ernesto scontento

“Disapprovo ciò che dici, ma difenderò alla morte il tuo diritto di dirlo ” (Voltaire)

Archive for gennaio 2008

L’uomo a una dimensione

Posted by ernestoscontento su gennaio 29, 2008

HERBERT MARCUSE:L’uomo a una dimensione

A oltre trent’anni dalla sua apparizione, e nonostante i non pochi elementi rimasti ancorati a uno scenario politico e sociale profondamente diverso da quello attuale, L’uomo a una dimensione, una delle piú radicali disamine e contestazioni della condizione umana nelle società industriali avanzate, non ha certo esaurito la forza del suo impatto critico e polemico.

Scritto in inglese ne11964, e pubblicato nel 1967 in Europa e in Italia, L’uomo a una dimensione, asuon di centinaia di migliaia di copie, fece di Herbert Marcuse il maestro della nuova sinistra, che in quegli anni andava mettendo vigorose radici nelle università europee.

Nel libro di Marcuse i giovani del ’68 trovarono gli argomenti e le parole atte a dare forma definita a un’idea che in modo meno articolato circolava già da tempo in Europa, l’idea che le società europee, uscite ormai da vent’anni dall’esperienza del fascismo e della guerra, e dedicatesi con devozione alla pratica della democrazia, fossero in realtà, ciascuna a suo modo, forme di “società bloccata”, sul piano sia politico sia culturale e ideale.

A oltre trent’anni dalla sua apparizione, e nonostante i non pochi elementi rimasti ancorati a uno scenario politico e sociale profondamente diverso da quello attuale, L’uomo a una dimensione, una delle piú radicali disamine e contestazioni della condizione umana nelle società industriali avanzate, non ha certo esaurito la forza del suo impatto critico e polemico.

Come scrive Luciano Gallino nel saggio introduttivo alla presente edizione “l’attualità di L’uomo a una dimensione non è soltanto legata al persistere delle stesse distorsioni, nelle società industriali avanzate, che il suo autore intravvide all’epoca con lucidità. È la storia piu recente che si è incaricata di restituire al libro una inquietante presa diretta”.

” La borghesia e il proletariato, nel mondo capitalista, sono ancora le classi fondamentali, tuttavia lo sviluppo capitalista ha alterato la struttura e la funzione di queste due classi rendendole inefficaci come agenti di trasformazione storica. Un interesse prepotente per la conservazione ed il miglioramento dello status quo istituzionale unisce gli antagonisti d’un tempo nelle aree più avanzate della società contemporanea “. (L’uomo a una dimensione)

Marcuse è stato forse dimenticato, e la grande massa che si identifica nell’autodefinizione di new global e no global nemmeno sa chi sia stato.

E’ solo più un’ombra che ancora che si aggira nelle aule universitarie d’Europa e d’America, d’Australia e Asia e che ancora incombe sugli appunti dei più giovani e curiosi studenti della filosofia del Novecento.

Eppure, pur riconoscendo che Marcuse ha esagerato, oscillando tra l’altro tra un formidabile ottimismo ed un pessimo pessimismo, si potrebbe prender atto che le sue analisi hanno descritto con acuto e centrato profetismo in negativo, quello che è diventato il credo, in positivo, di quel popolo di precari diplomati e laureati che ha creduto nelle promesse del liberismo, che ha scritto su internet per difendere la libertà della partita IVA contro le tutele sindacali, lo stato assistenziale e quei diritti “dei quali non ce ne può fregar di meno”, perfino Berlusconi.

Ecco la storia del credere di poter essere soggetti ed autori del proprio futuro a dispetto delle condizioni reali della società e dei rapporti economici e di potere, prima ancora che essa si sia svolta concretamente, sotto i nostri occhi.

In questa luce, cioè toccando con mano gli esiti delle illusioni denunciate da Marcuse, è evidente che le sue analisi aprirono la via a quella che, in generale, è l’attuale opposizione al pensiero unico ed alla dimensione totalitaria e fogocitante delle cosiddette democrazie liberiste occidentali.

L’uomo ad una dimensione fu certamente il suo libro più importante e varrebbe senz’altro la pena di leggerlo per intero.

Il punto da comprendere nel pensiero di Marcuse è che il termine totalitario non si deve applicare «…soltanto ad un’organizzazione politica terroristica della società, ma anche ad un’organizzazione economica-tecnica non terroristica, che opera mediante la manipolazione dei bisogni da parte di interessi costituiti. »

I gruppi dirigenti economici, i detentori del potere reale sono in grado di imporre modelli, vendere i propri prodotti, sollecitare consensi « sul tempo di lavoro come sul tempo libero, sulla cultura materiale come su quella intellettuale. »

Non si tratta di un’esagerazione, dice Marcuse, di una sopravvalutazione da parte mia dei media e della pubblicità.

Non è vero che la gente, in qualche modo, avverte come proprio il bisogno dei consumi e dei modelli proposti dall’offerta e dal mercato.

Il condizionamento operante (del resto teorizzato apertamente dalla psicologia comportamentista, dal behaviourismo di Watson) non comincia con i programmi televisivi. «Quando si arriva a questa fase – dice Marcuse – le persone sono esseri condizionati da lungo tempo; la differenza decisiva sta nell’appiattimento del contrasto (o del conflitto) tra il dato ed il possibile, tra bisogni soddisfatti e bisogni insoddisfatti. »

Marcuse vede chiaramente come, nonostante le differenze economiche, l’industria dei consumi di massa proponga un modello unico di cose e valori desiderabili e come le nuove generazioni del suo tempo siano state allevate e nutrite di questo modello.

Sia il lavoratore che il suo padrone, od il suo caporeparto, tanto quanto la dattilografa ed il ragioniere vedono lo stesso film, aspirano alla medesima automobile, vogliono tutti andare in vacanza a Sherm el Sheik . Al di là delle differenze di risparmi e liquidità che fanno potere d’acquisto, l’universo umano risulta accomunato da una medesima “introiezione” dei bisogni indotti.

Sono i desideri che fanno i bisogni ormai, quel superfluo che, secondo quel magnifico dandy che fu Oscar Wilde, rende la vita impareggiabilmente meno noiosa di quella dei nostri padri.

Può anche darsi, così, che le ultime ruote del carro, le persone che stanno alla base della piramide sociale, si trovino a provare momenti nei quali è possibile godere allo stesso modo di un ricco magnate: ecco l’euforia nel mezzo dell’infelicità.

In realtà, prosegue Marcuse, è piuttosto vero che le «persone si riconoscono nelle loro merci; trovano la loro anima nella loro automobile, nei giradischi ad alta fedeltà, nella casa a due piani, nell’attrezzatura della cucina.» Non sono gli individui più in grado di distinguere tra bisogni veri e falsi, quei bisogni apparenti che impongono persino l’indebitamento a tasso zero (stai fresco se credi che esista il tasso zero!).

L’effetto totalizzante ed estraniante, ingannevole, della società dei consumi è evidente. «Non soltanto una forma specifica di governo o di dominio partitico producono il totalitarismo, ma pure un sistema specifico di produzione e di distribuzione, sistema che può benissimo essere compatibile con un “pluralismo” di partiti, di giornali, di “poteri controbilanciantisi”.»

Diritto e libertà, pur essendo stati componenti fondamentali (Marcuse dice “vitali” nella nascita della società capitalistica e moderna, oggi hanno perso pregnanza e significato: la libertà del consumatore di scegliere un prodotto tra cento non è vera libertà, come non è vera libertà quella dell’elettore in grado di scegliersi un rappresentante. «La libera elezione dei padroni non abolisce né i padroni né gli schiavi.»

Marcuse accusa le democrazie liberali di tolleranza repressiva. Sembra che tutto permettano (il permissivismo), in realtà consentono solo a ciò che non lede gli interessi del sistema. «Il pensiero ad una dimensione è promosso sistematicamente dai potenti della politica e da coloro che li riforniscono di informazioni per la massa.

Il loro universo di discorso è popolato da ipotesi autovalidantesi, le quali, ripetute incessamente da fonti monopolizzate, diventano definizioni o dettati ipnotici. Per esempio, “libere” sono le istituzioni che operano (e sono adoperate) nei paesi del Mondo Libero; ogni altra forma trascendente di libertà equivale per definizione all’anarchia, o al comunismo, o è propaganda. “Socialistiche” sono tutte le interferenze nel campo dell’iniziativa privata che non sono compiute dalla stessa iniziativa privata (o in forza di contratti governativi), come l’assicurazione medica estesa a tutti e a tutti i tipi di malattia, o la protezione della natura dagli eccessi della speculazione, o l’istituzione di servizi pubblici che possono ledere il profitto privato.

Questa logica totalitaria del fatto compiuto ha la sua controparte ad Oriente. Laggiù, la libertà è il modo di vita istituito dal regime comunista, e ogni altra forma trascendente di libertà è detta capitalistica, o revisionista, o appartiene al settarismo di sinistra. In ambedue i campi le idee non operative non sono riconosciute come forme di comportamento, sono sovversive. »

Un punto molto interessante dell’analisi di Marcuse sulla non-libertà dell’Occidente è la “desumiblimazione repressiva”, ossia la presunta riconquista della libertà istintuale (certo nei paesi anglossassoni, non ancora, ai suoi tempi, in quelli latini, ndr) che in realtà finisce col rafforzare il sistema, estendendo l’illusione di vivere in una società tollerante.

Per Marcuse, la libertà sessuale offerta dal sistema è solo un surrogato della libertà dell’eros, ed è diventata uno strumento di integrazione e di consenso, essendo anche il sesso mercificato e la persona sessuale nient’altro che una riduzione all’oggetto del desiderio.

In un impeto che sembra persino reazionario, Marcuse denuncia quindi la pornografia e la presunta libertà dei costumi per quella che è realmente: un’offesa umiliante alla dignità degli individui, in primo luogo quelli che sono sfruttati per il commercio e l’esibizione.

Non si tratta di un passo indietro rispetto alle provocatorie posizioni assunte in Eros e civiltà, ma di un chiarimento fondamentale circa quella che è la miserabile realtà del commercio del proprio corpo, l’illusione di poter trarre vantaggi e promozioni dall’avvenenza delle proprie forme.

Marcuse che è rimasto profondamente impressionato dalla realtà americana e dal grado di integrazione della classe operaia nel sistema, proprio nel momento in cui in Europa vengono a maturare momenti di grande conflittualità e tensione tra i lavoratori, mentre nel terzo e nel quarto mondo crescono le battaglie contro il neocolonialismo, giunge ad affermazioni perentorie circa i soggetti del possibile cambiamento rivoluzionario.

Non più la classe operaia, ma i reietti, coloro che costituiscono il sostrato di emarginati, gli immigrati, i neri, i portoricani ed i messicani, gli inabili. Essi, infatti, rimangono al di fuori del processo democratico e la loro presenza prova come non mai quanto sia immediato e reale il bisogno di porre fine a condizioni ed istituzioni intollerabili.

Perciò la loro opposizione è rivoluzionaria anche se non lo è la loro coscienza (in verità piuttosto limitata, parziale, distorta da ideologie e fascismi a rovescio quali il black power di Malcolm X, i black muslims e così via).

Ciò non toglie, secondo Marcuse, che i gruppi dirigenti della società siano in grado di di produrre concessioni in grado di integrare, a loro volta, anche gli emarginati più clamorosi., di investire nella tranquillità non per filantropia, ma per lungimiranza.

Ma questo, in realtà, non succede. Le tendenze a soluzioni autoritarie e repressive sono frequenti, trovano persino una sponda nel conservatorismo delle classi popolari integrate, non solo più piccola borghesia, ma classe operaia nel vero senso della parola.

E dove finisce Marx, comincia Marcuse.

La teoria critica non può dare certezze profetiche, «non possiede concetti che possano colmare la lacuna tra il presente ed i suo futuro; non avendo promesse da fare né successi da mostrare, essa rimane negativa. In questo modo essa vuol mantenersi fedele a coloro che, senza speranza, hanno dato e danno la vita per il Grande Rifiuto.»

Se sul concetto di Grande Rifiuto non occorrerebbe spendersi più di tanto, data la sua evidenza fondante per ogni teoria di derivazione marxista, ma sul resto del ragionamento marcusiano qualche chiarimento va dato. Siamo – dice Marcuse – in una condizione di incertezza radicale.

La società può reprimere od assorbire ogni spinta al cambiamento (in Italia si direbbe gattopardianamente) annullandola o neutralizzandola.

Eppure esistono forze e tendenze capaci di interrompere tale disegno e far esplodere le contraddizioni. «… ma, a meno che il riconoscimento di quanto vien fatto e di quanto viene impedito sovverta la coscienza e il comportamento dell’uomo, nemmeno una catastrofe produrrà il cambiamento.»

Negli scritti successivi, di fronte a reali cambiamenti come il fallimento della strategia americana nel Vietnam, alle evoluzioni ed alle involuzioni della situazione internazionale, Marcuse si presenterà a volte più ottimista, altre più pessimista, altre ancora come politico machiavellicamente più accorto, od a seconda dei casi, apparentemente più responsabile.

In realtà, rispetto al corso che presero le proteste studentesche a partire dal ’68, egli fu meno “pompiere” di Adorno, il quale fu persino contestato ed umiliato dagli studenti, ma continuò comunque a giocare un ruolo critico, da filosofo e non da demagogo.

Fonte: moses – 3 novembre 2004

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Il giorno della memoria, per non dimenticare.

Posted by ernestoscontento su gennaio 27, 2008

 

SE QUESTO E’ UN UOMO

Voi che vivete sicuri Nelle vostre tiepide case;
Voi che trovate tornando la sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce la pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì e per un no
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno:
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole:
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli:
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri cari torcano il viso da voi.

Primo Levi

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Se comprendere è impossibile,conoscere è necessario,perché ciò che è accaduto può ritornare,le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.

Primo Levi

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Dalla memoria di Ernesto:

Scuole medie G. Marconi di Livorno 1971. Incontro con Il Comandante Giotto Ciardi, medaglia d’oro della Resistenza Italiana:

Dopo una breve introduzione sull’azione condotta dai partigiani durante la resistenza e che per la verità non ricordo molto bene in quale luogo si svolse, il Comandante Ciardi si rivolse a noi dicendoci:

  • voi ragazzi avete libertà di stampa – noi non l’avevamo
  • voi ragazzi avete libertà di riunione – noi non l’avevamo
  • voi ragazzi avete libertà di pensiero e di parola – noi non l’avevamo
  • voi ragazzi avete la pluralità di voto – noi non l’avevamo
  • Nella speranza che nessuna generazione futura possa conoscere l’orrore delle leggi razziali che noi abbiamo subito
  • Voi siete uomini Liberi all’interno di una società Democratica – noi non lo eravamo
  • Ragazzi se voi ricorderete queste cose durante tutto l’arco della vostra vita allora vorrà dire che il sacrificio mio e dei miei compagni non sarà stato un sacrificio vano.

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Non occorre aggiungere altro, basta riflettere di cosa è capace l’essere umano. Per questo è importante avere la memoria e tramandare la storia di quel che realmente è stato.

Noi siamo ciò che siamo e, non quello che idealmente vorremmo essere.

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Approfondimenti:

http://www.ucei.it/giornodellamemoria/index2.htm

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Unioncamere: la prima mappa del capitalismo pubblico locale

Posted by ernestoscontento su gennaio 23, 2008

Tutto poteva pensare il buon Adam Smith quando ha scritto “La Ricchezza delle Nazioni” tranne che la ricchezza di una nazione fosse cosi volutamente e barbaramente depauperata, perché dilapidare il denaro pubblico, sottraendolo ad altre necessità e bisogni della comunità, a vantaggio di una casta politica incapace e moralmente equivoca, era una cosa impensabile anche per lui che viene considerato il padre dell’economia politica liberista.

Roma, 22 gennaio 2008 – Decisamente tante e poco efficienti, soprattutto nel Mezzogiorno, con un numero elevato di amministratori, un tasso di crescita dell’occupazione e del costo del lavoro notevole e una bassa produttività.

Sanno solo spremere i cittadini, visto che le tariffe dei servizi sono salite del 40% in dieci anni: il 15% in più dell’inflazione.

E’ questa la giungla dei servizi locali delle oltre4mila società partecipate da Comuni, Province, Regioni e Comunità montane, messe sotto osservazione dal Centro studi di Unioncamere attraverso l’analisi dei bilanci presentati alle Camere di commercio.

La ricerca si concentra su un triennio particolarmente importante per l’evoluzione del settore dei servizi pubblici locali (al quale appartiene la quota più consistente delle società partecipate dagli enti locali), avviata nel corso degli anni Novanta e ancora parzialmente in itinere.

Gli anni monitorati sono il 2003-2005, con un aggiornamento per alcuni aspetti a fine 2007.

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NOAM CHOMSKY – IL BENE COMUNE

Posted by ernestoscontento su gennaio 22, 2008

“Il Bene Comune” di Noam Chomsky. Uno dei più grandi intellettuali contemporanei smonta, in questo libro-accusa, tutte le menzogne di un meccanismo che cerca di legittimare guerre e sfruttamento nel nome di falsi miti come “il libero mercato” o “l’esportazione della democrazia”.

La falsa Democrazia è per Chomsky un sistema in cui crescono a dismisura il potere e i privilegi della sparuta minoranza dei più ricchi a dispetto della maggioranza dei cittadini non può dirsi una democrazia.

Lo aveva già capito Aristotele, anche se oggi le sue paiono le parole di un pericoloso radicale contemporaneo.

Parte da qui questa lucida arringa che analizza, disseziona e smaschera misfatti e menzogne con cui i centri di potere finanziari e le multinazionali cercano di paralizzare le istituzioni democratiche o assumerne il controllo.

E senza offrire illusorie formule magiche, Chomsky invita a riappropriarsi di strumenti e spazi che consentano di essere realmente cittadini e non solo sudditi e obbedienti consumatori.

Perchè, a volte, basta solo aprire gli occhi. Il J’accuse di un grande intellettuale per risvegliare la nostra coscienza critica.

Chomsky parte da un elemento fondamentale per aprire qualsivoglia dibattito sul destino dell’uomo, che è quello della democrazia, termine più abusato e usato, poco conosciuto in tutti i suoi aspetti, e quasi mai realizzato ma che serve per essere uno strumento di controllo in favore di una sparuta minoranza ai danni dei più.

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Italia sull’orlo della bancarotta? Scarica il documento EuroSchiavi

Posted by ernestoscontento su gennaio 21, 2008

Articolo di Paolo Margari, Pubblicato su RESET

Non siete stufi dell’arroganza dei potenti che sguazzano nell’immondizia dei loro tartassati?

Io sì. Tra numerosi scandali politico-giudiziari, sanitari, ambientali, religiosi (ormai non c’è più da stupirsi, semmai ci sarebbe da sdegnarsi), non dimentichiamo un’economia nazionale sempre più debole.

L’Italia sarebbe sull’orlo della bancarotta, come accadde anni fa in Argentina.

Nonostante la stampa ufficiale non ne faccia accenno, l’allarme giunge da un documento che circola nel sottobosco della rete, che pur non avendo pretese di scientificità, racconta una realtà ben nota agli analisti finanziari.  Si chiama Euro Schiavi.

pdf Scarica gratis da qui EuroSchiavi e diffondi (formato PDF).

“Euroschiavi” è anche un libro di Marco Della Luna e Antonio Miclavez (3a edizione 2007, ed. Arianna). Al suo interno si parla della grande frode del debito pubblico, dei segreti del signoraggio e di chi si arricchisce davvero con le nostre tasse.

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L’Italia? Una federazione di famiglie.

Posted by ernestoscontento su gennaio 21, 2008

Vi invito alla lettura di questo interessante articolo del sociologo Carlo Gambrescia


Mai come in questi giorni si può avvertire la gravità della crisi italiana. Apertasi “ufficialmente” nel 1992-1994, ma tuttora in atto. In realtà proprio questa lunghezza, dovrebbe far riflettere sulle sue ragioni strutturali.

Sappiamo di prenderla da lontano, e magari annoiare il lettore, ma non possiamo farne a meno. Dal momento che alle origini della crisi attuale ci sono cause storiche e sociologiche. E ne vanno ricordate almeno tre.

In primo luogo, in Italia l’idea repubblicana come religione civile, non mai stata “socializzata politicamente” a livello di massa. Ma lo stesso discorso vale anche per la tradizione monarchica e perfino fascista (la più breve delle tre). Si tratta di una mancanza di affezione sociale alle istituzioni, legata al tardivo conseguimento dell’unità nazionale, avvenuto senza adeguata partecipazione popolare.
Stato e Patria non sono perciò mai entrati nel cuore degli italiani, per usare un’espressione letteraria. Fin dall’epoca post-unitaria gli italiani hanno visto nello Stato e nella Patria solo il Poliziotto, il Soldato, l’Esattore Delle Imposte (figure, del resto, spesso schierate con i ceti socialmente privilegiati). E mai “istituzioni” preposte al buongoverno.

Ancora oggi, come emerge dai sondaggi, il primo valore resta la famiglia, ma in senso particolaristico (“prima noi, poi lo Stato”). E perciò si può parlare di un familiarismo diffuso a livello nazionale e venuto a patti con certa modernità tipicamente italiana. Dopo di che, per l’ ”italiano medio” seguono nelle preferenze: le reti amicali e professionali (amici, colleghi e clienti), E attenzione, sono atteggiamenti e comportamenti molto diffusi anche all’interno della stessa classe dirigente politica ed economica dominante. Sempre a caccia di “rendite”, spesso immeritate, per se stessi e per i propri familiari e sodali. Rendite ovviamente collegate alle posizioni di potere conseguite. Pertanto il caso Mastella non sarà l’ultimo, di un pur già lunga serie di casi simili.

Su questo parassitismo politico-familiaristico Miglio ha scritto pagine acutissime e documentate, alle quali rinviamo. Quanto all’economia, risulta perfino banale ricordare, che per il capitalismo italiano, gli studiosi hanno coniato il termine di “capitalismo familiare”.

In secondo luogo, come abbiamo già accennato, sul piano locale, anche dove è presente una certa tradizione civica, sono tuttora esclusivamente attive, come strumento di cooptazione politica ed economica, le rete familiari, amicali e professionali: per parenti, amici e colleghi, soprattutto se socialmente cospicui, le “istituzioni” (dai partiti alle banche) continuano ad avere un occhio di riguardo. Il che potrebbe anche essere comprensibile nella gestione di realtà comunali minori, segnate dal faccia a faccia comunitario. Ma non accettabile nelle aree dove le tradizioni civiche sono più deboli, come ad esempio nel Mezzogiorno (terra segnata, secondo un certa tradizione sociologica, da un familismo amorale, addirittura di tipo premoderno, mai venuto a patti con la modernità). E dove l’assenza di un solido tessuto civile continua a facilitare le infiltrazioni di tipo criminale.

Promosse da organizzazioni che spesso si muovono su basi addirittura claniche e di antica data. Ancora peggio, quando si passa a livello di Regione e Stato centrale, dove il familiarismo e il clientelismo politico (quest’ultimo consiste nell’estensione della logica fiduciaria familiare al partito politico, spesso anche in senso letterale), impediscono “strutturalmente” di gestire l’amministrazione pubblica e di governo in termini di efficienza, correttezza ed eguaglianza di accesso alle prestazioni. Alimentando negli esclusi uno spirito di rivalsa verso le istituzioni, contrastante con lo sviluppo di qualsiasi senso civico. Dal momento, come si è detto, che lo Stato è visto, almeno far tempo dell’unità italiana, come entità estranea ed eventualmente come dispensatore di favori economici e politici.

In terzo luogo, il sistema dei partiti privo di salde saldi radici rivoluzionarie (come nell’esperienza francese) o di consolidate tradizioni parlamentari (come nell’esperienza britannica) si è praticamente adattato a questa logica familiaristico-clientelare, introducendola in un contesto moderno come finalità: la democrazia rappresentativa, il mercato, lo sviluppo, il progresso. Ma segnato dal punto di vista dei mezzi dall’accettazione di tale logica come “normale” strumento organizzativo e di potere. Il termine non ci piace, ma non si può non parlare di modernizzazione compromissoria.
Il che nelle aree a rischio, produce tuttora pericolose commistioni tra politica e criminalità comune. Mentre nelle altre aree, politicamente meno immature, se ci si passa l’espressione, provoca ancora oggi, immorali matrimoni di interesse tra partiti e capitalismo familiare. E qui, purtroppo c’è un filo rosso che va dallo scandalo della Banca Romana (1892-1894) a quello della Parmalat 2003-2004).
In un quadro del genere, segnato dalla logica familiaristico-clientelare come abitudine collettiva, è difficile suggerire vie d’uscita. Può sembrare perfino banale, ma in Italia la prima cosa a cui spesso si pensa prima di iniziare una qualsiasi azione di contenuto sociale (la ricerca di un lavoro, la prenotazione di una visita medica specialistica, la richiesta di un passaporto, un prestito bancario, eccetera) è trovare una “raccomandazione” nel giro dei parenti, amici, conoscenti, eccetera.

Va inoltre considerato che attualmente la cosiddetta globalizzazione economica tende a dissolvere, in misura crescente, i legami tra cittadino e stato-nazione, persino dove sono ancora ben saldi. Di conseguenza per “l’italiano medio”, ancora oggi così poco “nazionalizzato” e “statualizzato” (se ci passa le brutte espressioni…), in futuro sarà sempre più difficile “socializzare politicamente” i valori di patria, rispetto civico e di buon governo.

E così gli italiani rischiano di trasformarsi in cittadini del mondo… Ma anche qui in modo molto particolare, seguendo la propria “specializzazione”: esportando stilisti, prodotti di lusso e criminalità, su basi rigorosamente familiaristiche. Con il rischio di scivolare lentamente verso la frammentazione politica pre-unitaria. Anche perché l’Unione Europea è considerata dagli italiani come un pura e semplice appendice economica.

Inoltre questo progressivo processo di “denazionalizzazione” e “destatualizzazione”(altre brutte espressioni) potrebbe addirittura rendere in termini economici troppo costoso il mantenimento di una classe politica autoctona. E spingere, suo malgrado, il capitalismo familiare italiano a puntare per la “sicurezza” interna ed esterna su partner politici stranieri, magari anglo-americani (perché ritenuti più dinamici e sicuri sul piano organizzativo). Fino al punto – ecco il rischio più grande – di considerare superate e costose le elezioni politiche. E non è “fantapolitica”, perché dietro le attuali violente polemiche confindustriali sulle “caste” politiche si scorge un progetto del genere.

In questo modo l’Italia rischia di tornare ad essere ciò che era nell’Alto Medioevo: una federazione di famiglie. E non è una battuta.

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Come sarà il 2008 ?

Posted by ernestoscontento su gennaio 3, 2008

Cosa scivere nel primo Post del 2008 ?

Intanto spero che abbiate passato serenamente le feste.

Per quanto mi riguarda tutto bene, unica nota dolente, la delusione per il discorso di fine anno del nostro Presidente della Repubblica.

Noto con piacere che RESET è frequentato da nuovi autori, spero vivamente che continuino a dare il loro contributo.

Io per ora leggo,impegni di lavoro non mi consentono per ora di stare in rete come al solito.

Vi confesso che sono politicamente abbattuto, stasera devo andare ad un incontro per il PD, CHE DIRE? CHE FARE?

Sono incerto……..deluso Dal Presidente, deluso da Prodi che fa la gara con Zapatero sui sorpassi….numeri solo e soltanto numeri…….Mi sembrano parole di persone lontane dalla realtà quotidiana della gente comune.

Intanto, la CGIA di Mestre ci dice che se L’Italia si dota del solito apparato Amministrativo di quello tedesco, nel 2014 il debito Pubblico diventa a livello europeo il 56% del PIL.

Le associazioni dei consumatori, ci informano che il 2008 vedrà un aumento dei prezzi che inciderà per 1.700 euro anno sulle tasche degli Italiani, indebolendo ulteriormente sia la qualità della vita e i consumi interni.

Il Petrolio è a 100 dollari al barile ( la pasta nei negozi si trasporta coi TIR) dove arriverà? quali contromisure adottare?.

Unica nota positiva è la scelta fatta per Alitalia, solo un gigante può risanare un gigante malato, per i nani si può avere simpatia ma in economia difficilmente hanno cure appropriate per chi è più grosso di loro ( leggi articolo di ernesto in merito).

Il Presidente Napolitiano esorta a investire in ricerca, peccato che nessuno sembri avergli detto . Che in Italia fino aalla metà degli anni 70 investivamo il 4% del PIL in ricerca ma il 2% veniva dall’IRI.

L’Italianità c’è la siamo giocata, con la nostra superficialità, nessuno a mai pensato che il sistema economico per sopravvivere e riprodursi può anche fare a meno del Surplus, ma deve necessariamente riprodurre tutti gli altri valori……..

Buon 2008 a tutti.

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Approfondimenti:

pdf CGIA Mestre Debito Pubblico

pdf Banca D’Italia: Lo Stato imprenditore e la qualificazione tecnologica dello sviluppo economico italiano: l’esperienza dell’IRI nei primi decenni del secondo dopoguerra Sabrina Pastorelli, Dicembre 2006

Rapporto Assinform 2006: lenta ripresa. Le imprese al Governo: ‘Rilanciare gli investimenti in innovazione’

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