ernesto scontento

“Disapprovo ciò che dici, ma difenderò alla morte il tuo diritto di dirlo ” (Voltaire)

Il Declino Del Capitalismo

Posted by ernestoscontento su dicembre 15, 2007

Autore: Severino Emanuele
Editore: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli
Genere: economia
Argomento: capitalismo
Collana: Saggi
Pagine: 253

Data pubblicazione Ristampa BUR: 2007 (data prima pubblicazione 1993)

Descrizione dal sito dell’editore:

Il capitalismo è forma ed espressione della cultura occidentale. In quanto tale appartiene alla civiltà delle tecnica e, questa è la tesi dell’autore, è destinato a scomparire. Severino indaga le tendenze del presente proprio a partire dai mutamenti fondamentali che il capitalismo moderno sta conoscendo e che ne segneranno, in un futuro più o meno prossimo, l’estinzione. Continuerà a esistere uno scarto tra obiettivi economici e scopi morali, oppure sarà possibile un ridursi della divaricazione che li separa?

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Il filosofo Emanuele Severino spiega il paradosso del capitalismo, destinato a distruggere se stesso sia se continua a perseguire il proprio scopo naturale sia se decide di subordinarlo alla salvezza della Terra.

Nel 1993 il dibattito internazionale è ancora completamente occupato dalla fine del comunismo; l’attentato dinamitardo che scuote le torri gemelle proprio in quell’anno è solo l’antipasto dei catastrofici eventi del 2001.

Tuttavia l’analisi del filosofo coglie fenomeni che sono epocali: il declino del capitalismo, intuibile già da parecchio tempo, sembra contraddire la vittoria dell’Occidente capitalista sull’Oriente comunista. Ma è una contraddizione che si scioglie, se si esamina la questione fondamentale della possibilità che il capitalismo sia costretto a subordinare il profitto,suo scopo essenziale, ad altre finalità ad esso esterne. O che, non rinunciando al profitto, finisca col distruggere la Terra e quindi la possibilità stessa della propria esistenza.

Il testo seguente riproduce i capitoli 9 e 10 (pagine 54-66) del libro di Emanuele Severino Il declino del capitalismo, pubblicato da Rizzoli nel 1993 e ristampato nel 2007.

Cap.9 – Il fine del capitalismo e il convitato di pietra

Tra le forze che hanno sconfitto il socialismo reale, il capitalismo è quella dominante. Anche il cristianesimo e la democrazia hanno avuto importanza in questa vicenda (peraltro tuttora in atto); ma il divario tra Est e Ovest si è rivelato insostenibile soprattutto sul piano dell’organizzazione degli strumenti che rendono possibile la sopravvivenza di una società. L’organizzazione capitalistica della tecnica si è rivelata superiore a quella comunista. D’altra parte lo scontro Est-Ovest è impensabile al di fuori dello sviluppo tecnologico guidato dalla scienza moderna. Nemmeno il capitalismo è concepibile separatamente da esso. Ma proprio per questo il capitalismo non è la tecnica. Questa differenza è riconosciuta da tutti. Si tratta però di coglierne il significato autentico.

Sia Marx, sia gli avversari del marxismo ritengono che la tecnocrazia sia il punto più alto raggiunto dal capitalismo.

Tuttavia si può stare nel punto più alto in molti modi. Anche il culmine di una parabola è il punto più alto; ma è anche quello da cui incomincia la discesa. Da tempo vado indicando i motivi che fanno pensare che la discesa del capitalismo sia già incominciata.

Non si tratta delle difficoltà in cui oggi si trova l’economia capitalistica e che prima o poi possono essere superate.

Si tratta di qualcosa di ben più decisivo: un insieme di forze di diversa natura e potenza agisce con pressione costante per distogliere il capitalismo dal fine che gli è proprio; e questo significa che esse agiscono per trasformare il capitalismo in qualcosa che non è più capitalismo.

Che il capitalismo sia la forza preponderante tra quelle che hanno condotto al tramonto il socialismo reale, e che quindi non si vede come possano esistere forze capaci di distruggerlo è una obiezione che trascura la differenza, qui sopra richiamata, tra capitalismo e tecnica.

Il rapporto tra capitalismo, democrazia, cristianesimo è profondamente conflittuale e con la fine del comunismo questa conflittualità sta venendo sempre più in primo piano.

Ma tra queste forze si trova un convitato di pietra. Siede al loro tavolo; e anche se sono tutte convinte di potersene servire sarà lui a dominarle e a guidare il convito. Anche il socialismo reale sedeva allo stesso tavolo. E si è convinti che a liberarci da esso siano stati il capitalismo, la democrazia, il cristianesimo. Ma al tavolo siede anche la tecnica.

Senza la tecnica ognuna di quelle forze sarebbe del tutto impotente. Neppure la carità cristiana – che oggi prevede l’aiuto ai popoli poveri – potrebbe oggi muovere un solo passo. Ciò nonostante, capitalismo, democrazia, cristianesimo sono pur sempre convinti di poter controllare la tecnica e di potersene servire, e cioè di poterla trattenere alla sua funzione di mezzo e di strumento.

Ma la tecnica è il convitato di pietra. A differenza di quanto accade nella commedia di Molière essa non è il portavoce di una morale o di una giustizia superiore – anche se capitalismo, democrazia, cristianesimo sono i seduttori dell’umanità. Tentiamo ora di guardare più da vicino questi temi. E innanzitutto quello relativo al fine del capitalismo.

Il fine, o scopo, di un’azione umana non è qualcosa di semplicemente esterno ad essa. Certo, la casa che un costruttore vuole innalzare è qualcosa di diverso dalle operazioni compiute per costruirla – e in questo senso è qualcosa di diverso dall’azione del costruire.

Tuttavia lo scopo guida l’azione. A tal punto che essa si realizza così come si realizza, proprio perché il suo scopo è quel certo scopo e non un altro.

E perché si vuole costruire una casa che si agisce in un certo modo.

Se si volesse costruire un’automobile, la configurazione dell’agire sarebbe completamente diversa.

Solo perché non si scorge il carattere determinante del fine rispetto all’agire si può ritenere che sia possibile agire nello stesso modo pur proponendosi scopi diversi.

Ma se ci si rende conto del carattere decisivo del fine nella configurazione dell’agire, si è anche in grado di scorgere la differenza tra due azioni che hanno scopi diversi e che a prima vista possono sembrare identiche.

Si può scorgere, ad esempio, la differenza che esiste tra un’attività medica che abbia come scopo il guadagno e un’attività medica, apparentemente identica, che abbia invece come scopo la salute del paziente. Un rapporto sessuale che abbia come scopo primario il piacere, o che nel proprio scopo primario unisca il piacere alla procreazione, è diverso (come la Chiesa sa bene) da un rapporto che invece si proponga come scopo primario la procreazione, e che a un osservatore sommario può sembrare del tutto identico a quello precedente.

Il fine dell’azione umana è dunque ciò per cui essa è quello che è: il fine è l’essenza dell’azione – indipendentemente dal fatto che l’azione sia di piccolo o grande rilievo, sia una singola azione o un’azione costituita a sua volta da un insieme di azioni. Il capitalismo è appunto un’azione, ed estremamente complessa, di quest’ultimo tipo. Il fine del capitalismo è il profitto.

E il capitalismo è capitalismo solo in quanto persegue il profitto e il suo indefinito incremento.

Le incertezze della scienza economica sulla definizione del profitto non riguardano il profitto in quanto tale, ma il motivo in base al quale l’imprenditore si appropria di una frazione del sovrappiù sociale (tale motivo essendo stato visto di volta in volta nell’anticipazione del capitale richiesto per la produzione, nello sfruttamento del proletariato, nella necessità di remunerare il lavoro dell’imprenditore o il rischio a cui egli è andato incontro, ecc.).

Qualunque possa essere il motivo per il quale il capitalista percepisce il profitto, il fine in vista del quale il capitalista attiva la produzione è di ottenere una quantità di denaro apprezzabilmente superiore a quella impiegata.

Può sembrare che se le cose stanno in questi termini nella prospettiva dell’economia «classica», nella fase moderna della scienza economica (in quella cioè «marginalistica», «soggettivistica») si sostenga invece che anche nell’economia capitalistica lo scopo della produzione è il «consumo» (cioè la soddisfazione dei bisogni).

Ma, a parte il fatto che negli sviluppi della scienza economica moderna (si pensi ad esempio a von Neumann) si riconverge verso le posizioni classiche, non è credibile che, quando si accentua l’importanza del consumo nel ciclo produttivo si pensi che lo scopo di un capitalista che produce tessuti sia quello di vestire gli ignudi, e lo scopo di un fabbricante di prodotti alimentari sia quello di dar da mangiare agli affamati.

Che i tessuti siano idonei a coprire e gli alimenti a nutrire non è lo scopo dell’attività imprenditoriale, ma una condizione perché lo scopo di tale attività, cioè il profitto, possa essere realizzato.

Una produzione economica che non abbia come scopo il profitto non è dunque capitalismo.

In apparenza può anche sembrare identica alla produzione capitalistica; ma un’osservazione rigorosa mostrerebbe la differenza. Si afferma solitamente che dal punto di vista tecnologico la prima fase della produzione capitalistica non differisce da quella feudale.

Tuttavia si riconosce che si tratta di due tipi diversi di produzione.

E la ragione della differenza è appunto che nell’economia feudale lo scopo della produzione è la vita signorile, cioè il consumo del signore, mentre nell’economia capitalistica lo scopo è il reimpiego del capitale.

Eppure, proprio perché lo scopo è diverso, una adeguata osservazione delle tecnologie praticate in queste due forme di produzione e, agli albori del capitalismo, apparentemente non diverse, potrebbe mostrare che la differenza non riguarda solo gli scopi, ma investe le stesse procedure tecnologiche che sembrerebbero identiche.

In modo analogo, se esistono condizioni che spingono il capitalismo a darsi un fine diverso dal profitto e dunque a distruggersi, questa situazione è compatibile con l’apparente invarianza delle procedure capitalistiche e con la convinzione degli imprenditori e di tutti gli altri operatori economici di continuare a muoversi sullo stesso terreno. Ma, stiamo dicendo, l’esistenza di quelle condizioni non è una semplice ipotesi.

Il conflitto tra le forze che hanno determinato il crollo del socialismo reale, e che dopo tale evento viene sempre più in primo piano, è appunto una situazione in cui ognuna di tali forze mira a limitare e in definitiva a impedire la realizzazione del fine delle altre. La democrazia si propone di impedire l’onnipotenza del profitto.

A volte si ritiene perfino che la dilatazione del salario oltre i limiti entro i quali esso è semplicemente la reintegrazione delle capacità lavorative (una dilatazione che avviene a spese del profitto), sia la base stessa della democrazia.

Ma anche senza giungere fino a questo punto, lo scopo della democrazia sono quei valori di uguaglianza e di libertà, che non solo differiscono dal profitto, ma ne richiedono la subordinazione.

Ma una produzione economica in cui il profitto sia subordinato ai valori democratici non è più una produzione capitalistica.

Anche se nelle «democrazie occidentali» i valori democratici sono fittamente intrecciati alle forme della produzione capitalistica, non solo la democrazia rimane pur sempre qualcosa di diverso dal capitalismo, ma mira essenzialmente a impedire che la società sia guidata dai valori del capitale e che il profitto sia lo scopo dell’attività economica.

A sua volta, la Chiesa cattolica ha ribadito, anche recentemente, che lo scopo della produzione economica non può essere il profitto ma il «bene comune». È un principio centrale della tradizione cristiana, e la Chiesa continua a riaffermarlo.

Ma, anche se la Chiesa evita di riconoscerlo esplicitamente, rivendicare íl valore di questo principio significa affermare che il capitalismo deve essere messo da parte.

Una produzione che miri al «bene comune» della società è ancora più lontana dallo spirito e dalla lettera del capitalismo di quanto non lo sia una produzione economica che, come oggi avviene nei Paesi industrializzati, evita lo scontro aperto con i valori democratici.

Se ne avessero la forza, cristianesimo e democrazia, lasciati alla loro logica interna, distruggerebbero il capitalismo.

Appunto perché vorrebbero un «capitalismo» orientato a un fine diverso da quello per il quale il capitalismo è quello che è.

Cristianesimo e democrazia non dispongono di questa forza – come ha mostrato di non disporne il socialismo reale.

È invece il capitalismo a organizzare la vita sulla Terra, in modo che al profitto sia assicurata la funzione di fine primario che subordina a sé tutti gli altri, anche quelli venerandi della tradizione occidentale.

Proprio per questo è il capitalismo che sta riuscendo ad alterare e a corrompere la natura del cristianesimo e della democrazia.

Anche il Terzo Mondo è una forza gigantesca che vorrebbe assegnare al capitalismo un fine diverso (incrociandosi così con le aspirazioni del cristianesimo e della democrazia) e cioè la salvezza dell’umanità povera.

Ma anche in questo caso il capitalismo ha la forza di subordinare al profitto la volontà di emancipazione dei popoli poveri.

I popoli ricchi del Nord del Pianeta (tra i quali vanno annoverati anche i popoli dell’Est, nonostante la crisi economica che stanno attraversando), oltre a disporre della ricchezza, e proprio perché ne dispongono, dispongono anche di una potenza militare ormai invincibile.

Cap.10 – Il dilemma del capitalismo e la trasformazione del suo fine

A questo punto bisogna però rilevare che se gli avversari del capitalismo (che sono tali anche quando non riconoscono di esserlo) non hanno la forza di distruggerlo, ciò non significa che il capitalismo non sia sottoposto a uno sforzo gigantesco per mantenere il proprio predominio e sottoporre al proprio i fini dei suoi avversari. Ma soprattutto è da rilevare che il capitalismo deve far fronte al proprio avversario più potente e più temibile: il capitalismo stesso.

La convinzione che la forma attuale della produzione economica stia distruggendo la Terra prende sempre più piede anche se rimane ancora incerta la sua consistenza scientifica.

Essa sta prendendo piede nella stessa coscienza che il capitalismo ha del mondo. Si sta andando verso la distruzione della Terra anche se i Paesi del Terzo Mondo evitano l’industrializzazione delle loro economie. Ma la distruzione della Terra è la distruzione della base naturale della produzione economica e quindi è la distruzione della stessa produzione capitalistica. Il capitalismo sta cioè distruggendo se stesso. Sta riuscendo a fare quello che il comunismo, la democrazia, il cristianesimo non sono riusciti e non riescono a compiere. Non si tratta qui di determinare i tempi richiesti per l’auto-distruzione del sistema produttivo, ma del fatto che il mondo, e quindi anche il mondo capitalistico, sta convincendosi che il sistema produttivo va verso l’autodistruzione anche in assenza dello scontro atomico.

Nella misura in cui prende coscienza o si convince del proprio carattere distruttivo e autodistruttivo, il capitalismo procede alla mobilitazione delle forme di energia alternativa – rese disponibili dallo sviluppo tecnologico -, che determinino una quantità sempre minore di inquinamento e di distruzione.

Per sopravvivere, il capitalismo si rivolge cioè alla tecnica. Se non potesse rivolgersi all’innovazione tecnologica e perpetuasse le forme attuali della produzione con l’impiego delle forme di energia attualmente utilizzate, il capitalismo si troverebbe di fronte a questo dilemma: o imporre alla società la perpetuazione delle forme di produzione da esso attualmente praticate, provocando «realmente» la distruzione della Terra , o attivando sempre di più la «convinzione» che le sue procedure economiche distruggono la Terra ; oppure rinunciare alla produzione in vista del profitto e produrre in vista della sopravvivenza della Terra.

Nel primo caso, la produzione economica o perviene «realmente» alla distruzione della propria base naturale e quindi alla distruzione di se stessa, oppure alimenta a tal punto quella «convinzione» circa il suo carattere distruttivo da provocare il rifiuto della società a proseguire sulla strada del capitalismo.

Nel secondo caso, il capitalismo, costretto ad assumere come scopo primario la sopravvivenza della Terra e dunque a rinunciare al proprio scopo, cioè al profitto, è costretto a rinunciare a se stesso. O distrugge la Terra, e quindi distrugge se stesso; oppure si dà un fine diverso da quello per il quale esso è quello che è, e anche in questo caso distrugge se stesso.

Ma, dicevamo, questo dilemma si costituisce solo in relazione all’ipotesi che il capitalismo non si rivolga all’innovazione tecnologica che, assicurandogli energie sempre meno inquinanti e distruttive, gli consente di mantenere come scopo il profitto, senza alimentare le condizioni che portano alla distruzione della Terra.

Così stando le cose, la tecnica acquista per il capitalismo un’importanza essenzialmente superiore a quella che in passato lo sviluppo tecnologico ha assunto per l’impresa capitalistica.

L’innovazione tecnologica diventa infatti la condizione senza di cui il capitalismo si troverebbe di fronte al dilemma qui sopra indicato. La sorte del capitalismo dipende da quella della tecnica.

È a tal punto che il capitalismo, come è già avvenuto per il socialismo reale (e come sta avvenendo per la democrazia e il cristianesimo) è costretto ad adeguare i propri scopi all’efficienza dell’apparato tecnologico che ha il compito di realizzarli.

È a questo punto che il capitalismo, come è già avvenuto ad altri commensali (cfr. il capitolo precedente), si accorge del convitato di pietra. Anche il capitalismo, come le altre forze della tradizione occidentale, continua a illudersi che la tecnica rimanga pur sempre lo strumento mediante cui realizzare il proprio scopo.

Ma ora sta facendosi innanzi una situazione in cui lo scopo del capitalismo non deve ostacolare l’efficienza dello strumento che ha il compito di realizzare tale scopo, assicurando l’innovazione tecnologica che faccia decrescere la distruttività della produzione economica.

Non essere di ostacolo significa adeguarsi, cioè subordinarsi all’efficienza di ciò che dunque, subordinando a sé lo scopo del capitalismo, diventa il vero scopo primario del capitalismo.

Si profila cioè una situazione in cui il capitalismo è costretto ad assumere come scopo primario non più il profitto, ma la continua innovazione tecnologica che ha il compito di garantirlo.

Insensibilmente, si sta andando verso un’epoca in cui il capitalismo, non avendo più come scopo primario il profitto, è capitalismo solo in apparenza, mentre in realtà è tecnocrazia, è cioè l’agire che si propone come scopo l’incremento indefinito della capacità di realizzare scopi, oltrepassando così la volontà «ideologica» di realizzare un certo mondo invece di un altro.

C’è ancora chi replica che la vittoria del capitalismo sul comunismo lascia pur sempre aperto il problema del «valore» dei due antagonisti.

E per qualcuno la crisi del socialismo reale sul piano pratico non implicherebbe la sconfitta teorica del marxismo.

Tale modo di pensare sottintende che una teoria possa essere vera e insieme soccombente sul piano pratico. Non è certo un modo di pensare marxista.

Nella seconda delle Tesi su Feuerbach Marx scrive che la questione se il pensiero umano sia vero non è teorica, ma pratica: «È nella prassi che l’uomo deve dimostrare la verità, cioè la realtà e il potere del proprio pensiero, il suo essere operante nell’al di qua». Ossia un pensiero è vero solo se è vincente.

È il marxismo stesso a richiedere che la sua sconfitta sul piano pratico sia considerata come la sua crisi teorica.

Ma, poi, la cultura del nostro tempo ritiene che non si possa più parlare di «verità».

In questa situazione (e lasciando qui da parte il gigantesco problema del senso di tale convinzione) il «valore» di un pensiero è unicamente la sua capacità di conquistare le coscienze – ossia, daccapo, è un valore pratico. Pensieri, teorie, principi perdono ogni «valore» quando non si presta loro più fede.

Appunto per questo Nietzsche sostiene che la confutazione «definitiva» di una teoria è quella «storica». Ad esempio (ma è l’esempio più importante) affermare che «Dio è morto» non significa per Nietzsche esibire una specie di «dimostrazione dell’inesistenza di Dio», ma constatare che la gente non crede più in Dio.

Analogamente, Nietzsche potrebbe dire che «il comunismo è morto» perché non ci sono più masse umane che credono in esso.

Tale mancanza di fede è appunto la confutazione «storica», cioè «definitiva» del comunismo.

Al venir meno di questa fede corrisponde il rafforzamento, nelle masse e nei singoli, della convinzione che il capitalismo sia capace di risolvere i problemi economici e sociali; in tale irrobustimento della fiducia nel capitalismo consiste da ultimo il suo stesso maggior valore teorico.

Eppure accade spesso che, proprio mentre la cosa sta cambiando sotto i nostri occhi, si continui a usare la stessa parola per indicarla. Siamo sicuri che questo non sia anche il caso della parola «capitalismo» e della cosa che dovrebbe corrispondergli?

Ciò che continuiamo a chiamare «capitalismo» sta cambiando più profondamente e più rapidamente di quanto non si pensi (sebbene si tratti di un cambiamento molto più lento di quello che ha travolto il comunismo).

Mi riferisco a una forma di cambiamento molto diversa da quella, ben conosciuta, per la quale – come si legge nel Manifesto del Partito comunista di Marx ed Engels «la borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, i rapporti di produzione, dunque tutti i rapporti sociali».

Nonostante questo «continuo rivoluzionamento della produzione», il capitalismo permane, anzi si rafforza e si estende.

Dicendo che il capitalismo sta cambiando più profondamente e rapidamente di quanto si creda, mi riferisco alla forma di cambiamento che spinge il capitalismo al tramonto – al tramonto della sua capacità di conquistare la coscienza degli uomini e di ottenerne la fiducia.

Si può arrischiare un’affermazione di questo genere – proprio oggi che il capitalismo sta mostrando nel modo più irrefutabile la propria superiorità e capacità di tenuta rispetto al comunismo, perché, come stiamo rilevando, esistono delle forze che mirano ad assegnare al capitalismo uno scopo diverso da quello che gli è proprio.

Ci si deve allora chiedere se è così irrilevante, per l’agire – e il capitalismo è appunto una forma, estremamente complessa di azione -, cambiare i propri scopi.

Non è irrilevante per un’azione assumere uno scopo diverso da quello a cui essa è orientata.

Si tratta anzi di comprendere che non solo non è irrilevante, ma è decisivo, appunto perché ogni azione, struttura pratica, procedura, impresa dell’uomo è ciò che essa è, e si configura nel modo in cui si configura, proprio perché essa ha un certo scopo, e non un altro; e quindi, se a un certo punto si orienta verso uno scopo diverso, l’azione cambia completamente in ogni sua parte e in ogni suo aspetto – anche se si crede che continui ad essere quello che era. Diventa qualcosa di diverso.

Solo apparentemente due azioni che abbiano scopi diversi sono uguali.

Lo scopo di un’azione appartiene all’essenza dell’azione. Cambiare il proprio scopo significa cambiare la propria essenza.

Dicevamo che se la professione medica viene esercitata con l’intento di guarire, essa è in ogni suo aspetto qualcosa di diverso da una professione medica esercitata in vista del guadagno. In entrambi i casi parliamo di «professione medica», ma usiamo la stessa espressione per indicare cose diverse – una diversità che il malato finisce prima o poi col percepire. La società feudale (ossia quell’insieme di azioni che costituiscono tale forma di società) cessa di esistere non quando vengono inventate nuove forme di produzione – la società borghese infatti, ai suoi inizi, produce servendosi dei mezzi di produzione e di scambio presenti nella società feudale -, ma quando cambia lo scopo del suo agire economico; quando cioè lo scopo della produzione economica non è più qualcosa di diverso da essa (come il benessere e i consumi del signore, la guerra, la cultura, la vita buona), ma diventa la produzione stessa e la sua crescita incessante.

Già per Aristotele una produzione economica che abbia per fine la vita buona è qualcosa di essenzialmente diverso da una produzione economica, la «crematistica», che, apparentemente uguale alla prima, assuma come scopo l’incremento indefinito della ricchezza.

Questa è da condannare; quella è da lodare.

Appunto perché sono essenzialmente diverse. Essenzialmente diverse, per la diversità degli scopi di procedure solo apparentemente identiche.

Ebbene, il capitalismo si è sbarazzato del comunismo; ma oggi nel mondo esistono forze che mirano ad assegnare al capitalismo uno scopo diverso da quello per il quale il capitalismo è tale.

Mirano cioè, anche senza rendersene conto, a distruggere il capitalismo.

Ad esempio, chiedendo al capitalismo di avere come scopo non più il puro profitto, ma il bene comune della società, la Chiesa cattolica chiede al capitalismo di cambiare la propria essenza, e cioè gli chiede di non essere più capitalismo.

È molto improbabile che la Chiesa riesca là dove il comunismo ha fallito, ma l’azione della Chiesa può servire da supporto, insieme ad altre forme di azione (ad esempio quella democratica), alla forza che sempre più va mostrandosi come il fattore decisivo relativamente al destino del capitalismo.

Mi riferisco alla consapevolezza che la forma attuale, e peraltro vincente, della produzione economica conduce inevitabilmente alla distruzione della Terra.

Una consapevolezza che incomincia ad affacciarsi all’interno stesso del capitalismo, e che ormai è ben visibile, oltre che nelle diverse prospettive ecologiche, in campo scientifico e in tutte le forme della cultura attuale, ed è presente nella stessa esperienza cristiana del mondo e nelle rivendicazioni della coscienza democratica, e sta guadagnando terreno nell’opinione pubblica.

La forma attuale della produzione economica distrugge la Terra. Il capitalismo distrugge dunque se stesso.

Ma la maggiore efficacia di questa consapevolezza è data dal suo essere espressione della razionalità dell’apparato scientifico-tecnologico, che si sente minacciato dal modo in cui oggi viene realizzata la produzione economica, come ieri (ma le conseguenze sono tuttora attive) si sentiva minacciato dalla possibilità che il conflitto ideologico Est-Ovest conducesse alla distruzione dell’apparato stesso, dovuta alle stesse capacità distruttive di quest’ultimo.

Non ci troviamo allora a una svolta, dove un insieme di fattori preme perché il capitalismo non abbia più come scopo il profitto, ma la salvezza della Terra? E non è appunto questo il processo in cui il capitalismo si avvia verso il tramonto?

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