione, ma dicendo che si sarebbero arricchiti se lo avessero seguito, perché li avrebbe guidati in una regione tale che ne avrebbero riportato con facilità oro a non finire; e dicendo cose simili, richiedeva le navi. Gli Ateniesi, esaltati da queste parole, gliele concessero”.

Milziade riuscì dunque a convincere i propri concittadini a deliberare in favore di una impegnativa spedizione navale senza rivelarne l’obiettivo, grazie al prestigio che era riuscito a guadagnarsi con la vittoria sui Persiani e, soprattutto, a promesse di arricchimento. La meta dell’operazione militare fu l’isola di Paro, la quale, tuttavia, resistette all’assedio e costrinse lo stratego a tornare in patria a mani vuote (Erodoto VI, 133-135); che l’obiettivo dell’intervento fosse in realtà più ampio lo si può però dedurre da un frammento dello storico di IV secolo Eforo, che parla di vittorie riportate contro “altre isole” (FGrHist 70 F 63), e da Cornelio Nepote, che inserisce la spedizione in una operazione volta a punire i filopersiani delle Cicladi (Vita di Milziade VII, 1).

E’ questo il primo episodio che ci attesta la volontà, da parte di un uomo politico, di limitare la discussione assembleare tacendo alcuni elementi della questione in oggetto. Il silenzio che Milziade pretese di osservare sugli obiettivi della spedizione non gli impedì di ottenere l’approvazione del popolo, accecato dal miraggio delle favolose ricchezze promesse dallo stratego. Tuttavia, il comportamento di Milziade è decisamente anomalo: chiedere al popolo l’approvazione di una missione senza fornirgli gli elementi per il dibattito in merito significava limitarne drasticamente la sovranità. Un simile atteggiamento poteva essere pericoloso per chi, come Milziade, aveva esercitato nel Chersoneso tracico una signoria che attirò su di lui sospetti di tirannide, e che quindi poteva essere accusato di personalismo e di scarsa sensibilità democratica.

Tracce di ostilità nei confronti di Milziade a motivo del suo discusso atteggiamento sulla spedizione di Paro si ritrovano in effetti in Erodoto. Lo storico (VI, 133) afferma infatti che Milziade, quando in seguito dichiarò le motivazioni che lo avevano spinto alla spedizione, ricorse ad un pretesto: a parole disse che con la spedizione aveva inteso punire Paro per il suo comportamento filopersiano, mentre in realtà la causa sarebbe stata un contrasto di natura privata che egli aveva avuto con un cittadino pario. L’affermazione erodotea tradisce un orientamento ostile nei confronti di Milziade, basato proprio sul fatto che egli non aveva voluto dichiarare all’assemblea la vera motivazione dell’intervento: evidentemente il silenzio dello stratego apparve sospetto e indusse parte dell’opinione pubblica, di cui Erodoto si fa interprete, ad avanzare ipotesi poco onorevoli, di natura personalistica, sulle vere motivazioni del suo anomalo comportamento. Erodoto sembra manifestare ulteriore ostilità insistendo anche sul carattere manipolatorio della promessa di arricchimento fatta al popolo, laddove afferma che gli Ateniesi, di fronte alla prospettiva di acquisire nuove risorse, votarono a favore della proposta “esaltati da tali parole” (eparthentes): il verbo epairo segnala il carattere emozionale della scelta e appare, se applicato alla reazione dell’assemblea all’intervento del leader, tipico del lessico della manipolazione.

Al di là delle velenose insinuazioni di Erodoto, non si può escludere che l’atteggiamento ambiguo di Milziade obbedisse a ragioni di prudenza. La presenza in Atene di gruppi o individui filopersiani a quest’epoca è ampiamente documentata e, se l’obiettivo (o uno degli obiettivi) della spedizione era appunto quello di punire quanti avevano parteggiato per i Persiani nella guerra da poco conclusa, la necessità di mantenere l’effetto sorpresa può ben spiegare la reticenza dello stratego in sede pubblica. Nonostante ciò, l’aver strappato il consenso all’assemblea senza mettere a disposizione tutti gli elementi necessari al confronto mise Milziade in una posizione delicata e fu certamente uno dei fattori che gli costò, dopo il fallimento della spedizione e l’impossibilità di mantenere la promessa fatta, l’accusa di aver “ingannato il popolo” (apate tou demou) e un processo capitale, conclusosi con la condanna ad una multa assai elevata (VI, 136). Erodoto riconobbe certamente nell’agire di Milziade una forma di manipolazione della volontà popolare, dovuta a tendenze personalistiche; il silenzio, in un contesto di trasparenza e di pubblicità quale è quello della democrazia ateniese, assume un carattere necessariamente ambiguo, anche quando, come in questo caso, è probabile che dietro la richiesta di fiducia incondizionata, pur contraria allo spirito e alle norme della democrazia, non vi fossero obiettivi illegittimi[2].

2.Temistocle

Tucidide (I, 91, 3) riferisce di contatti segreti (krypha) tra Temistocle, in missione a Sparta all’indomani della seconda guerra persiana, e gli Ateniesi per avviare la costruzione delle mura di Atene all’insaputa degli Spartani. Diodoro (XI, 39-42), che deriva da Eforo, riporta invece una versione più complessa, in cui il tema della segretezza viene trasferito alla proposta iniziale fatta da Temistocle agli Ateniesi a proposito della costruzione delle mura e del porto del Pireo: proposta accompagnata dalla richiesta di osservare il silenzio sui contenuti del piano.

Secondo Diodoro, Temistocle si sarebbe fatto inviare come ambasciatore a Sparta trattando in segreto (en aporretois) con la boulé; sempre sulla necessità di agire in segreto egli avrebbe insistito in seguito a proposito della costruzione del Pireo, richiedendo prima di poter manifestare i suoi piani solo in privato ad alcuni e poi, su richiesta del popolo che lo sospettava di tirannide e gli chiedeva di esprimersi apertamente, di potersi limitare a parlare in segreto (en aporretois) alla boulé: “in assemblea annunciò ai concittadini che egli desiderava essere consigliere e promotore di imprese grandi e utili alla città, ma che di questo non conveniva parlare pubblicamente, bensì si doveva realizzarle con l’azione di pochi uomini. Chiese perciò che l’assemblea popolare, dopo aver prescelto due uomini nei quali avesse la massima fiducia, li incaricasse dell’impresa. La massa si lasciò persuadere e l’assemblea scelse due uomini, Aristide e Santippo, e li prescelse non solo per il loro valore, ma anche perché vedeva che essi erano rivali di Temistocle per la fama e il primato, e perciò gli erano ostili. Costoro, dopo aver ascoltato da parte il disegno di Temistocle, dichiararono all’assemblea che il progetto esposto da Temistocle era grande, e conveniva alla città, ed era possibile. Il popolo allo stesso tempo ammirava l’uomo e sospettava che mettesse mano a disegni così importanti e di tal genere con l’obiettivo di instaurare per sé qualche forma di tirannide. Perciò lo invitarono a rivelare le sue decisioni pubblicamente. Ed egli di nuovo disse che non conveniva che il piano progettato fosse reso pubblico. Il popolo, che ammirò ancora di più la scaltrezza e l’orgoglio di quell’uomo, lo invitò a comunicare in segreto al Consiglio le sue decisioni: anch’esso avesse giudicato che egli diceva cose possibili e convenienti, allora avrebbe deliberato che egli conducesse a termine il suo disegno. Perciò quando il Consiglio fu informato in dettaglio del piano, e giudicò che egli diceva cose utili alla città, e possibili, poiché per il resto il popolo era ormai d’accordo con il Consiglio, ebbe la facoltà di fare quello che voleva”[3].

M. Sordi, che ha studiato l’episodio[4], ritiene che si tratti di una invenzione propagandistica, volta a fare del democratico Temistocle il precursore di Teramene (che, come vedremo più avanti, sostenne la necessità di osservare il silenzio in assemblea per ottenere carta bianca dal popolo nel 404, al tempo delle trattative con Sparta dopo la sconfitta di Egospotami): la tradizione di IV secolo, sviluppando il krypha di Tucidide I, 91, 3, avrebbe cercato di creare un parallelismo fra le due situazioni insistendo sul carattere salvifico dello stratagemma di Temistocle, destinato a tenere il nemico all’oscuro dei programmi di Atene, per stornare da Teramene le accuse di collaborazionismo e di tradimento che egli si era attirato con il suo comportamento ambiguo. In effetti, tracce di un confronto fra Teramene e Temistocle sono presenti nelle fonti, in senso diverso: il democratico Lisia (XII, 63) afferma che Temistocle e Teramene non ebbero gli stessi meriti, perché il primo costruì le mura contro la volontà degli Spartani, il secondo le fece abbattere ingannando i suoi concittadini; ma nella Vita di Lisandro (14, 5) di Plutarco Teramene, ad un democratico che in assemblea gli rimproverava di agire in modo opposto a Temistocle, consegnando agli Spartani le mura che egli aveva costruito contro il loro volere, rispose rivendicando di operare invece in piena continuità con Temistocle, distruggendo per la salvezza della città le mura che egli, per lo stesso motivo, aveva costruito[5].

Ma, al di là dell’interpretazione della Sordi, alcuni aspetti dell’episodio sono comunque meritevoli di riflessione. La richiesta di Temistocle di ottenere l’approvazione del popolo tacendo il contenuto del suo piano sembra tener conto del bene dello stato, in quanto mira ad evitare che la pubblicità della discussione riveli al nemico i progetti di consolidamento della potenza ateniese; ma che essa sia stata sentita come del tutto contraria alle normali forme del dibattito democratico lo dimostra il fatto che secondo Diodoro il popolo, diviso fra ammirazione e sospetto, mise in atto una tenace resistenza, prima obbligando Temistocle ad esporre i suoi piani ai più autorevoli dei suoi avversari politici, poi insistendo ulteriormente per venire a conoscenza dei fatti e, infine, mostrandosi disposto a rinunciare alle proprie prerogative purché l’oggetto della delibera, tenuto segreto all’assemblea per motivi di sicurezza, fosse chiaramente esposto ad un organismo istituzionale popolare di controllo come la boulé. Una conferma viene anche dal fatto che, in Diodoro, il rifiuto di Temistocle di parlare apertamente al popolo è significativamente collegato con un sospetto di tirannide: evidentemente, la pretesa di ottenere l’approvazione dell’assemblea tacendole alcuni elementi del dibattito politico e pretendendo di limitare delibera e azione ad un gruppo ristretto di persone veniva percepita come una forma di inaccettabile personalismo, che esponeva al sospetto di violare le regole non per i conclamati motivi di sicurezza, ma per crearsi pericolosi spazi di potere[6].

3.Pericle

Secondo Plutarco (Vita di Pericle 23, 2) Pericle, nel 446, avrebbe segretamente (krypha) corrotto Cleandride, consigliere del re spartano Plistonatte, perché allontanasse l’esercito spartano che aveva invaso l’Attica e vi stazionava. Richiesto in seguito di un rendiconto delle spese sostenute, Pericle segnalò un’uscita di dieci talenti “per il necessario” (eis tò deon) e il popolo la approvò, “senza interessarsi d’altro né investigare su ciò che veniva tenuto segreto (tò apórreton)” (23, 1)[7]. L’attendibilità della notizia plutarchea è stata molto discussa; tuttavia, l’espressione eis tò deon è ricordata come una battuta periclea nelle Nuvole di Aristofane (v. 859) e ciò concorre a far pensare che Pericle si sia effettivamente espresso, in un’occasione ufficiale, con particolare reticenza, servendosi di un’espressione poi divenuta proverbiale. La presenza della battuta in Aristofane suggerisce inoltre che il comportamento di Pericle abbia suscitato una certa perplessità negli Ateniesi, in quanto anomalo rispetto ai principi democratici.

La testimonianza di Plutarco è molto sintetica e impedisce di valutare tutti gli aspetti dell’episodio. Si può tuttavia osservare, prima di tutto, che Pericle ritenne opportuno sottoporre all’approvazione popolare la spesa di dieci talenti senza renderne conto secondo le consuete norme di trasparenza; in secondo luogo, che il popolo concesse la sua approvazione a Pericle nonostante la sua reticenza, forse anche a motivo del particolare rapporto di fiducia esistente tra il leader e l’assemblea, a noi noto dalle osservazioni in merito di Tucidide[8]; infine, che il comportamento di Pericle non sembra aver avuto conseguenze sulla sua popolarità o avergli provocato problemi giudiziari, forse anche perché l’iniziativa, per quanto discutibile, ottenne il risultato sperato, lo sgombero dell’Attica da parte dell’esercito spartano. Il fatto che, pur con un’azione illegale (un atto di corruzione) su cui è comprensibile il mantenimento del silenzio, e pur derogando dai principi di trasparenza del sistema democratico, Pericle seppe assicurare il superiore interesse della comunità rende il suo comportamento meno ambiguo di quello di Milziade: nella sua pur indubbia irregolarità, esso esclude ogni dubbio in merito ad eventuali moventi di carattere personalistico, e forse ciò spiega la flemma con cui il popolo reagì ad una pretesa di tacere aspetti del rendiconto politico e finanziario dovuto allo spirare della carica che, in un altro contesto, sarebbe forse apparso come una inaccettabile provocazione.

4.Teramene

L’episodio relativo a Teramene si colloca nel corso delle trattative fra Atene e Sparta dopo la sconfitta ateniese di Egospotami (autunno 404), quando gli Ateniesi tennero una serie di assemblee per discutere il da farsi. In una prima assemblea (che Lisia XIII, 8 definisce perì tes eirenes, “sulla pace”) si discusse la proposta spartana di abbattere dieci stadi di mura; nel corso di essa i democratici, guidati da Cleofonte, votarono un decreto di resistenza, ritenendo evidentemente di poter ottenere condizioni più favorevoli; inoltre fu conferito a Teramene, in seguito alle sue misteriose promesse di mediazione, un incarico esplorativo presso il navarco spartano Lisandro, impegnato allora a Samo[9]. Tre mesi dopo, Teramene tornò da Samo senza aver concluso nulla; in una seconda assemblea gli Ateniesi, ormai in grave difficoltà per la mancanza di approvvigionamenti, conferirono a Teramene l’incarico di recarsi come ambasciatore autokrator (con pieni poteri, cioè abilitato ad accettare una resa senza condizioni), insieme a nove colleghi, a Sparta[10]. Al ritorno degli ambasciatori si tenne una terza assemblea, anch’essa denominata “sulla pace” (Lisia XIII, 17), in cui il trattato imposto dagli Spartani, assai più gravoso rispetto alle condizioni originarie, venne ratificato[11]; infine, dopo l’entrata di Lisandro al Pireo e l’inizio dell’abbattimento delle mura, si tenne l’assemblea “sulla costituzione” (perì tes politeias: Lisia XII, 72), nel corso della quale, su istigazione di Teramene, fu instaurato il famigerato governo dei Trenta Tiranni (tra i quali era Teramene stesso)[12].

In questa complessa sequenza, ricostruibile dalla testimonianza di Senofonte, a noi interessa lo svolgimento della prima assemblea “sulla pace”, sulla quale possediamo il racconto di Senofonte, di Lisia e di un interessantissimo frammento papiraceo, tratto probabilmente da un’opera storica, il cosiddetto “papiro di Teramene” (Pap. Mich. inv. 5982)[13]. Il papiro riporta per esteso, in forma diretta, un breve discorso tenuto da Teramene nel corso dell’assemblea, in risposta alle argomentazioni opposte dagli avversari ad un suo precedente intervento; tale discorso è riferito da Lisia e da Senofonte più sinteticamente e in forma indiretta. Il testo papiraceo appare del tutto indipendente da Senofonte, mentre mostra un rapporto molto chiaro, se pure polemico, con Lisia: numerose e sorprendenti sono infatti le analogie concettuali – a livello di sequenza degli eventi, peraltro erroneamente contratta rispetto a Senofonte, e di struttura del racconto – e persino verbali tra il testo papiraceo e la testimonianza lisiana.

Una di queste analogie è costituita proprio dalla pretesa di Teramene di ottenere carta bianca dal popolo, facendosi attribuire un incarico diplomatico presso Lisandro senza rivelare i propri piani. Secondo Lisia (XII, 68-70), Teramene promise di salvare la città con un espediente che gli avrebbe consentito di concludere la pace senza dare ostaggi, senza abbattere le mura e senza consegnare le navi, ma “non volle rivelare a nessuno questo segreto e chiese di dargli fiducia”. L’intervento di Teramene incontrò una vivace opposizione: ma il popolo, “pur sapendo che di solito gli altri uomini tengono un segreto per celarlo ai nemici, mentre lui non voleva rivelare tra i suoi concittadini quello che avrebbe poi detto in mezzo agli avversari”, si lasciò convincere, abbagliato dalla promessa della salvezza in una situazione di emergenza che si faceva ogni giorno più critica. Fu, secondo Lisia, un grave errore: Teramene infatti, egli continua, “non ha mantenuto nulla di ciò che aveva promesso: ed era così radicato il suo proposito di umiliare e indebolire la città, che vi ha convinto a fare ciò che mai nessuno dei nemici aveva richiesto, e che mai nessuno dei cittadini si sarebbe aspettato; e non per imposizione degli Spartani, ma proponendo spontaneamente di abbattere le mura del Pireo e di rovesciare la costituzione vigente”.

Il racconto di Lisia, fortemente ostile, si conclude dunque con un’esplicita accusa di tradimento a Teramene: egli contribuì in piena consapevolezza, con la complicità di Lisandro, ad aggravare la situazione di Atene, allo scopo di assicurarsi il potere personale. La pesante accusa è confermata da Senofonte (II, 2, 15-18), che, pur non essendo affatto pregiudizialmente ostile a Teramene, afferma senza mezzi termini che egli passò tre mesi presso Lisandro “spiando” (epiterôn) l’aggravarsi della situazione interna ateniese, oppressa dalla carestia, per poi tornare a mani vuote quando ormai Atene non era più in grado di dettare condizioni; egli si giustificò in assemblea col fatto che Lisandro l’aveva trattenuto fino a quel momento e ora gli ordinava di recarsi a Sparta, perché non lui, ma gli efori erano competenti a trattare. Ottenuto l’incarico di ambasciatore autokrator a Sparta, Teramene tornò con condizioni di pace durissime: abbattimento delle Lunghe Mura e delle mura del Pireo, consegna delle navi tranne dodici, ritorno degli esuli, alleanza offensiva e difensiva con Sparta.

In Senofonte, tuttavia, non si fa cenno alla pretesa di Teramene di tacere all’assemblea il suo piano per salvare Atene ottenendo condizioni di pace favorevoli. La questione torna invece nel “papiro di Teramene”, che integra la testimonianza di Lisia con gli argomenti usati da Teramene per reagire alle obiezioni degli oppositori alla sua richiesta di osservare il silenzio e per convincere il popolo ad affidargli la missione diplomatica. Gli avversari “gli si opponevano dicendo che, fra tutti, egli si comportava nel modo più strano, e che, mentre gli altri tenevano il segreto con i nemici, egli non aveva il coraggio di rivelare ai cittadini ciò di cui si apprestava a parlare con i nemici”: anche attraverso la traduzione, appare evidente la concordanza letterale del testo papiraceo con quello di Lisia. A queste parole, Teramene replicò: “Per lo più gli oratori non colgono ciò che è necessario. Se infatti fosse in nostro potere imporre la pace, non vi sarebbe differenza alcuna se voi ascoltaste a che condizioni io ritengo sia bene per la città concluderla. Ma poiché i nemici sono in condizioni di superiorità, non è sicuro parlare della pace apertamente. Non è infatti chiaro che essi non riterranno di dover togliere nulla di ciò che concederemo loro, e che anzi cercheranno di imporre altre condizioni oltre a queste? Costoro dunque metteranno la scelta nelle loro mani, io invece nelle vostre”. Il popolo acconsentì allora a inviare Teramene presso Lisandro, “ritenendo che egli parlasse giustamente”.

Il rapporto con Lisia, molto significativo sia sul piano dei contenuti che su quello strettamente testuale, è stato diversamente discusso dagli studiosi. Alcuni sostengono che l’autore del papiro ha copiato Lisia; altri negano ogni rapporto fra i due testi e perfino l’esistenza di una fonte comune; altri ancora pensano ad una fonte comune non scritta, per esempio una tradizione orale sull’assemblea che conferì a Teramene l’incarico per le trattative presso Lisandro. Le coincidenze lessicali rendono però più probabile che Lisia e l’autore del papiro (probabilmente uno storico del IV secolo) abbiano una fonte comune scritta, alla quale si rifanno con atteggiamento diverso: le due fonti, infatti, pur avendo molti elementi in comune, sono di tendenza divergente (il papiro è sostanzialmente favorevole a Teramene, mentre Lisia gli è molto ostile).

Per tornare alla questione che ci interessa, sia Lisia sia l’autore del papiro (attraverso le parole degli oratori democratici) sottolineano l’inammissibilità dell’atteggiamento di Teramene, che pretende un incarico diplomatico senza rivelare i suoi piani all’assemblea e che, con il suo silenzio, tratta i cittadini da nemici, anzi peggio dei nemici stessi; tale atteggiamento segnala una profonda frattura fra l’uomo politico e la città ed è indice di disprezzo per le istituzioni democratiche. Particolarmente interessante è la replica di Teramene, cui il papiro dà uno spazio che non trova riscontro nelle altre fonti. Per giustificare la richiesta di segretezza, egli mette in campo il tema dell’emergenza, sottolineando la condizione di superiorità del nemico che impone la massima prudenza, e quello della sicurezza. Non è sicuro, egli dice, parlare della pace apertamente: gli Spartani infatti verrebbero informati di quanto Atene è disposta a concedere – presumibilmente attraverso spie di cui viene insinuata la presenza in assemblea, in una parte malconservata del papiro[14] – e aumenterebbero il peso delle loro richieste[15].

Le parole di Teramene, in contrasto con quelle dei democratici suoi avversari, segnalano il suo distacco dalla concezione democratica del potere, basata sul principio del mettere in comune ogni cosa in un contesto egalitario: concezione che egli considera del tutto inadeguata alla situazione di emergenza in cui Atene si trova. Si osservi che su questo stesso tema – l’inadeguatezza della democrazia ad assicurare la salvezza di Atene in un momento di grave crisi politica e militare – si era mossa già la propaganda degli autori del colpo di stato del 411, tra i quali lo stesso Teramene. Ora esso veniva riproposto, e ancora una volta con successo, in preparazione di un altro colpo di stato, quello che portò all’insediamento dei Trenta Tiranni.

Il caso di Teramene si distingue dai precedenti perché il sospetto di voler ricorrere al segreto per sfuggire alle normali forme di controllo richieste dalla democrazia appare, nel suo caso, più che fondato. Teramene non aveva in realtà alcun piano a favore di Atene; la versione ostile di Lisia, confermata da una autorevole fonte di tendenza diversa come Senofonte, mostra che il suo intento era semplicemente di prendere tempo, per indurre più facilmente gli Ateniesi alla resa. La vivacità delle reazioni, cui Lisia dà ampio spazio, rivela che il pur ragionevole pretesto della sicurezza, sottolineato dalla tradizione favorevole di cui il papiro si fa interprete, non bastò a convincere gli avversari politici di Teramene dell’ammissibilità di quello che appare un vero e proprio ribaltamento della corretta prassi democratica. Essa bastò tuttavia a ottenere l’approvazione di un popolo spaventato e disposto quindi ad affidarsi, come extrema ratio, alla mediazione di Teramene, pur nella consapevolezza di trovarsi di fronte ad una prassi abnorme e perciò quanto mai sospetta[16].

5. Ermocrate

Ermocrate, uomo politico siracusano di estrazione aristocratica, probabile “aspirante tiranno”[17], fu uno dei maggiori protagonisti delle vicende di Siracusa tra la prima spedizione ateniese in Sicilia (427-424) e il 408, anno in cui morì cercando di rientrare a forza nella sua città, da cui i democratici lo avevano esiliato.

La carriera di Ermocrate presenta diversi episodi che mettono in luce la sua aspirazione al potere personale. Un primo episodio si colloca nella primavera del 415, quando, secondo Tucidide (VI, 33-34), Ermocrate denunciò la gravità della minaccia ateniese e offrì ai concittadini suggerimenti per la mobilitazione (conclusione di alleanze con Sicelioti, Siculi, Italioti, Cartaginesi; richiesta di aiuto a Sparta e a Corinto): in questa occasione il democratico Atenagora lo accusò di sfruttare il tema dell’emergenza per spaventare il popolo e ottenere il potere personale. Tucidide in verità non dice che Ermocrate abbia formulato richieste relative alla propria persona: ma probabilmente Atenagora aveva ragioni per sospettare che egli intendesse approfittare della situazione per chiedere poteri eccezionali. Per Atenagora infatti l’intervento di Ermocrate si inserisce in un attacco oligarchico alla democrazia siracusana: “non oggi per la prima volta, ma da sempre li conosco, costoro che con simili discorsi o altri ancora più dannosi e con i fatti vogliono spaventare voi, il popolo, per aver loro il comando della città. E certo temo che dopo molti tentativi possano riuscirci” (Tucidide VI, 38, 2). Il secondo episodio, che ci interessa in modo particolare, si colloca nell’autunno dello stesso anno 415: Ermocrate, dopo le prime sconfitte siracusane, ebbe buon gioco a ricordare l’esattezza delle sue previsioni e si propose come stratego, nel contesto di una riforma della strategia siracusana (Tucidide VI, 72). Poiché il numero troppo elevato di strateghi (il collegio ordinario ne comprendeva ben quindici) aveva creato problemi di efficienza e di disciplina, Ermocrate ritiene che occorra “scegliere pochi strateghi e con pieni poteri, e giurare di lasciarli comandare come sapessero: in tal modo quello che doveva restare segreto sarebbe stato tenuto meglio nascosto e il resto sarebbe stato preparato con ordine e senza scuse”.

Ermocrate individua dunque le motivazioni delle difficoltà militari di Siracusa nel numero eccessivo di strateghi e nella dispersione del potere (polyarchia) e propone di affidarsi a pochi uomini competenti, conferendo loro pieni poteri e, soprattutto, vietando al popolo di interferire nella loro azione: invocando l’efficienza e, soprattutto, l’opportunità di mantenere segreti i piani si otteneva così di sottrarre gli strateghi all’obbligo del riferimento costante all’assemblea. L’obiettivo dell’intervento di Ermocrate, quindi, non sembra tanto quello di ottenere una più agile ed efficiente gestione delle decisioni militari, quanto quello di consentire agli strateghi di godere di una maggiore autonomia, affrancandosi dalle forme di controllo previste in democrazia; forme di controllo che evidentemente, a parere di Ermocrate, paralizzavano l’azione degli strateghi. Adducendo argomenti più che ragionevoli nella situazione di emergenza in cui Siracusa si trovava, Ermocrate ottenne il consenso dell’assemblea e la nomina a stratego autokrator con due colleghi. Tuttavia, già nell’estate del 414 i nuovi strateghi, sospettati di tradimento, vennero deposti (Tucidide VI, 103, 4) e sostituiti con uomini del partito democratico di Diocle: evidentemente qualcosa, nel loro comportamento, aveva confermato i sospetti di aspirazione al potere personale avanzati da Atenagora nella primavera precedente.

La conclusione della carriera di Ermocrate offre un’ulteriore conferma in questo senso. Eletto stratego nel 412 e inviato a sostenere Sparta contro Atene nella guerra nell’Egeo, Ermocrate fu raggiunto nel 410 da un provvedimento di esilio; rifiutò tuttavia di deporre il comando, fece appello ai suoi soldati ottenendone il giuramento di essere ricondotto a Siracusa e, con il denaro persiano, arruolò mercenari e allestì navi. Nel 408, approfittando della crisi dovuta all’intervento in Sicilia dei Cartaginesi, Ermocrate sbarcò nell’isola e organizzò uno spettacolare funerale per i caduti nell’assedio di Imera, che Diocle aveva lasciato insepolti dopo essersi mostrato incapace di difendere la città. Racconta Diodoro (XIII, 75, 2-5) che Ermocrate, giunto ad Imera, raccolse le ossa dei morti e le fece ricondurre in Siracusa, in modo che “Diocle, il quale manovrava per contrastare il suo ritorno, apparisse colpevole di aver abbandonato insepolti i caduti e perciò entrasse in urto con le masse popolari; lui invece, comportandosi umanamente, avrebbe riconquistato l’affetto della massa”. Seguì una lotta civile al termine della quale Diocle fu esiliato: ma i Siracusani non richiamarono Ermocrate, perché “l’audace intraprendenza dell’uomo faceva sospettare che, se fosse riuscito ad ottenere la posizione di capo (heghemonia), si sarebbe proclamato tiranno”. Il sospetto che impedì ai Siracusani di richiamare Ermocrate nel 408 ha a che fare con l’”egemonia”, cioè con la strategia, e sembra pertanto della stessa origine di quello che nella primavera del 414 aveva portato alla sua destituzione dalla strategia autocratica. Evidentemente, i Siracusani avevano ormai raggiunto la convinzione che Ermocrate, attraverso la strategia autocratica e lo spregiudicato uso della demagogia, intendesse conseguire un potere personale.

M. Sordi ha notato che Ermocrate e Teramene sono accomunati dall’adozione di tecniche demagogiche miranti ad eccitare l’irrazionalità delle masse e a manovrare l’assemblea: al funerale dei caduti di Imera, con cui Ermocrate tenta di mettere in crisi la democrazia siracusana e ottenere il rientro dall’esilio e il potere, fa riscontro per Teramene la patetica messinscena organizzata durante il processo contro gli strateghi ateniesi vincitori nella battaglia delle Arginuse, accusati nell’autunno del 406 di non aver raccolto i naufraghi; obiettivo di Teramene era eliminare la classe dirigente democratica e recuperare l’autorevolezza perduta dopo la mancata rielezione alla strategia (Senofonte, Elleniche I, 7, 8). Queste tecniche trovano il loro ambito di elaborazione nel dibattito sul modo di conquistare e di mantenere il potere personale, che accomuna politici e intellettuali di ambiente ateniese e siracusano, e hanno un obiettivo comune: scardinare la democrazia per sostituirla con la tirannide del singolo o del gruppo ristretto[18]. Una conferma delle affinità colte dalla Sordi può essere individuata nell’analogo ricorso alla tecnica del segreto e del silenzio da osservare con il popolo, per poter operare nell’ambito di un numero ristretto di persone con efficienza e sicurezza, ma soprattutto in totale autonomia dagli organi democratici.

Nel discorso di Ermocrate dell’autunno del 415 trova infatti riscontro la stessa negazione del principio della pubblicità della politica, con i suoi rischi di derive autocratiche, che emerge dall’atteggiamento di Teramene all’epoca delle trattative del 404. Ermocrate propone la concentrazione del potere nelle mani di pochi e un esercizio delle relative responsabilità, attraverso la strategia autocratica, in forma del tutto indipendente dal controllo assembleare (in linea con la richiesta terameniana di mandati personali e autocratici concessi sulla fiducia); ma soprattutto chiede, per motivi di sicurezza e di efficienza, che l’assemblea si impegni a non interferire nelle decisioni degli strateghi, perché possa essere mantenuto il segreto sulle loro iniziative. La pretesa che solo pochi ed esperti strateghi siano a parte delle decisioni non intende semplicemente evitare i contrasti, inevitabili all’interno di collegi troppo ampi; la richiesta di maggior libertà d’azione per un numero ridotto di strateghi ha in realtà lo scopo di concentrare il potere nelle mani di pochi e di ridurre al minimo il riferimento all’assemblea popolare. L’impegno giurato a non interferire costringe infatti l’assemblea a rinunciare spontaneamente, spinta dall’emergenza, alle sue prerogative più significative, prima fra tutte il diritto di essere l’interlocutore privilegiato dei magistrati eletti dal popolo. L’insistenza sull’opportunità di agire in segreto nasconde, anche in questo caso, pericoli autocratici, in quanto sgancia l’esecutivo dagli organi istituzionali in cui il popolo esercita la sovranità[19].

Gli episodi qui ricordati hanno, come si sarà notato, diversi elementi in comune. La necessità di osservare il silenzio e mantenere il segreto su alcuni elementi del dibattito politico si scontra con una consolidata prassi democratica, che si muove nel senso opposto della trasparenza e della pubblicità: per questo iniziative di questo genere partono da uomini politici autorevoli, in grado di chiedere al popolo quella fiducia che la pretesa di tacergli qualcosa implica. Le richieste di deroga dalla normale prassi democratica si collocano in contesti di emergenza e sono sempre giustificate sulla base di motivi di sicurezza, di efficienza o anche di semplice opportunità. Le fonti lasciano trapelare quasi sistematicamente sospetti di personalismo o addirittura di tirannide a carico dei protagonisti (fa eccezione il caso di Pericle, in cui appare evidente la presenza di un superiore interesse pubblico); nel caso di Teramene e di Ermocrate, la volontà di tacere all’assemblea elementi del dibattito risulta effettivamente collegata con la presenza di aspirazioni autocratiche. L’abbandono del criterio della trasparenza e della pubblicità, benché la stessa assemblea si lasci talora indurre per diversi motivi a ratificarlo, può dunque configurarsi come un vero e proprio reato di “inganno del popolo” (l’accusa di apate tou demou che colpì Milziade) e comportare rischi effettivi per la democrazia, allentando la vigilanza popolare e ponendo i presupposti per possibili degenerazioni di carattere autocratico.

Cinzia Bearzot

Università Cattolica di Milano

[1] Cfr.: C. Bearzot, Gruppi di opposizione organizzata e manipolazione del voto nell’Atene democratica, in Fazioni e congiure nel mondo antico, (CISA, 25), Milano 1999, 265-307; Ead., La terminologia dell’opposizione politica in Lisia: interventi assembleari (enantioumai, antilego) e trame occulte (epibouleuo), in L’opposizione nel mondo antico (CISA, 26), Milano 2000), 121-134.

[2] Cfr. P.A. Tuci, Milziade e la manipolazione della volontà popolare: il tema del silenzio, RIL 138 (2004), in corso di pubblicazione.

[3] Una variante del tema del silenzio in relazione a Temistocle si trova in Plutarco, Vita di Temistocle 20, 1-2 (cfr. Vita di Aristide 22, 2): quando ancora la flotta persiana si trovava in Grecia, a Pagase, Temistocle avrebbe dichiarato all’assemblea di avere un progetto utile e salvifico (ophélimon kaì soterion), ma che doveva restar segreto per il popolo (apórreton pròs toùs polloùs). Il popolo ordinò a Temistocle di comunicare il suo progetto (bruciare la flotta greca) al solo Aristide, il quale lo giudicò vantaggioso ma ingiusto; gli Ateniesi obbligarono allora a Temistocle di rinunciarvi. Il fiorire dell’aneddotica sul silenzio a proposito di Temistocle, che morì esule da Atene perché accusato di svolgere una politica personalistica d’intesa con la Persia, mi sembra significativa: questi atteggiamenti erano ritenuti propri di personaggi incapaci di mantenersi nei limiti loro imposti dalla polis.

[4] Cfr. M. Sordi, Temistocle e il papiro di Teramene, RIL 127 (1993), 93-101 (ripubblicato in Ead., Scritti di storia greca, Milano 2002, 513-521).

[5] Sul caso di Teramene cfr. infra, punto 4.

[6] Vi è un altro episodio relativo a Temistocle, la cui attendibilità è stata in genere respinta. Nel 483/2, Temistocle propose di investire i proventi delle miniere argentifere ateniesi nella costruzione di una flotta per la città, anziché ridistribuirli tra i cittadini. Il fatto è molto noto ed è raccontato da parecchie fonti, da Erodoto a Tucidide a Plutarco: interessa qui in modo particolare la versione di Aristotele (Costituzione degli Ateniesi XXII, 7), secondo cui Temistocle, dopo essersi opposto alla distribuzione del denaro al popolo, “propose di distribuire un talento a ciascuno degli Ateniesi più ricchi, ma senza dire per che cosa esso sarebbe servito”; gli Ateniesi accolsero questo suggerimento. Intento di Temistocle era di incaricare ciascun beneficiario della distribuzione di costruire una nave: la città si ritrovò così, all’insaputa del nemico, con una flotta di cento triremi.

[7] Tucidide non menziona il fatto preciso, però in alcuni accenni (II, 21, 1; cfr. I, 114, 2 e V, 16, 1; 3) mostra di conoscere la vicenda della presunta corruzione di Pleistonatte. Cfr. U. Fantasia, in Tucidide, La guerra del Peloponneso. Libro ii, Pisa 2003, 324.

[8] Cfr. C. Bearzot, Leader politici e qualificazione al potere nella polis greca, in Rivista della Scuola superiore dell’economia e delle finanze, II, 7, luglio 2005, *.

[9] Fonti: Senofonte, Elleniche II 2, 15-16; Lisia XII, 68-69; XIII, 8-10; Pap. Mich. inv. 5982 (“papiro di Teramene”).

[10] Senofonte, Elleniche II 2, 17.

[11] Senofonte, Elleniche II, 2, 22; Lisia XIII, 17 (cfr. XII, 70); Plutarco, Vita di Lisandro 14, 9-10.

[12] Fonti: Senofonte, Elleniche II, 3, 2 (cfr. II 3, 11); Lisia XII 71-72; Aristotele, Costituzione degli Ateniesi XXXIV, 3; Diodoro XIV, 3, 2 ss.; Plutarco, Vita di Lisandro 15, 1-2.

[13] Cfr. C. Bearzot, Il papiro di Teramene e le Elleniche di Ossirinco, Sileno 27 (2001) (= Le “Elleniche di Ossirinco” a cinquanta anni dalla pubblicazione dei frammenti fiorentini, 1949-1999, Atti del Convegno Firenze, 22-23 novembre 1999), 9-32.

[14] Cfr. ll. 31-32.

[15] Si noti che questa giustificazione sembra nota a Lisia, che velenosamente attribuisce proprio a Teramene il ruolo di “suggeritore” del nemico (XII, 70).

[16] Cfr. C. Bearzot, Per una nuova immagine di Teramene. P. Mich. inv. 5982 e il processo di Eratostene, in L’immagine dell’uomo politico: vita pubblica e morale nell’antichità, CISA 17, Milano 1991, 65-87; Ead., Lisia e la tradizione su Teramene. Commento storico alle orazioni XII e XIII del corpus lysiacum, Biblioteca di Aevum Antiquum 10, Milano 1997, 171 ss., 188 ss.

[17] Cfr. M. Sordi, Ermocrate di Siracusa, demagogo e tiranno mancato, ibidem, 595-600 (= La dynasteia in Occidente. Studi su Dionigi I, Padova 1992, 3-8).

[18] Cfr. M. Sordi, Ermocrate di Siracusa, demagogo e tiranno mancato, in Scritti Grosso, Roma 1981, 595-600 (= La dynasteia in Occidente. Studi su Dionigi I, Padova 1992, 3-8); M. Sordi, Teramene e il processo delle Arginuse, Aevum 55 (1981), 3-12 (= La dynasteia in Occidente. Studi su Dionigi I, Padova 1992, 9-22.

[19] Cfr. C. Bearzot, Tapórreta poieisthai. Ancora su Ermocrate e Teramene, RIL CXXVIII (1994), 271-281.

Annunci

Sorry, the comment form is closed at this time.

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: