ernesto scontento

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EURISPES, Italia 5 milioni le famiglie povere o a rischio.

Posted by ernestoscontento su luglio 8, 2007

Metà delle famiglie italiane vive l’incubo della “terza settimana”: già al venti del mese non riescono a far quadrare il magro bilancio.

Sono circa cinque milioni i nuclei familiari già indigenti o a rischio povertà. Metà delle famiglie italiane, precisamente il 51 per cento, ha difficoltà economiche ad arrivare a fine mese, Il 17,3 è in grave difficoltà, un altro 23 per cento dichiara di “tirare un po’ la cinghia” nell’ultima settimana del mese, solo il 23,6 per cento non ha alcun problema nella gestione delle finanze familiari.
È quanto emerge dal nuovo studio Eurispes sulla condizione finanziaria delle famiglie, realizzato in collaborazione con Federcasalinghe.
In particolare, ad essere a rischio povertà sono circa 2,5 milioni di nuclei familiari (l’11 per cento delle famiglie totali, cioè 8 milioni di persone).
In aumento anche la povertà che l’istituto di ricerca definisce in “giacca e cravatta”, quella che colpisce i ceti medi.
Secondo l’indagine, inoltre, è allarme anche per l’insolvenza dei mutui per la casa: il numero dei contratti non onorati è in aumento, nel solo 2006 le famiglie in difficoltà nel pagare le rate del mutuo sono cresciute del 5,1 per cento.
Il debito complessivo in sofferenza è di circa 11 miliardi di euro nel 2006 e le famiglie coinvolte sono almeno 410.000.

“L’inflazione ritorna a salire”. Secondo l’Eurispes l’inflazione ha ripreso a salire: ”Per primi lanciammo un segnale d’allarme nell’agosto del 2002 denunciando un’inflazione galoppante all’8%”, ricorda Gian Maria Fara. “Subimmo per questo dure critiche, ma per noi l’inflazione non è né di centrodestra né di centrosinistra.
Oggi, a distanza di cinque anni, segnaliamo nuovamente che l’inflazione, dopo un periodo di stasi, sta tornando a crescere più di quanto indicato dalle statistiche ufficiali”.

“Italia a due economie”. “La famiglia di fronte alla crisi del welfare”, mostra un’Italia a due economie: un’economia delle famiglie e una delle imprese. “Da un lato cresce il PIL, sostenuto prevalentemente dalle esportazioni e non dai consumi interni; dall’altra, manca una condivisione della crescita che, per il momento, si risolve ad esclusivo vantaggio delle imprese”.

Ma dove tagliano gli italiani per ridurre le spese?

Innanzitutto, riducono le risorse destinate ai regali (“abbastanza” nel 39,9% dei casi e “molto” nel 23,1%); poi privilegiano l’acquisto dei prodotti in saldo (il 40,8% lo fa abbastanza spesso e il 23,6% ancora più frequentemente). Il 56,3% si rivolge “molto” o “abbastanza” frequentemente ai punti vendita più economici come i discount. I grandi magazzini e gli outlet affascinano invece i consumatori quando si tratta di abbigliamento “molto” o “abbastanza” rispettivamente nel 24% e nel 43,2% dei casi.

“Sempre più finanziarie, disposte a fare prestiti”. “Un numero sempre crescente di famiglie – cosi spiega l’onorevole Federica Rossi Gasparrini, presidente di Federcasalinghe – è assediato da una comunicazione martellante che spinge verso un sempre maggiore indebitamento. Basti pensare che la pubblicità delle finanziarie è aumentata del 28% negli ultimi anni ed oggi rappresenta un fenomeno sfacciato”.

Il tutto in un paese che a i salari più bassi d’Europa, come rileva un altro comunicato dell’ Euroispes uscito a Marzo 2007.

Gli stipendi nel nostro Paese sono colpiti dal cuneo fiscale e dall’incidenza dell’inflazione
Vantaggi per la competitività.

Nello studio, esclusa la pubblica amministrazione

Eurispes, l’Italia maglia nera dei salari. La busta paga cresce meno che nella Ue

Crescono poco i salari in Italia e comunque molto meno degli altri paesi europei. Se in Gran Bretagna la busta paga dal 2000 al 2005 è cresciuta del 27,8%, in Italia la crescita è stata solo del 13,7% (la media europea è del 18%). Solo la Germania e la Svezia, paesi dove comunque i livelli retributivi sono mediamente superiori rispetto all’Italia, segnalano un crescita inferiore. Lo rileva uno studio dell’Eurispes che prende in considerazione i lavoratori dell’industria e servizi esclusa la pubblica amministrazione.

Se si guarda poi al potere di acquisto dei salari, emerge che l’Italia è davanti solo al Portogallo. Ha pesato, secondo l’istituto, l’inflazione che di fatto “ha prosciugato i salari”. Sotto il profilo della competitività, invece, il basso costo del lavoro risulta “un vantaggio perché la modesta dinamica salariale – evidenzia l’Eurispes – se confrontata con quella dei nostri partner europei, ci assicura un discreto vantaggio in termini di costi”. In Italia il costo medio in euro per ora di lavoro è inferiore a quello di tutti paesi europei ad eccezione della Spagna, della Grecia e del Portogallo.

La posizione del nostro Paese non cambia all’interno della classifica europea, se passiamo a considerare il livello dei salari lordi (l’Italia è al quartultimo posto).

Il cosiddetto cuneo fiscale è molto diverso da paese a paese e va dal 51% della Germania per un lavoratore senza famiglia a carico al 22,3% del lavoratore con moglie e due figli a carico in Irlanda, che è il paese con il minor peso del cuneo fiscale comunque lo si calcoli. Per quanto riguarda ancora il cuneo fiscale l’Eurisopes fa notare come la posizione del lavoratore italiano peggiori ancora nel caso in cui la classifica prende in esame il reddito annuo netto: in questo caso l’Italia con 16.242 euro è penultima nel 2006 fra tutti i paesi europei, perché solo i portoghesi con 13.136 euro si accontentano di retribuzioni inferiori alle nostre.

Si nota anche che negli ultimi tre anni la posizione del Paese è peggiorata: nel 2004 e nel 2005 le retribuzioni nette erano superiori a quelle greche e appena inferiori a quelle spagnole: solo nel 2006 vi è stato il sorpasso della Grecia.

“In questa classifica l’Italia – evidenzia Eurispes – non si trova più agli ultimi posti: balza al quarto posto, preceduta solo dal Belgio, dalla Svezia e dalla Germania” e dunque il cuneo fiscale “appare particolarmente gravoso nel nostro Paese”.

Il nostro cuneo fiscale già nel 2004 pesava infatti per oltre il 45% (45,8% ad essere precisi) per un lavoratore senza familiari a carico e per il 36,6% per un lavoratore con moglie e due figli a carico.

Per quanto riguarda invece gli stipendi e i carichi di famiglia l’Italia, nell’ambito della imposizione sul lavoro, “attua una moderata politica familiare. Infatti il cuneo – calcola l’Eurispes – è del 9% inferiore per il lavoratore con tre persone a carico, rispetto a quello senza carichi familiari”.

L’inflazione – conclude lo studio – ha infine giocato un ruolo non trascurabile nel deprimere i salari dei nostri lavoratori in termini di potere d’acquisto: essa infatti negli ultimi quattro anni ha avuto “un andamento decisamente superiore alla crescita dei salari lordi calcolati in euro riducendo ulteriormente il valore reale dei salari netti in termini di potere d’acquisto”.

Ridiamo una lettura al Rapporto Eurispes Gennaio 2006

L’Italia non cresce più

Un paese di nuovi ricchi con intere fasce di popolazione impoverita, messe in ginocchio da un tasso d’inflazione arrivato a una crescita complessiva del 23,7% negli ultimi 4 anni e da un’erosione del potere d’acquisto che non si rimargina. Un paese che produce sempre meno (la produttività del lavoro, nell’ultimo decennio, è calata del 10,8%). E che (lo sanno anche i bambini, ormai) investe briciole in ricerca. Questo il cupo ritratto dell’economia italiana che emerge dal Rapporto 2006 Eurispes presentato oggi a Roma. Per il Presidente dell’istituto di ricerca, Gian Maria Fara, l’Italia «non riesce a trasformare la propria potenza in energia. E’ un paese dalle grandi risorse e dalle grandi potenzialità che non riesce a esprimere e ad affermare un progetto di crescita e di sviluppo. Che non riesce ad individuare un percorso originale al quale affidare il proprio futuro, afflitto dalla difficoltà di attuare un’aristotelica trasformazione della potenza in atto».

La ricerca segna il passo

«L’aspetto più macroscopico dell’andamento negativo della nostra economia negli ultimi anni – sottolinea l’Eurispes nel Rapporto – è l’allargamento del divario tra l’Italia e il resto del mondo e il peggioramento del paese nella gerarchia della competitività nazionale sullo scenario mondiale». L’istituto calcola che nel decennio 1994-2004 la spesa per la ricerca in Italia si è attestata su valori intorno all’1% del Prodotto interno lordo annuo. Senza considerare i paesi extra europei (il Giappone ha speso il 3,1% del Pil e gli Stati Uniti il 2,6%), la Svezia (4%) e la Finlandia (3,5%), spendono in Ricerca e Sviluppo più del triplo di quanto spende l’Italia. Oltre il doppio, invece, spendono Danimarca e Germania (rispettivamente 2,6% e 2,5% del Pil).

E la produttività cala da dieci anni

In 10 anni la produttività del lavoro è calata del 10,8%. E l’Eurispes evidenza che si prevede un andamento decrescente anche per il 2006 e il 2007. «Nel periodo 2000-2005 – sottolinea il Rapporto – si è registrato in Italia un clima generale di stagnazione e di decremento dei valori dell’apparato industriale, con particolare riferimento ai settori del cuoio e pelle (-31% in termini di valore aggiunto rispetto al 2000), della produzione di macchine elettriche (-28,7%) e quello dei mezzi di trasporto (-21,3%). Di pari passo, si è assistito al calo generalizzato del numero degli addetti nel settore industriale a livello nazionale con una riduzione del 2,7% dal 1999 al 2004 (-139.400 addetti)». Nel 2005, il tasso di crescita del Pil italiano soprattutto a causa della negativa performance industriale si è attestato su valori compresi tra lo 0,1% e lo 0,2%.

Consumi e potere d’acquisto

Le famiglie italiane hanno sperimentato nel corso del 2005 una rilevante riduzione del proprio potere d’acquisto, un fenomeno che si protrae ormai dal 2001. «Infatti – ricorda l’Eurispes -, sul fronte dei consumi familiari in soli dodici mesi il credito al consumo ha avuto una crescita del 23,4%, pari quasi a 47 miliardi di euro, nel 2005 e accentuando una tendenza già manifestata negli anni passati. Se, da una parte, si è registrata un’impennata dell’indebitamento delle famiglie italiane, dall’altra, non si è riscontrata una altrettanto visibile crescita dei consumi pro capite che hanno segnato, nell’ultimo biennio, incrementi modesti dell’ordine dell’1% annuo».

Nel periodo 2001-2005 l’Eurispes ha calcolato una crescita complessiva dell’inflazione del 23,7% con una perdita di potere d’acquisto delle retribuzioni pari al 20,4% per gli impiegati, al 14,1% per gli operai, al 12,1% per i dirigenti e all’8,3% per i quadri.

Aumentano le famiglie povere e a rischio povertà

In Italia, secondo l’Istat, vivono in condizioni di povertà relativa ben 2 milioni e 674mila famiglie (l’11,7% delle famiglie residenti), pari ad un totale di 7 milioni e 588mila persone (il 13,2% della popolazione italiana). Oltre all’incremento del numero delle famiglie povere (+ 300mila) l’Eurispes stima che circa 2.500mila nuclei familiari siano a rischio povertà, l’11% delle famiglie totali, ben 8 milioni di persone. Il totale delle persone a rischio povertà e di quelle già comprese tra gli indigenti è allarmante: si possono stimare circa 5.200.000 nuclei familiari, all’incirca il 23% delle famiglie italiane e più di 15 milioni di individui, di questi quasi 3 milioni sono minori di 18 anni (circa 1.700mila minori sono già poveri e i restanti a serio rischio povertà).
Prove tecniche di sopravvivenza. Per oltre il 58% degli italiani i soldi a propria disposizione non bastano ad arrivare a fine mese. Questo ha significato negli ultimi anni un profondo cambiamento degli stili di vita e comportamenti di consumo dei cittadini, costretti ad attuare delle vere e proprie tecniche di sopravvivenza e riducendo il livello di spesa per alcune voci. Per fronteggiare la carenza di risorse, la stragrande maggioranza degli italiani ha operato tagli non solo alle spese per il tempo libero (61,5%) e per viaggi e vacanze (64%), ma anche alle spese destinate ai regali (72%) o ai pasti fuori casa (oltre il 66%). Se il 74,4% ha limitato le uscite, molti hanno cercato di trasferire all’interno del proprio microcosmo privato i momenti di loisir solitamente consumati all’esterno: circa il 73%, ad esempio, ha sostituito la pizzeria o il ristorante con cene a casa di amici, il 63% ha rinunciato al cinema ed ha affittato un film da vedere a casa, il 50,4% ha visto/acquistato in Tv la partita che avrebbe voluto invece vedere allo stadio.

La mappa dei nuovi ricchi.

L’Eurispes ha analizzato la distribuzione della ricchezza in Italia individuando quali categorie si sono maggiormente arricchite e quali hanno subito i maggiori contraccolpi della crisi economica. I nuovi ricchi si devono cercare soprattutto nei settori finanziario, assicurativo, immobiliare e dei servizi alle imprese: medi e grandi azionisti, brokers e consulenti delle società finanziarie e assicurative; medi e grandi azionisti delle società di telefonia fissa e mobile, concessionari e rivenditori di servizi telefonici; medi e grandi azionisti e manager delle aziende erogatrici di public utilities; concessionari/rivenditori di spazi pubblicitari televisivi e radiofonici e agenti pubblicitari del settore privato della comunicazione. Ma anche commercianti all’ingrosso e al dettaglio; imprenditori del settore dell’edilizia, immobiliaristi e agenti immobiliari; produttori e rivenditori di beni di lusso; titolari di centri estetici e beauty farm.

Anche diverse tipologie di liberi professionisti come avvocati e consulenti legali dei settori finanziario, assicurativo e immobiliare, medici specialisti e dentisti, commercialisti e tributaristi hanno potuto sfruttare il ciclo economico di elevata inflazione adeguando verso l’alto in maniera pesante onorari, tariffe e parcelle professionali.

Tra chi ha perso bisogna annoverare innanzitutto i piccoli risparmiatori, travolti da vere e proprie truffe finanziarie, alcune componenti del piccolo artigianato e della piccola distribuzione, i piccoli e medi imprenditori agricoli che non sono stati in grado di consorziarsi per ridurre i costi e aumentare il loro potere contrattuale nei confronti dei grossisti e dei rivenditori. La crisi del manifatturiero tradizionale, ha coinvolto oltre agli imprenditori di aziende non sufficientemente strutturate sul piano organizzativo, anche le maestranze specializzate e le piccole imprese contoterziste a conduzione familiare. Anche gli operatori dello spettacolo sono stati colpiti dalla crisi economica e nell’ultima Finanziaria hanno visto ridursi in maniera drastica il Fondo unico destinato a questo settore.

La difficile congiuntura – si legge ancora nel Rapporto – ha investito in maniera rilevante ampie fasce di lavoratori dipendenti (impiegati e operai), che in molti casi attendono da anni il rinnovo del contratto nazionale di lavoro e, soprattutto, i lavoratori atipici e parasubordinati, il cui numero è fortemente aumentato negli ultimi anni grazie alle nuove riforme nel campo del diritto del lavoro. Tra quanti hanno perso vi sono i pensionati che, oltre a subire una forte perdita del potere d’acquisto, hanno dovuto farsi carico del sostentamento di figli e nipoti che a causa della precarizzazione dei rapporti di lavoro non riescono a far quadrare il proprio bilancio familiare.

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