ernesto scontento

“Disapprovo ciò che dici, ma difenderò alla morte il tuo diritto di dirlo ” (Voltaire)

Il Giorno della memoria condivisa per non dimenticare, rafforza la Democrazia

Posted by ernestoscontento su febbraio 10, 2008

Grazie Presidente Napolitano.

10-02-2008 Il Quirinale: Saluto del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione della commemorazione del Giorno del Ricordo

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Quotidiani:

Foibe, Napolitano: “L’unità prevalga sulle discordie”Il Capo dello Stato ribadisce: le foibe furono pulizia etnica, e pace per le “reazioni inconsulte che vennero al mio discorso di un anno fa da fuori d’Italia”

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Giorno del ricordo: L’Italia commemora le vittime delle foibe

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E’ importante che il capo dello Stato di una Repubblica Democratica riconosca queste cose.

Ma in questo caso il riconoscimento è ancora maggiore perché viene da un uomo che ha militato nelle file del P.C.I., certo il P.C.I. non può essere considerato in nessun caso è in nessuna maniera autore materiale di simili nefandezze.

Ma purtroppo per noi non fu mai neanche chiaro nella sua linea politica nei confronti di Mosca, se non con la segreteria di E. Berlimguer negli ultimi anni (L’esaurimento della spinta propulsiva Enrico Berlinguer – Conferenza stampa televisiva, 1981).

Toccò proprio a G. Napilitano nel 1956 uscire con un comunicato del partito comunista Italiano sui fatti di Ungheria, dai toni duri e raccapriccianti se letti alla data odierna,

Stralcio del discorso di Giorgio Napoletano sulla Rivoluzione Ungherese del 1956.


“L’intervento sovietico in Ungheria, evitando che nel cuore d’Europa si creasse un focolaio di provocazioni e permettendo all’Urss di intervenire con decisione e con forza per fermare la aggressione imperialista nel Medio Oriente abbia contribuito, oltre che ad impedire che l’Ungheria cadesse nel caos della controrivoluzione, abbia contribuito in misura decisiva, non già a difendere solo gli interessi militari e strategici dell’Urss ma a salvare la pace nel mondo”.

Ma come scriverà, lo stesso G.Napolitano nel suo libro dal “Dal PCI al socialismo europeo”

“A. Giolitti aveva ragione e noi torto – pag.40”.

Peraltro frase riportata sui quotidiani nazionali dove riconoscerà anche le ragioni di Pietro Nenni, subito dopo la sua investitura di Presidente della Repubblica e, prima della sua missione in Ungheria per commemorare i caduti nella repressione filo Stalinista del 1956.

Dichiarazione stampa Budapest, 26 settembre 2006

VISITA DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA GIORGIO NAPOLITANO IN UNGHERIA

26-09-2006 – Discorso di G-Napolitano, alla conferenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano all’Accademia Ungherese delle Scienze: “Le Prospettive di Integrazione Politica nell’Europa Riunificata

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Sulla repressione ungherese vale la pena di ricordare cosa scrisse allora uno dei maggiori maestri del giornalismo Italiano I. Montanelli, che Inviato dal “Corriere della Sera” a seguire le drammatiche giornate della rivolta in Ungheria, Indro Montanelli arriva a Budapest il l° novembre, mentre i carri armati russi abbandonano la città; vi rientreranno però pochi giorni dopo.

Raccoglie gli entusiasmi dei patrioti, certi di un futuro “indipendente, neutrale e occidentale”. Assiste poi alla fulminea occupazione sovietica della città con cinquemila carri armati; alle “cento ore di disperata battaglia” e, infine, alla repressione violenta.

Costretto a liberarsi dei propri appunti si rifugia a Vienna dove comincia a stendere il suo racconto. In primo piano, la cronaca in diretta della battaglia di Budapest; sullo sfondo gli intrighi della politica internazionale: le incertezze di Tito, i raggiri di Kruscev, le cautele di Nixon, lo stallo delle democrazie occidentali.

OGGI,RILEGGERE GLI SCRITTI DI MONTANELLI, E’ COME UN PUGNO NELLO STOMACO, MA DI QUELLI CHE TI MANDANO AL TAPPETO SENZA FARTI RIALZARE PER QUALCHE GIORNO.

Nel libro La sublime pazzia della rivolta, con la prefazione di Mirian Mafai, c’è la raccolta di tutti e 24 articoli di Montanelli sull’Ungheria.

Racconta il giornalista del Corriere che vede i carri armati provenire da tutte le direzioni sotto un cupo rombo di artiglierie, affiancati tre per tre, con i cannoni puntati avanti e le mitragliatrici ai lati.

Ad ogni crocicchio, un’autoblindo si ferma per posizionarsi, mentre le altre proseguono sui grandi viali che portano al centro. In giro non si vede nessuno.

Poi verso le ore 10:30 si sente il rumore di una mitraglietta leggera, subito coperto da quello delle armi pesanti sovietiche.

E poi ancora il rumore di due, tre, cento mitragliette che sparano da ogni parte. Sono molte, moltissime, scrive Montanelli, travolto dall’emozione.

Da quel momento la città è per quattro giorni e quattro notti un uragano di fuoco. Durante questi quattro giorni vengono uccisi quasi duemila ungheresi.

Nonostante il pericolo che incombe, Montanelli si fa ugualmente venire a prendere da studenti di un collegio vicino un chilometro, per essere condotto, insieme agli altri, in qualche covo di lavoratori insorti, per raccogliere informazioni per i suoi articoli.

Questi giovani del collegio sono i “combattenti della libertà” che il regime ha addestrato alla guerra partigiana, in caso di invasione da parte dei “capitalisti occidentali”.

Sono ragazzi che avrebbero dovuto essere l’intellighentia dei paesi satelliti di Mosca, racconta l’inviato speciale, ma che, invece, hanno trasformato il loro collegio in un quartier generale della rivolta: antisovietica, ma non anticomunista. Togliatti e molti altri del PCI bollano gli insorti come “fascisti” e “controrivoluzionari”.

Montanelli li difende contro tutti e due i “conformismi di destra e di sinistra”. “Chi ha visto quella città” egli scrive “sorpresa nel sonno da cinquemila carri armati, reagire compatta, e dove ogni casa è stata trasformata in fortino e ogni finestra in feritoia, con le strade pavimentate di morti, e poi, rimasta senza munizioni, incrociare le braccia e lasciarsi arrestare, fucilare, deportare, morire di fame e di freddo, piuttosto che collaborare, eh no, chi ha visto tutto questo, all’ipotesi della sbornia collettiva non può credere!” “Del resto, la miseria già si toccava con mano a Budapest anche nei giorni della grande speranza.

Bastava guardare i vestiti, le scarpe, le vetrine dei negozi, gli interni delle case.

Questa miseria materiale, però, non aveva affatto ingenerato quella morale del servilismo e dell’accattonaggio…

La società ungherese è in pezzi dopo 11 anni di regime comunista, non ha più una gerarchia, né un’economia.

Un fallimento clamoroso e mortificante! E fra quanti ne sono responsabili non c’è nessuno che disconosca questa realtà, nemmeno per disciplina di partito.” Riferendosi, poi, al partito comunista italiano, scrive che “è rimasto l’unico a disputare a quello francese il primato del servilismo e della vigliaccheria.”

Montanelli riesce a scompigliare i luoghi comuni di destra e di sinistra che sulla stampa italiana presentano quanto accade a Budapest e sobborghi come una controrivoluzione borghese filoccidentale e anticomunista. “Una comoda tesi, questa” commenta Montanelli tanto “per i conservatori, che raffigurano il paese desideroso di scrollarsi di dosso il socialismo reale, quanto per i comunisti, fedeli all’ortodossia sovietica.”

Infatti, nei giorni successivi decine di migliaia di comunisti ungheresi insorti saranno imprigionati nelle carceri. Le ultime impiccagioni di rivoltosi del 1956 avverranno nel 1961. Tornato in patria, Montanelli, rivolgendosi a quanti stanno manifestando per le strade la loro solidarietà agli insorti ungheresi, scrive “Studenti d’Italia non faccio il giornalista in questo momento… quello che vi rimetto è il testamento dei vostri camerati d’Ungheria che, mentre io scrivo e mentre voi leggete, muoiono in senso fisico, uno dopo l’altro, uno sull’altro, cantando l’inno di Kossuth.

E, morendo, hanno pensato a voi… È naturale che abbiano saputo anche delle vostre manifestazioni…

Non compiangeteli! Nessuna vita d’uomo, per quanto longevo, sarà stata così ricca e piena come quella, spezzata a venti anni, dei ragazzi di Budapest che la lanciarono contro le corazze dei carri armati.

Ben altri sono da compiangere: coloro che sorrideranno di queste mie parole. E questi sono tra coloro che, appena tornato in patria, mi hanno chiesto: «come mai gli ungheresi hanno fatto questa pazzia?».

Sono costoro proprio quelli che domani, coi carri russi all’uscio, non comprometterebbero nulla ma coesisterebbero! Non lasciatevi corrompere da questa saggezza che è il passaporto della viltà, del calcolo e del tornaconto.

La Storia non va avanti a forza di saggezza, in nome della quale nessuno ha mai trovato il coraggio di morire.

Quel che muove è la pazzia, e mai pazzia fu più sublime di quella degli studenti di Budapest.”

Quindi concludo con una riflessione che non è mia, ma che condivido pienamente, “La storia fatta di silenzi, di falsificazioni, di mistificazioni, non è maestra di vita”.

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Le bare di alcuni infoibati

Approfondimenti sulle Foibe.

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