ernesto scontento

“Disapprovo ciò che dici, ma difenderò alla morte il tuo diritto di dirlo ” (Voltaire)

“Abolire la Miseria” di Ernesto Rossi

Posted by ernestoscontento su settembre 14, 2007

L’equità di un grande liberista.

Inflessibile contro monopoli e protezionismi, ma anche contro disuguaglianza e povertà.

In un momento in cui la politica a perso la bussola di orientamento, dove i nuovi leader politici riscoprono valori come “ I CARE” o pronunciano “ bisogna combattere la povertà e non la ricchezza”.

Occorre fare una rilettura di Testi, non certo nuovi come ABOLIRE LA MISERIA, che è un testo certamente invecchiato, ma di grande interesse perché resta un modello del pensiero riformista…


Il significato più profondo del libro si chiarisce meglio ripercorrendone la storia.
Pubblicato nel 1946 a Milano, il testo era stato scritto quattro anni prima, nel 1942, in uno dei luoghi sacri della nuova Europa: l’isoletta di Ventotene. Lì Ernesto Rossi era stato confinato dal regime fascista in ottima compagnia: Eugenio Colorni, Altiero Spinelli, Sandro Pertini.
Sono i nomi che compaiono in calce all’ormai leggendario “Manifesto di Ventotene”, nel quale si prospettavano le ragioni dei futuri Stati Uniti d’Europa.
Considerato da Luigi Einaudi come il suo migliore discepolo, Rossi era innanzitutto un economista, ma era anche un liberale autentico.
La tesi centrale del libro resta solidamente attuale: la miseria non è il risultato necessario del sistema capitalistico, ma proprio per questo occorre tenere i capitalisti lontani dalla tentazione di credere che la povertà di alcuni strati della popolazione sia la condizione dello sviluppo economico generale, oltre che delle loro private fortune.
Bisogna dunque avere il coraggio di predisporre un programma per abolire la miseria.
Nella sua introduzione alla ristampa dell’ormai classico Abolire la miseria di Ernesto Rossi (Roma-Bari, Laterza, 2002, pp. 244, 15 euro).
Paolo Sylos Labini, che di Rossi fu amico assiduo e devoto, pensando a quanti sono oggi partecipi dell’avventura berlusconiana, scrive che di questi tempi “si definiscono liberali in gran parte quelli che non lo sono”.
Tuttavia, sessant’anni dopo la stesura, sarebbe riduttivo trasferire il testo di Rossi nella politique d’abord dell’Italia del 2002.
Abolire la miseria è un piano radicale di protezione sociale scritto da un liberista.

L’idea di fondo, simile al contratto sociale dei Webb, è di abolire la miseria con la fornitura gratuita dei beni e servizi essenziali per un minimo definito di vita civile senza regalare nulla a nessuno e senza sopprimere le “ineguaglianze salutari” che devono restare fra pigri e laboriosi, inetti e capaci.

«La miseria è una malattia infettiva.

Chi ne è colpito demoralizza tutti coloro con cui è in contatto». E’ questo l’antefatto ideale del saggio Abolire la miseria, che Ernesto Rossi (1897-1967) scrisse nel 1942 durante il confino politico a Ventotene e pubblicò per la prima volta nell’immediato dopoguerra.

Vi si trova riflessa una delle coscienze più limpide della democrazia italiana.

E’, come indica il titolo, un’opera propositiva, permeata di pragmatismo britannico e di arguzia toscana.

Non occorre essere un economista per avvertirne il fascino.

La perorazione di Rossi, non è da confondere con il facile «buonismo».

Lo si vede nell’energia con la quale l’autore quasi schernisce tutti gli interventi di «beneficenza» o di «soccorso incondizionato», sia quelli di matrice religiosa, sia quelli escogitati dalla sociologia e dal sindacalismo moderni, con i quali ci si illude di debellare povertà e disoccupazione.

Sono le sue origini liberali, la sua ribadita discendenza da Adam Smith e la sua filiale vicinanza a Luigi Einaudi.

Rossi si batte per la fondazione di un «esercito del lavoro», reclutato in alternativa al servizio militare, che provveda ad assicurare, a spese della collettività, i mezzi essenziali di sussistenza a chi ne ha bisogno.

Collegato a un efficiente servizio sanitario nazionale (sul modello invalso in Gran Bretagna almeno fino all’era della signora Thatcher) e a una riforma dell’istruzione pubblica su base gratuita ed egualitaria, il sistema dovrebbe sanare la «piaga vergognosa» dell’indigenza.

Avverso, com’era, sia al capitalismo monopolistico, sia al collettivismo burocratico, Rossi è pienamente riconoscibile tutto in queste pagine profumate di fervida utopia.

Un «utopista concreto», lo chiama Sylos Labini.

E la contraddizione è solo apparente, se si pensa a lui come a un ingegno solitario, a un esemplare suscitatore di energie morali.

******

Credo anche, che non sia casuale il fatto che, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, abbia raccolto sapientemente i suoi pensieri nel libro “Altiero Spinelli e l’Europa” (ed. Il Mulino)

Sulle idee e sulle battaglie di Altiero Spinelli c’è da riflettere assai più di quanto si sia fatto finora in Italia.

Si tratta forse del lascito più ricco su cui possano contare, per formarsi moralmente e per operare guardando al futuro, le nostre generazioni più giovani.

La sua resta una grande lezione di metodo: non chiudere le proprie analisi in alcuno schema, confrontarsi creativamente con la realtà nella sua evoluzione, ispirarsi tenacemente a idealità non passeggere come quelle dell’unità e del comune destino dell’Europa, saper risollevarsi da ogni sconfitta.

Si può imparare da Altiero a essere uomini e donne di alti pensieri e di forte, indomabile volontà d’azione”.

Annunci

Sorry, the comment form is closed at this time.

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: