ernesto scontento

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Amartya Sen: «Non si vive di solo Pil»

Posted by ernestoscontento su febbraio 9, 2008

Amartya Kumar Sen (Santiniketan, 1933) è un economista indiano Premio Nobel per l’economia nel 1998, Lamont University Professor presso la Harvard University.

L’accoppiata Sarkozy-Sen non è delle più scontate, non foss’altro perché il presidente francese fa parte di uno schieramento di destra mentre il premio Nobel indiano per l’Economia non ha mai fatto mistero del suo egualitarimo e delle sue preferenze per la sinistra.

Prof. Amartya Sen, come ha reagito a questo incarico? Conosceva Nicolas Sarkozy prima che lo chiamasse a partecipare alla commissione che si propone di andare oltre il Pil per misurare il benessere francese?
No, non mi è mai capitato di incontrarlo. Devo anche dire chiaramente che, se fossi stato francese, avrei certamente votato Ségolène Royal. Ciò non mi impedisce però di ammirare le grandi qualità immaginative e l’apertura mentale del presidente Sarkozy, ben evidenti in diverse sue iniziative.

Ci può fare qualche esempio?
Per esempio l’aver voluto come direttore generale dell’Fmi Dominique Strauss-Kahn, che conosco bene, un socialista che avrebbe ben potuto essere candidato alla presidenza e potrebbe esserlo in futuro. E lo stesso discorso vale per Bernard Kouchner, il ministro degli Esteri, che pure conosco bene per il nostro comune impegno con Medici senza frontiere. Anche l’aver chiamato me come consulente per la revisione delle misure del benessere, nella commissione presieduta da Joseph Stiglitz, è un chiaro segno della sua apertura mentale. È chiaro che qui io non vengo chiamato per ragioni politiche, ma professionali. Per trovare strumenti di misurazione più precisi di quelli del Pil.

Le insufficienze del Pil sono riconosciute dagli economisti?
Quando si trattava di affrontare il problema in relazione alle nazioni povere o in via di sviluppo, come l’India, la Cina, o i Paesi dell’Africa e del Sud America, era abbastanza facile riconoscere che Pil e Pnl non sono delle buone misure. Per quelle nazioni questo era un enorme problema e lo abbiamo affrontato con il cosiddetto “approccio sullo sviluppo umano” che ha portato alla creazione dell’Indice dello sviluppo umano. E sono assai orgoglioso di essere stato coinvolto dalle Nazioni Unite nel 1990, quando si mossero in questa direzione, facendomi dirigere la commissione su questo tema.

Ma i Paesi ricchi hanno esigenze diverse.
Per questo i parametri non possono essere gli stessi. Ciò che differenzia i Paesi in via di sviluppo – i gradi di alfabetizzazione o le repentine vaziazioni delle aspettative di vita – non hanno la stessa variabilità che possono avere in Francia, in Italia, in America o in Canada. Non che non sia significativo che Paesi così diversi quanto a ricchezza come gli Stati Uniti e Cuba abbiano identiche aspettative di vita. Ciò dimostra appunto che il Pil non è un indicatore molto significativo. Ma ci sono altri problemi che sono dominanti in America e in Europa. Essi indicano per esempio che l’America deve affrontare l’enorme problema di garantire la sanità per tutti. Problema assai minore per Francia, Gran Bretagna, Italia e per l’Europa intera, che è dotata di sistemi sanitari pubblici, spesso integrati da una serie di servizi privati. Questi Paesi semmai metteranno al primo posto problemi come l’alto tasso di disoccupazione, le ineguaglianze tra gli standard di vita di diversi gruppi, differenze economiche tra immigrati e non immigrati, il generale senso d’insicurezza, inquietudine, e vulnerabilità che attraversa le grandi città. Voglio dire che su molti dei problemi che riguardano l’America e l’Europa neppure l’Indice dello sviluppo umano ci dice nulla.

Dunque per lei si tratta di una sfida nuova?
Certamente per me lo è. Ma tengo a precisare che parlo senza sapere esattamente che cosa Sarkozy mi chiederà. Vorrei però aggiungere un altro punto, ugualmente importante. A volte succede che a una crescita anche molto alta della ricchezza non corrisponde affatto una crescita del benessere. Per capire come ciò si verifica non dobbiamo fare solo confronti tra un Paese e l’altro in un determinato momento, ma dobbiamo essere in grado anche di fare confronti tra momenti e fasi diverse relative a un singolo Paese. Questo ci permetterà di definire assai meglio il reale stato di benessere e il senso di felicità e libertà umana che attraversano le nostre società.

Ma non pensa che anche alcuni elementi dell’Indice dello sviluppo umano siano adatti ai Paesi ricchi? In Italia, per esempio, il sistema educativo mostra una carenza di nozioni di base a partire da quelle matematiche.
Sì, però qui abbiamo a che fare non con questioni relative alla semplice alfabetizzazione, relativamente facili da misurare, ma a capacità più complesse che richiederanno strumenti altrettanto complessi per essere misurate. Resta il fatto che la valutazione dei sistemi educativi è certamente uno degli elementi decisivi per il lavoro che ci accingiamo ad affrontare.

11 gennaio 2008

FONTE: il sole 24 ore.it

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