ernesto scontento

“Disapprovo ciò che dici, ma difenderò alla morte il tuo diritto di dirlo ” (Voltaire)

La ripresa italiana sta perdendo colpi.

Posted by ernestoscontento su agosto 6, 2007

LA CINA METTE DAZI DEL 10% SULL’IMPORTAZIONI DI MACCHINARI,MENTRE IL SUO PIL CRESCE DEL 12% NEL 2006.

Continuiamo a dormire sugli Allori!!!!

La la diffusione dei progressi si sta attenuando, mentre le condizioni di investimento sono drasticamente peggiorate.

C’è minore ottimismo sulle prospettive a breve e medio termine e si attenuano le intenzioni di effettuare assunzioni.

Il quadro meno roseo è dipinto dalle imprese italiane ed è in sintonia con la produzione industriale piatta, il calo di fiducia manifestato dalle aziende manifatturiere, il rallentamento dell’export e la battuta d’arresto dei posti di lavoro.

Contrasta, invece, con il balzo registrato da fatturato e ordini in maggio.

Comincino a farsi sentire gli effetti dell’euro forte e del rialzo dei tassi, fattori però che non sembrano incidere sul dinamismo dell’economia tedesca, strutturalmente abituata a fronteggiare la rivalutazione del cambio.

Lo scenario economico, infatti, è migliorato nei precedenti tre mesi per il 25,7% delle aziende, contro il 41,7% della rilevazione di marzo e in linea con il valore contenuto di dicembre, nel pieno delle polemiche sulla Finanziaria.

È salita la quota di chi percepisce un deterioramento.

Il calo dell’ottimismo è stato meno marcato nelle imprese maggiori, tra le quali il 38,9% segnala un miglioramento del quadro, nei servizi (28%) e al Nord-Est (27,3%), mentre è stato più marcato al Centro (21,5%).

Sempre al Nord-Est le imprese assegnano la maggiore probabilità, tra quelle indicate dagli intervistati, a un ulteriore progresso nel corso dell’estate; al Centro e al Sud, invece, c’è più cautela.

La visione più incerta ha contagiato anche le aspettative sull’evoluzione dei mercati in cui sono direttamente attive le imprese italiane.

Solo il 17,6% ora si attende un avanzamento (23,9% in marzo), con punte del 20,7% tra le grandi aziende, del 19,2% nel terziario e del 19% nel Nord-Est.

Il pessimismo è invece più diffuso al Centro.

Nelle fasi più avanzate del ciclo l’occupazione continua a crescere e infatti ancora il 30% delle aziende prevede i posti di lavoro in rialzo nei prossimi tre mesi.

Con uguale ripartizione tra contratti a tempo indeterminato e contratti a termine.

L’espansione maggiore è attesa nei servizi, mentre ci si attende stabilità nell’industria.

Il saldo più alto è nel Nord-Est, quello minore è al Sud, dove le prospettive di riduzione superano addirittura quelle di incremento dell’occupazione.

I risultati dell’ultima indagine di Banca d’Italia, condotta a giugno.

Che cosa influenza il nostro benessere?

IL LEVITANO DI SEMPRE…SE NON CI SONO MARGINI LE IMPRESE NON INVESTONO, LA COMPRESSIONE DA QUALCHE PARTE DEVE AVVENIRE PER INCENTIVARE L’INVESTIMENTO…..CHI E’ L’ANELLO DEBOLE DELLA CATENA?

Mentre noi perdiamo la produttività, nel mondo globale, ci sono paesi che chiedono maggiore lavoro, per aumentare il proprio PIL PROCAPITE e, di conseguenza il benessere . Nei paesi in via di sviluppo non esiste lo stato sociale che noi occidentali abbiamo conquistato con anni di lotta, COME QUADRARE IL CERCHIO?

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LA STORIA PUO’ INSEGNARE?

Il costo della disoccupazione

Tra i costi dell’economia, quello della disoccupazione è il più drammatico. Ogni disoccupato costa non solo perché è a carico della collettività, ma anche perché la sua produzione potenziale è persa. Quando la disoccupazione è di massa, come nel caso attuale dei paesi dell’EU, essa diventa il principale costo dell’economia.

Se vogliamo innestare la ripresa economica, risanare i bilanci ecc., questo costo deve essere assolutamente rimosso.
Nel 1945, sul finire della Seconda Guerra Mondiale, uno dei principali collaboratori di Roosevelt, Henry Wallace, elaborò un calcolo della ricchezza persa a causa della disoccupazione.

Il risultato fece una tale impressione che sotto il suo impatto pubblico fu varata la Legge per la Piena occupazione che il Congresso varò nel 1946. Wallace era stato ministro dell’Agricoltura e del Commercio di Roosevelt, di cui si apprestava a raccogliere l’eredità politica e la Presidenza, ma la corrente avversaria nel Partito Democratico impose Truman e le cose presero un’altra piega.

Tenace sostenitore della teoria economica di Alexander Hamilton e del suo Rapporto sulle Manifatture, Wallace pubblicò un libro intitolato “60 Million Jobs”, che rilanciava l’obiettivo delineato da Roosevelt di creare 60 milioni di posti di lavoro nel dopoguerra proseguendo nel ruolo dirigistico dello stato inaugurato con il New Deal e proseguito con la mobilitazione bellica.

In quel libro Wallace calcolò e illustrò con un grafico il dato secondo cui la disoccupazione seguita alla Grande Crisi del 1929 aveva provocato agli Stati Uniti la perdita di 350 miliardi di dollari, equivalenti a due volte l’intera produzione del 1942 (Vedi figura 1).

Questo è il grafico con cui Henry Wallace illustrò la perdita di ricchezza subita dall’economia americana a causa della Grande Depressione.

Il fondo della depressione si toccò nel 1932, con oltre 10 milioni di disoccupati.

Dal 1933, anno di partenza del New Deal, la curva dell’occupazione risale decisamente, fino a oltrepassare nel 1942 la soglia della piena occupazione e della forza lavoro impiegabile.

E’ un paradosso che si spiega con la mobilitazione bellica che coinvolse le donne e gli anziani normalmente non considerati come parte della forza lavoro.

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APPROFONDIMENTI:

agosto 2007 Produzione industriale in frenata a giugno

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