ernesto scontento

“Disapprovo ciò che dici, ma difenderò alla morte il tuo diritto di dirlo ” (Voltaire)

L’Europa nell’età globale

Posted by ernestoscontento su agosto 5, 2007

In breve
Il modello sociale europeo – il suo sistema di welfare e di protezione sociale –, considerato da molti il fiore all’occhiello del Vecchio Continente, è entrato in grave sofferenza in molti Stati dell’Unione. La sua riforma è una questione urgente insieme alla necessità di riavviare la crescita economica. I paesi europei che hanno registrato i risultati peggiori hanno molto da imparare da quegli Stati che hanno saputo gestire in modo più efficace le nuove sfide.
Di fronte all’impatto della globalizzazione, bisogna affrontare cambiamenti radicali: la trasformazione dello stile di vita deve entrare a pieno titolo nella definizione di welfare e le problematiche ambientali devono essere messe in rapporto diretto con gli altri doveri del cittadino. Anthony Giddens, le cui opere hanno ridisegnato il pensiero sociale e politico degli ultimi decenni, in questo nuovo, importante saggio indica la strada da seguire.

Indice
Prefazione – 1. Il modello sociale – 2. Cambiamento e innovazione in Europa – 3. Giustizia sociale e divisioni sociali – 4. Dal welfare negativo al welfare positivo – 5. Cambiamento dello stile di vita – 6. A livello comunitario – 7. Otto tesi sul futuro dell’Europa – Appendice. Lettera aperta sul futuro dell’Europa – Note – Glossario – Indice analitico

Gli scopi di questo volume sono molteplici.

Il primo è individuare le politiche economiche e sociali più avanzate nel vecchio continente, e ricavarne delle lezioni. La mia analisi non sarà ristretta all’Unione Europea, verranno riportati anche dati ed esempi di altre parti del mondo. Sui meriti del modello sociale europeo è in corso un acceso dibattito tra chi sostiene che garantisce vantaggi competitivi e chi afferma al contrario che rappresenta, dal punto di vista economico, un handicap. In realtà, esistono molti modelli sociali europei diversi, e alcuni sono più efficienti di altri. I dati dimostrano che i paesi che sono riusciti a realizzare riforme sono più competitivi sul mercato globale e sono in grado di assicurare elevati livelli di giustizia sociale; due elementi che non sono in contraddizione tra loro, ma che anzi si rafforzano vicendevolmente. Il futuro dell’Europa – e forse anche la sopravvivenza dell’Ue come forza di rilievo – è legato all’allargamento di queste riforme a tutta l’Unione.
Le riforme sono fondamentali, ma non sono sufficienti. Dobbiamo pensare in modo più audace. In Europa si discute molto sull’affermazione dell’economia della conoscenza, ma questo dibattito non è accompagnato da un’analisi altrettanto approfondita dei cambiamenti sociali. E, senza quest’analisi, non possiamo sperare di avere efficaci programmi di giustizia sociale e di welfare.
Alcune delle sfide a cui l’Europa deve rispondere sono applicabili a tutte le società sviluppate. Altre sono più legate al contesto europeo, in particolare la scomparsa delle società di tipo sovietico dell’Europa orientale. Bisogna smettere di far finta che l’Unione Europea del dopo-1989 sia semplicemente una versione allargata di ciò che c’era prima. L’identità dell’Unione non può rimanere invariata ora che c’è un confine aperto a est (e sempre più aperto anche a sud).
Il modello sociale europeo è stato definito in buona parte per contrasto: con l’Unione Sovietica e l’Europa orientale da un lato e con il liberismo americano dall’altro. Ma è un’autodefinizione che oggi non è più pertinente. Quando ragioniamo sulle riforme e sui cambiamenti, non è solo al 1989 che dobbiamo reagire, ma anche alle forze e alle influenze che quegli eventi hanno determinato, legate innanzitutto all’ascesa della globalizzazione. È per questo, sulla falsariga di Martin Albrow, che ho scelto di intitolare questo libro L’Europa nell’età globale. L’età globale è uno stato di cose, un insieme di condizioni sociali che segnalano numerosi cambiamenti nelle nostre vite. La globalizzazione, per contro, è un processo, un insieme complesso di processi, che fa riferimento alle forze e alle influenze responsabili di quei cambiamenti.
Una «lotta per l’Europa» è in corso. È un’espressione che ha più di un significato. Una lotta per l’Europa nel senso di uno scontro fra diverse versioni di ciò che l’Unione rappresenta, e della forma che dovrebbe assumere nel futuro. Ma anche una lotta in cui deve impegnarsi l’Europa per ritagliarsi un posto in un mondo di grandi trasformazioni. Io sono a favore dell’Europa e voglio che l’Unione progredisca, cosa che reputo possibile. Ma è un processo che non sarà facile e che è tutt’altro che scontato. Se questo libro riuscirà a offrire un contributo anche modesto al dibattito attualmente in corso sulla direzione che dovrebbe imboccare l’Unione, mi riterrò soddisfatto.

Anthony Giddens

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Giddens al festival dell’economia

Un modello sociale europeo è possibile, ma per averlo accanto all’innovazione economica è necessario anche promuovere un profondo cambiamento del welfare. In futuro le politiche sociali saranno sempre meno standardizzate; dovranno puntare alla prevenzione, promuovere stili di vita e valori “positivi”, offrire agli utenti possibilità di scelta. Questa in sintesi la lezione di uno degli ospiti più attesi del festival dell’Economia, Anthony Giddens, già direttore della London School of Economics e docente di sociologia a Cambridge, nonché “padre” del concetto di “terza via”, ovvero quel processo di riforma del bagaglio di idee e di politiche che sono patrimonio dello schieramento socialdemocratico, dall’Inghilterra agli Usa passando per tanti altri paesi europei e mondiali. Giddens ha esordito con parole di elogio per il festival di Trento, rammaricandosi di non avere avuto lui quest’idea e di non averla realizzata a suo tempo proprio a Londra. Dopo aver brevemente ripercorso l’inizio del suo coinvolgimento attivo in politica, nell’ambito degli incontri organizzati fin dal 1997 dal partito Laburista britannico con i Democratici americani – assieme fra gli altri ai Clinton, ai Blair, a Gordon Brown – e poi via via allargatisi a tanti altri paesi, Giddens è passato ad illustrare i cambiamenti epocali sopravvenuti negli ultimi anni, ovvero: globalizzazione, che per Giddens è sinonimo di più interdipendenza non solo sul piano economico ma anche su quello culturale; nuova economia, sintetizzabile con il dato riguardante gli occupati nei settori dell’agricoltura e dell’industria in Inghilterra, oltre il 40% trent’anni fa, sotto il 15% oggi; infine, un diverso rapporto fra Stato, società civile e cittadino, all’insegna di un crescente desiderio di coinvolgimento delle persone, delle comunità, dei popoli nell’assunzione delle decisioni. Venendo al campo del welfare, Giddens innanzitutto ha fatto piazza pulita delle obbiezioni solitamente sollevate dalla destra, che vorrebbe semplicemente eliminarlo, anche al fine di ridurre la pressione fiscale e quindi di accrescere la competitività. “Gli studi fatti in Europa dimostrano che gli stati più competitivi, come quelli scandinavi, non hanno rinunciato a forme di protezione sociale”, ha tagliato corto. Tuttavia anche Giddens è convinto che il vecchio stato sociale stia finendo. Vediamo allora brevemente quali sono le sue caratteristiche principali. In primo luogo, il welfare tradizionale interviene a posteriori per correggere o limitare gli effetti di eventi negativi già accaduti, come la perdita del posto di lavoro o l’insorgere di una patologia sanitaria. In secondo luogo, il vecchio welfare è “paternalista”: eroga il servizio dall’alto, ed è un servizio altamente standardizzato. Il terzo luogo, il welfare tradizionale è indifferente alla questione degli stili di vita. “Noi oggi abbiamo bisogno di un nuovo welfare – ha ribadito a questo punto della sua analisi Giddens – che deve essere nuovo fin dal nome. Anziché stato sociale potremmo chiamarlo sistema di investimento sociale con funzioni di welfare.” Investimento, dunque, ed in questa parola è racchiusa buona parte di quell’idea di novità, di cambiamento rispetto agli schemi del passato di cui il sociologo britannico si è fatto portatore in questi anni. Vediamo dunque le tre caratteristiche speculari di questo welfare rinnovato. In primo luogo, il nuovo sistema di investimento sociale dovrà avere funzione preventiva. Le sue azioni saranno orientate quindi in maniera prioritaria ad evitare il manifestarsi degli eventi negativi. In secondo luogo, il nuovo welfare dovrà prendere atto che viviamo in una società che si è abituata a scegliere, perché scegliere significa esercitare un potere. Per cui bisognerà introdurre forme di diversificazione dell’offerta, puntare ad un sistema che sia in grado di erogare prestazioni sempre più personalizzate, meno standard. Infine, il nuovo welfare sarà giocoforza interessato a promuovere stili di vita e finanche valori positivi. Esso punterà quindi sull’accrescimento del capitale umano (istruzione, formazione) e del capitale sociale (reti, associazioni di cittadini), e si preoccuperà di correggere quei comportamenti che di fatto generano i problemi e le patologie, ad ogni livello. Dai problemi legati all’obesità o al cancro, prodotti da abitudini e stili di vita nocivi, ad un grande “macroproblema” come quello del surriscaldamento del pianeta, che impone a tutti i cittadini di cambiare rotta, di evitare quanto più possibile quei comportamenti le cui ricadute sono negative per tutta la società, come un consumo eccessivo di energia o un uso smodato dell’auto. In altre parole: il nuovo welfare sarà un welfare “attivo”, con caratteristiche positive, che non si limiterà a cercare di rimuovere le cause dell’infelicità ma di stimolare comportamenti e azioni utili all’intero corpo sociale. Qualche indicazione ancora sul “che fare”, prendendo ad esempio un settore specifico, quello dei problemi causati dalle cattive abitudini alimentari : bisognerà rivolgersi innanzitutto ai bambini, con campagne mirate, perché certi problemi cominciano a manifestarsi fin dalla tenera infanzia, quando gli individui sono più facilmente vittime di campagne promozionali spregiudicate. Ma bisognerà agire anche sul mondo degli adulti, ad esempio regolamentando certe attività commerciali ed esercitando forme di pressione o di controllo sulle imprese. In conclusione, insomma, un sistema sociale europeo, che non si rassegni agli enormi squilibri sociali che si registrano oggi negli Stati Uniti, e che possa essere utile anche a paesi come India e Cina, che stanno sperimentando assieme ad una crescita accelerata delle loro economie anche l’insorgenza di nuove forme di disuguaglianza, è possibile. Bisogna avere però il coraggio di cambiare.

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