ernesto scontento

“Disapprovo ciò che dici, ma difenderò alla morte il tuo diritto di dirlo ” (Voltaire)

Tutti alla corte di Lord Keynes

Posted by ernestoscontento su aprile 8, 2008

Lord Keynes è di nuovo in uso.

Il pensiero di Keynes è realmente pericoloso, poiché comporta una riflessione e una scommessa sui fini, anziché sui mezzi, che la politica può e deve darsi in questo mondo.

Il capitalismo decadente, internazionale ma individualistico, a Keynes non piace:

“Non è intelligente, né bello, né giusto, né virtuoso, né si comporta come dovrebbe. In breve non ci piace e anzi stiamo cominciando a detestarlo. Ma quando ci domandiamo che cosa mettere al suo posto, siamo estremamente perplessi”

Oggi in piena campagna elettorale,il grande economista inglese è tirato per la giacca sia dal CD che dal CS visto i venti di crisi mondiale in atto.

Quindi una rilettura dei suoi scritti riportati nel saggio “Come uscire dalla crisi, a cura e con un’introduzione di P. Sabbatici, pp. XLIV-137, 14,46 euro”.

Nove saggi classici del maggior economista del XX secolo, scritti negli anni immediatamente precedenti la stesura della sua opera fondamentale (La teoria generale), nel periodo della Grande depressione degli anni Trenta. i quali, rappresentano un prezioso viatico alla comprensione di ciò che sta accadendo.

Il suo lascito teorico e soprattutto politico, che poco o nulla ha a che fare col “keynesismo attuato fino ad oggi” .

Un lascito “politico” , prima ancora che teorico, perché la grandezza di Keynes si misura innanzi tutto come uomo politico. Convinto com’era del fatto che l’economia fosse una “scienza morale”, piuttosto che una scienza sperimentale, la sua fu in certo qual modo una “predicazione”, prima ancora che una rivoluzione scientifica.

Una predicazione, beninteso, attenta a non cadere mai nella pura testimonianza, ma al contempo per nulla disponibile a baratti sui principi e, per di più, sempre condotta con un’attenzione particolare al registro retorico, sapientemente modulato sul filo di irriverenti paradossi, boutades e motteggi capaci di ridicolizzare il più fiero avversario.

Nel confronto non c’era chi potesse resistergli: perfino Bertrand Russell osservò una volta che non c’era occasione che si misurasse con Keynes senza ritrarne l’impressione di aver fatto la figura dello stupido.

Proprio questa particolare modalità d’espressione, pienamente percepibile in tutti e in ciascuno dei saggi inclusi in questa raccolta, è stata oggetto di aspre critiche da parte di avversari e di ammiratori, imputandosi a Keynes di aver fatto ricorso per propagandare come novità strabilianti tenui restyling dell’ortodossia.

Ma in realtà, non è così. Il punto è che Keynes si trovò a doversi confrontare non soltanto con una teoria che riteneva sbagliata, ma con l’intero corpo delle convenzioni etiche che su quella teoria erano state edificate, e che predicavano le virtù del risparmio, dell’astinenza,della libera iniziativa e, naturalmente, della moderazione salariale.

E se può essere relativamente facile aver ragione di una costruzione teorica resa malferma da una o più evidenze empiriche di segno contrario perché questa era la situazione dell’ortodossia dominante di fronte agli eccezionali livelli della disoccupazione degli anni trenta, la situazione diventa difficile quando entra in gioco la morale, perché l’etico è il regno dell’assoluto.

Proprio come facevano ai tempi di Keynes gli economisti ortodossi, quando additavano a causa della disoccupazione i salari a loro dire ancora “troppo elevati”, nonostante ogni ulteriore diminuzione non avesse effetto sull’occupazione.

E’ questo il motivo che spinge Keynes, estimatore di Freud, a ricorrere al “motto di spirito”. In quanto intreccio di compromessi e contenuti socialmente accettabili.

E’ indispensabile per Keynes,denunciare col massimo vigore le aberrazioni dell’ortodossia, stando attento ad evitare l’ostracismo dei benpensanti.

Ed è in questo contesto che arriverà a dire quello che non si doveva dire, e cioè che :“il decadente capitalismo, internazionale ma individualistico, nelle cui mani ci siamo trovati dopo la guerra, non sta avendo molto successo. Non è intelligente, né bello, né giusto, né virtuoso, né si comporta come dovrebbe. In breve non ci piace e anzi stiamo cominciando a detestarlo”.

E’ così che, dopo aver paragonato la situazione in cui si trovavano le economie capitalistiche avanzate, paragonandole a due automobilisti incrociatisi nel mezzo di una strada e incapaci di capire come andare avanti senza scontrarsi,perché nessuno sa da che lato spostarsi per passare e lasciar passare l’altro, Keynes può paragonare il deficit spending ad un “espediente grazie al quale ciascuno si muove simultaneamente un po’ più sulla propria sinistra”.

Ed è così che, in una conversazione radiofonica alla Bbc sulla pianificazione (un esperimento allora tentato solo dai sovietici, e ritenuto dai più del tutto incompatibile con i principi di una comunità democratica), egli può affermare senza timore che gli piacerebbe “tentare di verificare se non sia possibile godere dei vantaggi di entrambi i mondi”, vale a dire dei vantaggi “della pianificazione e di quelli della democrazia”.

E’ così che, in una lettera al presidente americano Roosevelt (pubblicata sul New York Times), il nostro giunge a sostenere che aumentare la quantità di moneta per far sì che produzione e reddito crescano “è come cercare di diventare grassi comprando una cinta più larga”.

Ed è così che, in una conferenza tenuta all’University College di Dublino (poi pubblicata su The New Statesman and Nation), egli può perfino irridere il “criterio del tornaconto finanziario come test per valutare l’opportunità di intraprendere un’iniziativa di natura sia privata che pubblica”, definendolo frutto di “una astratta mentalità contabile”, incapace di comprendere “che l’intero paese sarebbe sicuramente più ricco se il macchinario non utilizzato e gli uomini disoccupati fossero impiegati per la costruzione delle case di cui c’è bisogno piuttosto che ricevere un aiuto per rimanere oziosi”.

Ecco che il Keynes”trasgressivo” demolitore dell’ordine sociale costituito, è ancora oggi, una lettura imprescindibile per chiunque, riformista, laico ecc..ecc…, che intenda fare della militanza politica uno strumento per modificare lo stato delle cose esistenti e non semplice e pura testimonianza. “Una volta che ci sia concesso di disubbidire al test di profittabilità di un contabile, cominceremo a cambiare la nostra civiltà”, scrive Keynes nel 1933.

Oggi sembra che tutti gli diano ragione, visto che la situazione economica è quel che è, e noi abbiamo potuto constatare che negli oltre settant’anni trascorsi da allora, che le crisi del capitalismo seminano paura e panico, messi in purga i capitalisti, trascendono il loro credo che si basa sull’efficenza del mercato per allocare le risorse.

Quel credo, che consiste nella forma capitalistica della riproduzione sociale, sulla base di quest’ultima, infatti, il denaro può essere speso soltanto se, a seguito del processo di produzione, il capitalista ottiene un’aggiunta al valore iniziale, il profitto in moneta.

Mentre il genio di Keynes invece, spinge consapevolmente lo stato a spendere anche se non vi sono prospettive di profitto monetario.

Il motivo è semplice: nel momento in cui lo stato si carica di organizzare direttamente il processo produttivo, i lavoratori che esso impiega, pur figurando come “salariati”, realizzano un prodotto o un servizio che, in quanto richiesto dalla comunità ne individua un bisogno pubblico da soddisfare.

Pensare di ottenere un “profitto monetario” è un controsenso, perché cambia la natura stessa del produttore del servizio ( il capitalista che finanzia l’attività è lo Stao e in quanto tale, il capitale investito sono i soldi della comunità. Quindi i cittadini sono gli azionisti dello stato, e loro, in quanto proprietari del capitale investito,dovrebbero ricevere in cambio buoni servizi a costi bassi, come ritorno dell’investito fatto).

Questo tipo di servizi erogato dallo stato assumono il nome di “prodotto sociale”: i beni e i servizi prodotti dallo stato, che sono valori d’uso la cui creazione si rende possibile solo mediante il suo intervento, appartengono “di diritto” ai suoi membri, vale a dire ai cittadini.

Lo stato, insomma, non deve più “vendere” istruzione o sanità, perché può apprestarli come valori d’uso sulla base di una preventiva programmazione che tenga conto ex ante delle risorse (materiali) disponibili e dei bisogni dei destinatari del servizio.

Sta qui il motivo ultimo di quella pratica della contabilità nazionale, che consiste nel classificare i valori d’uso prodotti dallo stato come “beni e servizi non destinati alla vendita”.

Ecco perché sta nel principio per cui i servizi statali, primi fra tutti i servizi del welfare, deve fruirsi per “diritto”.

Ed è appena il caso di notare che senza questo mutamento nel modo di porre come sociali i valori d’uso scaturiti dal processo sociale di produzione non sarebbe stato possibile, ovviamente, il proliferare dei cosiddetti “diritti sociali” (al lavoro, allo studio, all’assistenza in caso di disoccupazione involontaria, malattia e vecchiaia ecc.), che abbiamo visto dispiegarsi nelle costituzioni europee e nelle carte dei diritti del secondo dopoguerra.

A favorire la diffusione che lo stato deve essere minimo, lasciando la libera iniziativa “ AGLI SPIRITI ANIMALI”, in una società dove lo Stato dovrebbe occuparsi solo della stupidaggini; a questo tipo di foma-mentis non vi è dubbio che ha contribuito la burocratizzazione, ossia il fatto che lo stato regolatore è spesso “catturato” da interessi particolari e legifera in favore di queste lobby e non dei cittadini, ma soprattutto la difficoltà di una partecipazione attiva e consapevole ai processi decisionali, da parte dei cittadini sulle scelte collettive, a portato alla attuale situazione socio politica.

Sono evidenti i limiti della nostra classe dirigente di essere guida in situazioni mutevoli e complesse, ma l’esperienza ha messo in luce “ CHE LA CRISI ATTUALE, QUELLA SCATURITA DAI SUBPRIME E SOLO LEPILOGO DI UN SISTEMA VALORIALE FRANTUMATO, DOVE INGANNO E MENSOGNA, SONO IL NUOVO CREDO DI UNA CLASSE DIRIGENTE CHIAMATA MANAGER.

Uno dei falsi miti prodotti dalla cosiddetta “globalizzazione” consiste nella credenza nella sopravvenuta inefficacia di qualsiasi politica economica nazionale.

Mai come oggi queste parole sono attuali:

“ Supponiamo che vi siano due paesi dove i fattori della produzione abbiano esattamente la stessa efficienza e che intrattengano relazioni commerciali e finanziarie simili quelle oggi esistenti, [……]
Si supponga che il partito degli alti salari ( qui Keynes intende aumento salariale a completo carico dell’imprenditore) raggiunga i suoi obbiettivi in un paese, ma non nell’altro. Ne consegue che il capitalista riceverà una più alta remunerazione del capitale investito nel paese con bassi salari.
Di conseguenza preferirà investire i suoi capitali in quei paesi dove sono meglio remunerati.
Ne consegue che il paese degli alti salari subirà una maggiore disoccupazione[……].

In conclusione le conseguenze di una estrema libertà dei mercati che viene concessa alla finanza che investe all’estero dove viene meglio retribuito l’investimento dei capitali, a causa di una diversità storica e socioeconomica mi a sempre turbato. “ Fino a che punto è legittimo investire in paesi con condizioni socioeconomiche diverse godendo dei vantaggi dei bassi salari, aumentando e migliorando gli utili delle nostre aziende Nazionali.” J.M.Keynes 1930

Keynes ribalta molti “luoghi comuni di allora”affermando che:

I) il risparmio privato non è la fonte dell’investimento e che dunque la parsimonia non favorisce la produzione e l’occupazione, anzi li deprime;

II) la causa della disoccupazione non sono gli alti salari e quindi e si riducessero i salari l’occupazione non crescerebbe (i consumi si ridurrebbero);

III) il benessere di uno Stato non si ottiene necessariamente con un bilancio in pareggio, infatti una politica economica di deficit spending potrebbe essere utile.
La recessione in atto dovrebbe farci riflettere,sui nostri punti deboli: L’UNIONE EUROPEA CONSENTE CHE SI POSSA AVERE UN DEFICIT NON SUPERIORE AL 3% DEL PIL.

Ma è una valutazione adatta in situazioni economiche normali e non straordinarie, in situazioni non normali sono d’obbligo politiche di supporto ai fallimenti del mercato (è per questo che le banche centrali iniettano liquidità nel sistema bancario), al fine di non svegliare uno dei demoni sociali latenti che è la disoccupazione non socializzata. Quindi è probabile che se la crisi peggiora la U.E. riveda questo vincolo e consenta una politica di deficit spending.

Ma noi con il nostro debito pubblico al 104% del PIL cosa faremo?

Spagna, Germania, Francia, Inchilterra, hanno un debito pubblico che è la metà del nostro o
pocopiù quindi possono usufruire di una espansione in questo senso senza andare oltre al valore medio dei loro competitori (perchè gli stati competono fra loro nache in Europa) e quindi, senza alterale le strutture di base competitive del sitema paese, perchè l’esposizione è proporsionali agli altri (i miei concorrenti).

E’ evidente che “GLI SPIRITI ANIMALI” HANNO FALLITO, E I BALUARDI DEL LIBERALISMO CHE PREMIA I MIGLIOR E I PIU’ CAPACI, A LA TRAGICITA’ MOMENTANEA DELLA FAVOLA DI CAPPUCCETTO ROSSO DOVE IL LUPO TRAVESTITO SI MANGIA PRIMA LA NONNIA E DOPO NON CONTENTO ANCHE CAPUCCETTO ROSSO.

Ma è anche evidente, che in questo periodo viviamo momenti dove la classe politica è capace di tutto tranne che di guidare il proprio paese, un paese.

Un paese dove la storia si ripete tragicamente senza che lasci traccia nella nostra memoria delle sue lezioni, i trasformisti di ieri e di oggi anno un unico obbiettivo quello di fare “ utili privati, e perdite pubbliche (di Einaudiana memoria)” non si spiegherebbe altrimenti come mai nonostante le ingenti perdite del mercato finanziario ci sono società senza dividenti ma i MANAGER nonostante le perdite sociali percepiscono COMPENSI INIMMAGINABILI solo fino a qualche anno fà (COMPENSI CHE VANNO DA 36 MILIONI DI EURO L’ANNO, A UN MINIMO 7 MILIONI DI EURO L’ANNO).

Ma soprattutto la cosa più deprimente è che ci siano politici che a quei Manager stanno attaccati ai pantaloni, come se la loro storia sia sempre e comunque legata ad essere i “NIPOTINI DI QUALCUNO” dimostrando di essere incapaci ad elaborare e sostenere idee proprie.

In conclusione un piccolo consiglio “ non leggete i Neokeynesiani, ma Leggete Keynes che è meglio” se volete capire perchè siamo con un tasso disoccupazione al 6% che è ai minimi levelli dal 1993, ma non cresciamo e non riusciamo a prendere il circolo virtuoso del rientro del debito pubblico.

Come la maggior parte degli inglesi, io sono stato allevato al rispetto della libertà di commercio, non solo come una dottrina economica che non può essere messa in dubbio da una persona ragionevole e istruita, ma quasi come un capitolo della legge morale. Ne consideravo le violazioni come imbecillità e al tempo stesso come fatti perversi. Ero persuaso che le incrollabili convinzioni liberiste, a cui l’Inghilterra teneva fede da quasi un secolo, fossero insieme la spiegazione di fronte agli uomini e la giustificazione di fronte a Dio della sua supremazia economica. Ancora nel 1923 scrivevo che il libero scambio era basato su verità fondamentali «le quali, debitamente formulate e precisate, non sono contestabili da nessuno che capisca il significato delle parole» [J.M.K.].

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