ernesto scontento

“Disapprovo ciò che dici, ma difenderò alla morte il tuo diritto di dirlo ” (Voltaire)

Auguri a tutti i lettori e agli amici di Reset

Posted by ernestoscontento su dicembre 23, 2007

La notte del 14 aprile 1987, il professor Federico Caffè, uno dei più grandi economisti italiani, scompare misteriosamente senza lasciare traccia di sé. Andrea e Monica, due suoi ex allievi, vogliono ritrovarlo. Il loro è un viaggio alla ricerca delle ragioni di quella sparizione, attraverso le laceranti contraddizioni dell’Italia degli anni Ottanta.

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In questi giorni impegni di lavoro non mi hanno consentito di essere in rete come di solito, inoltre vi confesso che sono preso da un bel po di noia politica che va da Roma a Livorno (forse sarà il periodo Natalizio).

Faccio gli auguri di Natale a tutti i i compagni di viaggio sia vecchi che nuovi , di questa splendida esperienza che è Reset , e spero che passiate serenamente queste feste.Vi ringrazio per esservi interessati dei miei articoli, e un particolare saluto va a Paolo che ci permette di poter usufruire del nostro spazio web in maniera professionale. Chi direbbe che questo sito non ha una redazione che lo gestisce, ma è autogestito.

E’ stato un anno bello e intenso, dove ci siamo occupati di tutto, dove ci siamo anche confrontati su tutto, ma lo abbiamo fatto nel rispetto reciproco dei valori personali, e delle opinioni che ognuno di noi esprime.

Questo modo di confrontarsi, può sembrare poca cosa ma non lo è, questo modo è l’essenza stessa della Democrazia, ed è la forma di comportamento fondamentalmente per vivere in comunità, nel rispettando delle individualità e libertà personali, che sono diritti inalienabili, che devono essere tutelati fino al loro limite massimo, il che comporta, il dovere di non danneggiare mai, gli uguali diritti dell’altro.

Mi fermo qui,altrimenti mi faccio prendere dal sentimento, e rischio di essere troppo smielato…….

Il mio regalo di Natale per voi sono due articoli di Federico Caffè, che credo siano adatti alla situazione attuale, forse non sono proprio due articoli che uno si aspetta da un imprenditore, ma voi lo sapete, che io prima di essere un imprenditore, mi reputo un cittadino democratico e un Livornese.

Per leggere i due articoli di F.Caffè, devete continuare la lettura del Post.

La solitudine del riformista di Federico Caffè

Critiche metodologiche al cosiddetto patto sociale di Federico Caffè


Altrimenti il mio articolo finisce qui, Auguri ragazzi, ci si rilegge a anno nuovo, ernesto.


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Il 29 gennaio 1982, sull’inserto economico del manifesto, nella rubrica «note e letture» venne pubblicato quest’amaro e disperato intervento di Federico Caffè titolato «La solitudine del riformista». Lo segnaliamo certi di riproporre un utile elemento di riflessione.

La solitudine del riformista di Federico Caffè

Il riformista è ben consapevole d’essere costantemente deriso da chi prospetta future palingenesi, soprattutto per il fatto che queste sono vaghe, dai contorni indefiniti e si riassumono, generalmente, in una formula che non si sa bene cosa voglia dire, ma che ha il pregio di un magico effetto di richiamo.

La derisione è giustificata, in quanto il riformista, in fondo, non fa che ritessere una tela che altri sistematicamente distrugge. E’ agevole contrapporgli che, sin quando non cambi «il sistema», le sue innovazioni miglioratrici non fanno che tappare buchi e puntellare un edificio che non cessa per questo di essere vetusto e pieno di crepe (o «contraddizioni»). Egli è tuttavia convinto di operare nella storia, ossia nell’ambito di un «sistema», di cui non intende essere né l’apologeta, né il becchino; ma, nei limiti delle sue possibilità, un componente sollecito ad apportare tutti quei miglioramenti che siano concretabili nell’immediato e non desiderabili in vacuo. Egli preferisce il poco al tutto, il realizzabile all’utopico, il gradualismo delle trasformazioni a una sempre rinviata trasformazione radicale del «sistema».

Il riformista è anche consapevole che alla derisione di chi lo considera un impenitente tappabuchi (o, per cambiare immagine, uno che pesta l’acqua nel mortaio), si aggiunge lo scherno di chi pensa che ci sia ben poco da riformare, né ora né mai, in quanto a tutto provvede l’operare spontaneo del mercato, posto che lo si lasci agire senza inutili intralci: anche di preteso intento riformistico. Essendo generalmente uomo di buone letture, il riformista conosce perfettamente quali lontane radici abbia l’ostilità a ogni intervento mirante a creare istituzioni che possano migliorare le cose.

Persino Quintino Sella, allorché propose al Parlamento italiano l’istituzione delle Casse di risparmio postali, incontrò l’opposizione di chi ritenne il provvedimento come pregiudizievole alla libera iniziativa di consapevoli cittadini che, per capacità proprie, avrebbero continuato a dar vita a un movimento associazionistico nel campo del credito. Venne obiettato al Sella che «vi sono due modi di amare la libertà; (…) Vi è il modo nostro; amarla di vero affetto, per sé, per il bene che genera e permette ai nostri concittadini, considerarla, studiarla, renderla quanto più si possa benefica; (…) Vi è poi un altro modo; e consiste nel professare a parole un amore sviscerato verso la libertà, e domandarle un abbraccio per poterla comodamente strozzare».(1)

Più che essere colpito dagli strali del retoricume neoliberista (sempre dello stesso stampo), il riformista avverte con maggiore malinconia le reprimende di chi gli rimprovera l’incapacità di fuoriuscire dal «sistema». Egli è tuttavia, troppo abituato alla incomprensione, quali che ne siano le matrici, per poter rinunciare a quella che è la sua vocazione intellettuale. In questa non rientra, per naturale contraddizione, il fatto di dover occuparsi di palingenesi immaginarie. Sollecitato in vari modi a farlo, il riformista ha finito col rendersi conto che si pretendeva da lui qualcosa di simile a quello che si chiede a un pappagallo tenuto in gabbia, dal quale, con la guida di una bacchetta, si cerca di ottenere che scelga, con il suo becco, uno dei variopinti manifestini che si trovano in un apposito ripiano della gabbia.

Spaventato da questa implicita trasformazione in intellettuale pappagallesco, il riformista si rincuora prendendo un libro che gli è caro e rileggendone alcune righe famose:

«Sono sicuro che il potere degli interessi costituiti è assai esagerato in confronto con la progressiva estensione delle idee. Non però immediatamente. (…) giacché nel campo della filosofia economica e politica non vi sono molti sui quali le nuove teorie fanno presa prima che abbiano venticinque o trent’anni di età, cosicché le idee che funzionari di Stato e uomini politici e perfino gli agitatori applicano agli avvenimenti correnti non è probabile che siano le più recenti. Ma presto o tardi sono le idee, non gli interessi costituiti, che sono pericolose sia in bene che in male».(2)

1) F.Ferrara, Discorsi e documenti parlamentari (1867-1875), in Opere complete, vol. 9 (a cura di F.Caffè, Istituto grafico tiberino, Roma, 1972, pp. 307 sg).

2) J.M. Keynes, The General Theory of Employment, Interest, and Money Macmillan, London 1936; trad. it. Occupazione, interesse e moneta. Teoria generale, Utet

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Critiche metodologiche al cosiddetto patto sociale di Federico Caffè

Figlio di molti presunti padri, il concetto originario di ciò che in modo piuttosto indefinito si suole designare come “patto sociale” va ricercato in una di quelle elaborazioni di pensatori accademici delle quali, come è ben noto, i politici si accorgono con decenni di ritardo. Fu infatti nel 1955 che John Hicks, in un articolo dal titolo Economic Foundations of Wage Policy, poneva in lucida evidenza il ruolo decisivo che le unioni sindacali erano destinate a svolgere, nelle condizioni contemporanee, sul piano dei fenomeni monetari. Egli si avvalse addirittura dell’espressione di labour standard per indicare la relativa elasticità degli odierni sistemi monetari, nel senso che sono essi a adattarsi alle variazioni salariali, anziché avvenire il contrario (…).

A uno studioso come Hicks (…) nulla era ovviamente più estraneo della connotazione neo-fisiocratica che si è finito per dare a questo nuovo ruolo delle unioni sindacali: nel senso di renderle praticamente responsabili di tutto, nel male; allo stesso modo che, nella concezione fisiocratica, i proprietari terrieri erano la fonte esclusiva e univoca di tutto, nel bene. Né vi è traccia di una simile attribuzione alle unioni sindacali di illimitate e pervasive responsabilità sociali nell’opera importante di colui che, sul piano istituzionale, può considerarsi il padrino del “patto sociale”: A. Jones. In un punto significativo di un suo saggio, egli scrive testualmente: “La sola risposta alle forme supreme di potere è di edificare un corpo di convenzioni, di consapevoli autolimitazioni, che possa garantire che il potere sia usato responsabilmente. Questa fu la sola rispostaalle forme di potere dall’alto. Ed è la sola risposta alle forme di potere dal basso”.

Per poco che si rifletta su queste considerazioni, appare chiaro che la premessa fondamentale di un “patto sociale” coerentemente inteso è una consapevole autocritica che ciascuna delle parti responsabili della condotta della politica economica dovrebbe fare del proprio operato, anziché di quello delle controparti. Così, il mondo imprenditoriale dovrebbe rendersi conto dell’aspetto anacronistico che assume, nei nostri tempi, la riaffermazione di una concezione assolutisticamente “monarchica” della gestione aziendale. Le autorità monetarie avrebbero pienezza di motivi per riflettere sul reale fondamento dell’arroganza intellettuale con la quale si atteggiano, sempre e ovunque, a depositari della saggezza economica (…). Le unioni sindacali dovrebbero, a loro volta, riflettere su quanto giovi che l’autocritica che esse stesse debbono compiere sia in funzione di strumentali e specifiche esigenze politiche, e non di una convinta presa d’atto della frattura che anch’esse hanno contribuito a determinare, nel mondo del lavoro, tra gli occupati protetti e i lavoratori allo sbando nelle zone sommerse della disoccupazione e delle attività precarie. Taccio del mondo accademico, la cui unilateralità nella denuncia delle responsabilità “univoche” delle unioni sindacali è profondamente mortificante (…)

Con riferimento al caso italiano, l’identificazione del “patto sociale” con la moderazione degli incrementi salariali assume aspetti di squallida riduzione all’assurdo. Come possono le categorie industriali insistere soltanto sui molteplici vincoli, cui sono indubbiamente soggette, senza un onesto riconoscimento della pesantezza delle condizioni di lavoro in molte fabbriche, pur tecnologicamente avanzate? Come è moralmente concepibile distinguere tra gli infortuni di lavoro che si verificano nell’ambito proprio di una data impresa e quelli che avvengono presso le subfornitrici? (…)

Quanto al complesso bancario finanziario, può essere sufficiente menzionare che, in autorevoli progetti, viene sollecitato un maggior interessamento delle famiglie nella destinazione del risparmio verso gli impieghi azionari, senza che nulla si faccia (o almeno si dica, si prospetti) per razionalizzare l’assurdo pletorico numero delle tradizionali ed ovviamente inutili borse valori locali. Se le autorità giudiziarie non fossero così pesantemente occupate nelle controversie penali che vedono coinvolti i sindacalisti maggiormente impegnati, il complesso bancario finanziario offrirebbe un campo di indagine estremamente fruttuoso alla loro attenzione. Come può parlarsi di “patto sociale” prima che le banche e le istituzioni finanziarie di carattere pubblico smantellino le loro filiali ed affiliate in Svizzera, in Lussemburgo o nelle Bahamas? Se il “patto sociale” è fondamentalmente un impegno di reciproca lealtà, cosa vi è di leale, di efficiente, di socialmente valido in queste forme di deteriore capitalismo inconcepibilmente tollerate dalle autorità tutorie? (…)

Il “patto sociale” può bensì essere un mezzo di illuminata salvaguardia del capitalismo maturo per uno scorcio di anni non trascurabile. Esso, tuttavia, non implica ritorni, ma superamenti. Non può basarsi esclusivamente sulla moderazione salariale, ma su un puntuale ripensamento delle stridenti divergenze che esistono tra il contributo che i vari operatori economici danno all’aggregato sociale e i compensi del tutto sproporzionati che sono in grado di estrarne. In questo senso, l’atteggiamento delle rappresentanze industriali nel dibattito svoltosi presso il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro in tema di giungla retributiva è tutt’altro che confortante. Non debbono sfuggire queste anacronistiche difese di posizioni di privilegio (sia pure con la giustificazione di comodo della “professionalità”), poiché un coerente «patto sociale» implica precisamente una concordata rinuncia di inveterati privilegi. Il “patto sociale” non può essere una formula emotiva per contrabbandare l’immobilismo e il non cambiamento. Tuttavia, nel caso italiano, tutto induce a credere che sia proprio questo il suo sottinteso significato.

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