ernesto scontento

“Disapprovo ciò che dici, ma difenderò alla morte il tuo diritto di dirlo ” (Voltaire)

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Firenze Indagine della Guardia di Finanza 10 milioni di sprechi

Posted by ernestoscontento su ottobre 27, 2007

Noi di RESET il 7 Luglio 2007 lo avevamo detto!!!!

Fonte L’espresso in estratto :

A Firenze si moltiplicano solo gli sprechi di Simone Innocenti

Progetti sbagliati, forniture gonfiate di materiali, architetti che si distraggono. Così sono stati buttati via 10 milioni. Ecco l’accusa delle Fiamme Gialle.

A leggere i risultati degli accertamenti sui costi, in città sono tanti gli amministratori a dormire sogni d’oro. Secondo il dossier nella realizzazione dei due progetti il Comune avrebbe buttato via oltre 10 milioni di euro: denaro sprecato per correggere errori grossolani nei disegni, per rettificare previsioni approssimative o addirittura abbattere strutture che strada facendo si sono rivelate mostruose.

E c’è anche di peggio. Perché quando i militari del Nucleo di polizia tributaria hanno dato un’occhiata al famigerato sottopasso sono rimasti perplessi.

È bastato fare i ‘conti della serva’ per capire che anche in superficie le spese non quadravano. È ‘il miracolo di sanpietrino’ con la moltiplicazione delle mattonelle e delle travi.

Prendiamo le lastre in pietra Santa Fiora, un materiale richiesto dalla soprintendenza per limitare l’impatto della costruzione. La ditta fornitrice ne ha fatturati 2.416 metri quadrati; i responsabili dell’opera invece ne hanno fatti pagare al Comune 2.792.

Un giochetto che, secondo i finanzieri, sarebbe costato ai cittadini 130 mila euro.

Ancora più grave sarebbe la ‘cresta’ sulla pavimentazione in porfido, che lievita nel transito dalle fatture al contratto finale: dal momento della consegna i cubetti di porfido misteriosamente si dilatano.

Un sistema che avrebbe permesso ai costruttori di intascare 158 mila euro di troppo.

La fantasia prosegue anche con le travi che sostengono il tetto, che sulla carta assumono dimensioni ben più grosse del reale.

I finanzieri le contano e le confrontano con la superficie fatta saldare al Comune: anche qui 167 mila euro di troppo.

Persino nella bonifica dei terreni dai residuati dei bombardamenti di guerra la spesa esplode: 71 mila euro non dovuti.

Il risultato invece, secondo l’inchiesta, è l’opposto delle buone speranze di partenza.

La conclusione?

Nessuno controllava l’attendibilità degli importi richiesti dalla società a cui era affidata la costruzione.

Non esisteva nessuna contabilità dei lavori: si andava avanti alla cieca.

I finanzieri sono chiari nel definire le responsabilità erariali, a l’architetto numero uno della direzione urbanistica del Comune, viene indicato al primo posto.

Lo segue l’assessore che ha gestito la parte finale del piano finanziario delle opere.

Ma tutta la giunta ha avallato nel silenzio le spese folli del sottopasso: tutti si sono limitati a sancire ‘l’indirizzo politico’ senza nemmeno chiedere lumi sui costi extra.

Ma noi di RESET sul caso Firenze avevo scritto il 7 di luglio questo:

Il sindaco Domenici e, alcuni tecnici, idagati dalla corte dei conti per danno erariale da 9 milioni di euro.

Anzi per la verità nel POST cerano delle chicche, due manuali in PDF fatti dal ministero dei beni Ambientali, per la gestione della legge 109 ( legge che regola gli appalti Pubblici), uno per i responsabili del Procedimento Amministrativo, l’altro per i Direttori dei Lavori. Merce rara, della sua esistenza non lo sa quasi nessuno.

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La sinistra e le BR

Posted by ernestoscontento su maggio 5, 2007

Leggo sulla Repubblica del 05/05/2007 L’articolo dal Titolo “ La sinistra ha sbagliato sulle Br”

La critica viene da Giuliano Amato ed è Condivisa dal nostro Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ha firmato una legge che ha istituito, il 9 Maggio come giorno della memoria delle vittime del terrorismo.

MI SEMBRA UNA COSA SAGGIA E GIUSTA.

Cosa pensavo io in merito lo scritto in questi commenti circa un anno fa su altri siti è che oggi ripropongo visto l’attualità dell’argomento:

Il terrorismo è sempre stato un Tema Tosto e che divide il Paese ( io spero di no) !

La mia Posizione è semplice, chi è stato condannato per qualsiasi reato ha il diritto di rifarsi una vita, se poi si redime meglio il fine del carcere è questo.

Ma da qui ad essere Parlamentari o in qualunque incarico Pubblico c’è ne corre.

Soprattutto per quelle persone che sono state attive nella lotta armata durante gli anni di piombo.

La mia posizione era già netta all’ora, PER ERNESTO NON ERANO COMPAGNI CHE SBAGLIVANO! MA SOLO E SOLTANTO ASSASINI SENZA SE E SENZA MA.

Nessun ragionamento astratto può essere oggi fatto su quegli eventi, nessuna indulgenza può esserci oggi. Gli Omicidi di Massimo D’Antona (20 maggio 1999) e Marco Biagi (19 marzo 2002) uccisi dalle Brigate Rosse sono recentissimi.

Una Nazione seria e Democratica non permetterebbe mai con le sue leggi che degli assassini siano Rappresentanti del popolo sovrano.

Un Popolo civile deve indignarsi per le inciviltà commesse.

Qui non si tratta di politica, non si tratta di prendere posizioni….qui ci si divide fra onesti e disonesti,fra persone perbene ed assassini.

Gli Ideali li avevano tutti…in quegli anni il confine fra l’essere da una parte o dall’altra era spesso come un capello.

Ma io oggi ammiro, quelle persone che, per anni…anni …e anni …si sono adoperate Democraticamente, per le loro idee.

IL VERO CORAGGIO, ERA IN LORO CHE, ANDAVANO TUTTE LE MATTINE IN FABBRICA!

CHE ANDAVANO TUTTE LE DOMENICHE, A DIFFONDERE IL GIORALE DI PARTITO!

LORO CHE SOPPORTAVANO LE UMILIAZIONI, PER NON FARCELA AD ARRIRARE ALLA FINE DEL MESE CON QUELLO CHE GUADAGNAVANO!

Questi, sono gli eroi ,del movimento di sinistra del 900 ,

Non i Terroristi rossi e neri….

E dirò di più! erano anche vigliacchi!

Bel coraggio, a sparare Ad un uomo disarmato…o a mettere una bomba in piazza.. per colpire solo delle persone inermi.

Concludo dicendo che chi non usa le regole Democratiche per far valere i propri diritti è solo e soltanto un delinquente comune.

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Spunti di Riflessione:

Gandhi:
Quando il Mahatma Gandhi proclamò il valore universale della non violenza, non sosteneva che i popoli di tutto il mondo lo stessero già riconoscendo, bensì che avessero buone ragioni per farlo.

Albert Einstein disse di Gandhi:
“Le generazioni a venire, forse, a fatica crederanno che un individuo, come questo, in carne ed ossa camminò su questa terra.”

Amartya Sen: Premio Nobel per l’economia nel 1998
Il valore della democrazia comprende la sua importanza intrinseca per la vita umana, il suo ruolo strumentale nella creazione di incentivi politici e la sua funzione costruttiva nella formazione di valori (e nella comprensione della forza e dell’attuabilità di richieste e bisogni, diritti e doveri).Questi non sono meriti di carattere regionale. E lo stesso vale per la difesa della disciplina e dell’ordine in contrapposizione alla libertà e la democrazia. L’argomento culturale non preclude, ne limita in modo sostanziale, le scelte che oggi possiamo fare.

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Gara Alitalia: Prodi, non si deciderà solo in base al prezzo offerto

Posted by ernestoscontento su maggio 4, 2007

Rush finale tra le tre cordate rimaste in gara per rilevare il controllo di Alitalia.

Sul futuro della compagnia di bandiera si è espresso oggi il presidente del Consiglio, Romano Prodi, nel corso di un intervento a Radio Anch’io. “C’è un’asta e vincerà il migliore, nessun inciucio”, sono state le parole del premier che ha aggiunto come il giudizio sull’offerta non si baserà solo sulla somma offerta per la privatizzazione, ma “sul piano industriale e sul progetto che sia in grado di servire al meglio il Paese”.

Quanto espresso da Romano sono le parole di uno Statista, ma purtroppo non tengono di conto che Alitalia non è una società che produce utili ma perdite consistenti da diversi anni infatti:

Dalla nota di Alitalia del CDA del 12/09/2001 Risultava:

L’indebitamento finanziario di medio – lungo termine registra un incremento di 271 miliardi (da 1.524 di fine 2000 a 1.795 miliardi), mentre la posizione a breve migliora di 85 miliardi (incremento delle disponibilità da 56 miliardi a 141 miliardi). La posizione finanziaria netta a giugno 2001 è risultata, conseguentemente, negativa per 1.654 miliardi, a fronte dei 1.467 miliardi di fine 2000.

La situazione di Alitalia oggi è che ,Libonati smentisce decisamente le stime di Cimoli.

Quest’ultimo stimava la perdita dell’esercizio 2006 dell’Alitalia in 380 milioni, ma il suo successore lo ha corretto: 405 milioni la perdita ante imposte, peggiorata di 261 milioni sul 2005.

Per la perdita netta bisogna attendere il bilancio che sarà varato dal cda il entro maggio 2006.

Ecco la nota della compagnia aerea. Il Consiglio di Amministrazione di Alitalia – Linee Aeree Italiane S.p.A., che ha approvato la relazione consolidata trimestrale al 31 dicembre 2006.

L’intero esercizio 2006 del Gruppo Alitalia avrebbe dovuto concludere la fase di risanamento avviata nel 2005.

Tale esercizio per contro è stato caratterizzato da crescenti problematicità, complessità e gravità riconducibili essenzialmente ai seguenti fattori:

– l’aumento del prezzo del carburante. Le quotazioni del jet fuel estremamente elevate e comunque non stabilizzate, sono infatti cresciute nell’anno, su livelli mediamente pari a +16% rispetto al 2005.

Quale conseguenza, è stato consuntivato un aumento dei costi per carburante sul conto economico di Alitalia di circa 147 milioni di euro;

– il parziale mancato raggiungimento di obiettivi di riduzione degli altri costi. Gli altri costi operativi si sono infatti ridotti di soli 8 milioni di euro.

Dalle analisi finanziarie prospettiche sviluppate alla luce delle richiamate assunzioni contenute nel budget 2007 e dalle previsioni relative al primo trimestre 2008, si rileva come i livelli della liquidità siano sufficienti alla copertura dei fabbisogni generati dalla gestione operativa e finanziaria per un arco temporale di ben oltre 12 mesi a partire da fine marzo.

Cosi si concludeva la relazione del CDA di Marzo 2006.

Ora è risaputo che in Italia quando si vende una azienda di Stato lo Stato intende farla sempre da padrone, i sindacati credono di avere a che fare con lo Stato è, quindi non vorranno piani industriali che razionalizzano l’efficienza passando anche da prepensionamenti o licenziamenti con buonuscita.

Chi comprerà Alitalia?

Ma soprattutto con quali soldi?

Ecco per i soldi, azzardo una risposta, visto che come dice Epifani il Capitalismo Italiano è precario e straccione ( congresso DS),gli unici in Italia a non essere straccioni ma neanche capitalisti in senso stretto sono le banche.

Ma le Banche avrebbero un’altra funzione, quella di far crescere il sistema paese in modo omogeneo, aiutando anche le PMI.

Invece come sempre noi non siamo un paese normale, da una parte c’è chi i soldi li brucia è sottrae risorse al paese, dall’altra c’è un paese fatto di piccole imprese che stanno facendo il loro dovere, basta voler leggere i dati sulla ripresa economica e di chi sono i meriti della ripresa, meriti che tutti si vogliono attribuire tranne i legittimi proprietari, quella miriade di PMI che da oltre 60 anni in questa Repubblica fatta di politici politicanti, si sono sempre turate il naso è sono andate a diritto per la loro strada.

Certo è, che anche per loro verrà un giorno che, invece di essere riconosciute per evasori, gli verrà riconosciuto il vero ruolo che hanno svolto nella società Italiana, ruolo produttivo e di benessere, conseguito con le loro maestranze che, certamente non si tirano indietro quando c’è da produrre per rispettare gli impegni presi dall’azienda in cui lavorano.

In quelle aziende spesso il sindacato non è presente, ma per lo steso volere dei lavoratori.

Anche questa è L’Italia, ma non è da confondersi con Alitalia..

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Conflitto d’interessi,l’Unione accelera

Posted by ernestoscontento su maggio 4, 2007

Articolo Pubblicato su : RESET – La libera voce della società civile Italiana

Conflitto di Interessi? SI, Francescani NO!!!!

Ieri sera la commissione Affari Costituzionali della Camera ha approvato l’articolo del provvedimento che prevede l’incompatibilità tra incarichi di governo e chi è proprietario di un patrimonio superiore ai 15 milioni di euro o di una impresa che svolga la propria attività in regime di autorizzazione o concessione.

Il primi commenti di Romano Prodi:

Non si deve mica diventare San Francesco, c’è la possibilità di fare il cosiddetto blind trust. All’interessato si dice semplicemente: ‘non puoi amministrare direttamente la tua ricchezza perchè facendo coincidere potere politico e potere economico la democrazia si indebolisce. E’ una cosa strana? E’ tipicamente americana, americana, americana”.

Silvio Berlusconi è il, principale azionista del gruppo televisivo Mediaset.

Chi decide di disfarsi dei propri beni, secondo questa norma, dovrà concordare tempi e modi con l’Antitrust.

Se l’autorità indicherà il blind trust dovrà anche indicare le misure alle quali il trustee dovrà attenersi per garantire l’effettiva cecità del trust e alla vendita si procederà solo quando si tratti dell’unica misura possibile per evitare che si crei una situazione di conflitto.

“E’ una legge più blanda di quella di tutte le altre democrazie e quindi è giusto che vada avanti”, ha commentato il capo del governo.

E’ giusto che chi aspira a incarichi di governo rinunci all’amministrazione diretta della propria ricchezza, così come avviene negli Stati Uniti d’America?

Romano questa volta a ragione, in America se sei proprietario del 30% di una televisione non puoi candidarti, alle elezioni politiche, senza un blind trust.
Inoltre va considerato che, l’influenza che ha una rete televisiva in America sull’opinione Pubblica è, decisamente inferiore a quella che ha in Italia.
Quanto siano gli Americani attenti a queste cose è evidente anche dal fatto che un azionista con il 30% di azioni non detiene la maggioranza della società è, quindi se non si crea delle alleanze non può decidere la condotta della stessa.

Ma cosa è un Blind Trust?
Il blind trust deriva dal trust che è uno dei più importanti istituti del sistema giuridico anglosassone, e serve a regolare una molteplicità di rapporti giuridici, in particolare in materia di successioni, pensionistica, diritto societario e fiscale.
Quindi un blind trust è una forma di trust costituita allo scopo di separare completamente un soggetto dal proprio patrimonio, al fine di evitare alcune forme di conflitto di interessi.
Tecnicamente si tratta di un affidamento fiduciario (trust ) nel quale il titolare (settlor) conferisce il proprio patrimonio a un consiglio direttivo (trustee) che lo amministra per suo conto, scegliendo nella più completa libertà le forme di investimento più opportune, senza obbligo (anzi: con espresso divieto) di rendiconto, e ciò fino alla scadenza di un termine o al verificarsi di una condizione (es: la cessazione da una carica).
Tipicamente il blind trust viene costituito da soggetti che accedono a cariche pubbliche di altissima rilevanza, al fine di assicurare che le decisioni da essi prese nell’interesse pubblico non possano essere influenzate dal proprio interesse personale.

Il blind trust è lo strumento più idoneo a raggiungere tale scopo, in quanto il costituente non ha idea di quali siano i settori economici nei quali è investito il proprio patrimonio, e pertanto non è in grado di favorirli nel proprio agire. Il blind trust serve quindi ad impedire che il proprietario favorisca le proprie aziende, ma non serve invece ad impedire che le aziende favoriscano il loro proprietario, come nel caso dei mass media; col blind trust infatti il proprietario non è più a conoscenza dell’amministrazione delle sue proprietà, mentre il personale delle sue aziende continua ad avere piena conoscenza del proprietario.

Quindi è normale che in una Democrazia il conflitto di interessi venga regolato per chi ambisce ad avere responsabilità pubbliche, per gestire LA RES-PUBLICA.
Detto questo dalle prime informazione c’è un vago sapore di purga Staliniana, dove?

Nel limite di poter esercitare gli incarichi politici per chi a valori patrimoniali superiori a 15 milioni di euro.
A Parte che dovrà essere cambiato l’art 51 della Costituzione che recita:

“Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini.
La legge può, per l’ammissione ai pubblici uffici e alle cariche elettive, parificare ai cittadini gli italiani non appartenenti alla Repubblica. Chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive ha diritto di disporre del tempo necessario al loro adempimento e di conservare il suo posto di lavoro”.
Questo è, un principio sacrosanto che, viene esercitato in Democrazia fin dai tempi di Pericle 450 A.C..
Infatti fu proprio Pericle nell’antica Atene a fare approvare per i ceti più poveri ( contadini, rematori, artigiani) l’indennizzo giornaliero per la partecipazione politica nell’Agora, il fine di questa legge era che tutti gli Ateniesi aventi diritto, potessero partecipare alla vita politica della Polis, rispettando quel principio della Democrazia Ateniese che voleva l’eguaglianza politica.
I ricchi proprietari terrieri e, gli aristocratici, partecipavano alla vita politica della Polis ma ne sostenevano personalmente le spese.
Gli Ateniesi forse non lo sapevano, ma applicavano di fatto una prima norma di ridistribuzione sociale, delle risorse economiche della polis, applicando quel principio di economia politica che mette in guardia nel vedere le risorse disponibili come “scarse e poco riproducibile, soldi compresi, al fine di massimalizzare l’efficienza del sistema, con il minimo costo possibile ( rapporto costi / benefici).
Quindi ha fatto bene R. Prodi, a dire che uno per fare politica non deve diventare S. Francesco e, io aggiungo, o Marxista Leninista, anche perché, in entrambi i casi, la diversità degli ideali, porta ad una conseguenza comune, l’impoverimento materiale e personale dell’uomo, quindi una sfera dicisionale individuale, dove è bene che, ognuno di noi rimanga libero di scegliere.

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Approfondimenti:

Parla Alan Dershowitz “In America è la regola,ma i beni non si toccano”

I 21 articoli del disegno di legge Prevista la creazione di un’Authority

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Morti Bianche, un’altra lettura dei dati.

Posted by ernestoscontento su maggio 2, 2007

Post – Pubblicato: Art. Comincia l’Italia. net 04/05/20007

Premesso che quando muore un essere umano è una disgrazia per l’intera comunità, quindi il presente documento vuole essere una chiave di lettura dei dati nel rispetto delle regole che il sociologo Max Weber indicava “ un ricercatore, deve analizzare i dati in maniera fredda senza farsi coinvolgere emotivamente ( La scienza come professione)”.

In questo primo Maggio giustamente si sono ricordate le morti bianche, anche se non sempre c’è stata la dovuta obbiettività.

Giustamente il capo dello stato fa suo questo impegno umano e sociale, ma deve essere visto come il raggiungimento dell’obbiettivo zero dei morti sui luoghi di lavoro.

ALTRA COSA E’ IL PROCLAMARE LA TOLLERANZA ZERO, CHE COME SPESSO ACCADE E’ SOLO FRUTTO DI DEMAGOGIA CHE NON ANALIZZA I PROBLEMI NELL’INTENTO DI RISOVERLI.

Chi scrive esercita la professione di imprenditore edile da oltre venti anni, ed è tecnico abilitato per la sicurezza nei cantieri temporanei e mobili ai sensi della Legge 494.

Quindi procederemo con l’analisi dei dati, e con i possibili rimedi, secondo il sottoscritto.

I Dati:

Dalla lettura dei dati emerge chiaramente che gli infortuni in Italia sono in diminuzione.

Infatti se prendiamo come base 100 il 2003 e lo compariamo con il 2006, ci rediamo conto che:

– gli infortuni sono diminuiti del 7,86 %

– gli infortuni mortali sono diminuiti del 13,46%

– La forza Lavoro dal 2003 al 2006 è aumentata di unmilione di unità.

Emerge chiaramente che a fronte di una maggiore forza lavoro, diminuisce il numero di incidenti, segno che negli anni c’è stato un lavoro di sensibilizzazione e di messa in atto della sicurezza tale da invertire anche un probabile dato statistico in conseguenza di una maggiore intensità numerica di posti di lavoro attivi.

Dai Dati emerge anche che molti incidenti avvengono nei primi giorni di lavoro, che la frequenza degli incidenti è in una fascia lavorativa da 55 a 65 anni.

Non è vero che la piccola impresa è causa di un maggior numero di infortuni, anzi le PMI anno un dato occupazionale maggiore e un numero di incidenti minori.

I maggiori settori di attività colpiti da infortuni sono L’agricoltura e L’edilizia.

Gli infortuni in Italia ultimo dato disponibile risale all’anno 2002 è in linea con i paesi ad eguale intensità di popolazione attiva ed inferiore a Francia e Germania.

COSA SI PUO’ FARE SENZA DEMAGOGIA MA CON LINTENTO DI RISOLVERE NEL LIMITE DEL POSSIBILE IL PROBLEMA?

Prima cosa dobbiamo dirci che ci sarà sempre un dato strutturale inalienabile, l’obbiettivo zero infortuni è un obbiettivo di lavoro, ma sarà sempre soggetto a rimanere un obbiettivo.

Detto questo secondo il mio modesto parere occorre:

– Cultura della sicurezza. che, deve essere insegnata fin dalle scuole,

– Corsi di informazione e formazione prima di entrare nel posto di lavoro a cura egli organi paritetici, CTP. Casse edili, USL, Ispsel, al fine di rendere effettiva e certa la formazione.

– La formazione e l’informazione, deve essere continua, su basi generali di tipo normativo e idonee per tutte le attività lavorative, una volta fatta dagli organi paritetici è, valida per tutte le attività di lavoro, quella specifica dell’attività lavorativa deve essere fatta prima dell’assunzione, ogni volta che uno cambia mansione di lavoro deve essere di nuovo informato e formato. Il datore di lavoro dovrebbe cosi fare solo l’informazione e la formazione, per i macchinari specifici dell’azienda e per i rischi del luogo specifico dove è collocata l’azienda

– Semplificazione della normativa, con responsabilità certe,anche a carico del lavoratore una volta che è stato formato e informato sui rischi e, che gli è stato dato i dispositivi di prevenzione e protezione. Gli esseri umani ragionano anche con la loro testa è non sempre fanno ciò che è razionale, spesso la confidenza con il lavoro li porta a disattendere le norme di sicurezza impartite; Tutti sappiamo che esistono i limiti di velocità ma molti vanno anche a 200 all’ora, perché?

– .A carico del datore di lavoro, rimangano comunque in obbligo, la effettiva manutenzione dei macchinari e, la effettiva messa a disposizione, dei dispositivi di protezione individuali e collettivi.

– Le sanzioni devono essere certe e, se ripetute nel giro di tre anni, possono portare anche all’esclusione dell’impresa dalla partecipazione, degli appalti i pubblici.

Tutto questo naturalmente a un costo sociale, la collettività non deve essere più disposta ad appaltare, negli appalti pubblici, con il criterio del massimo ribasso, che è la causa principale dello sfruttamento e, impoverimento della qualità del lavoro.

Negli Appalti pubblici il prezzo a base d’asta deve essere congruo all’opera da eseguire.

Quanto accaduto questo primo Maggio a Sorrento con la morte anche di persone che niente avevano a che fare con il lavoro da eseguire è, l’esatto contrario di cosa vuole dire sicurezza, li le responsabilità sono si dell’impresa, ma anche dell’amministrazione appaltante e, del responsabile della sicurezza della stessa.

Luogo dell’incidente a Sorrento

Non si movimenta una grù in mezzo ad un passaggio di persone, una regola fondamentale è quella che le persone devono essere fuori dal raggio operativo delle macchine operatrici, questo vale per gli addetti ai lavori, figuriamoci per dei passanti occasionali, l’area doveva essere recintata e sorvegliata a terra da personale esperto. Voi capite che questo costa, se è stato pagato dall’Amministrazione bene altrimenti c’è anche una responsabilità morale collettiva.

Livorno,02/05/2007

Ernesto Scontento

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File PDF di sintesi, con i dati statistici, prelevati dal sito INAIL, ISPSEL, e del Ministero del lavoro e della previdenza sociale, usati per elaborare questa sintetica riflessione.

File PDF : Infortuni sul lavoro 2003 – 2006

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Affare Telecom ci prendono per i fondelli.

Posted by ernestoscontento su maggio 1, 2007

 Post – Pubblicato: Art. Comincia l’Italia. net 01/05/20007

Sulla Nazione di oggi ci sono i dati sintetici delle maggiori società di telefonia Europea.

British Telecom, Deutsche Telekom, France Telecom, Telcom Italia, Telefonica, con dati sui ricavi, gli utili, i Debiti e, l’aumento del titolo da inizio anno.

Non ci crederete ma stanno facendo associare due società che, sono le più indebitate dell’area U.E.

Dati:

Telecom Italia : 39,00 miliardi di euro di debiti pari al 125,00% sui ricavi

Telefonica : 52,00 miliardi di euro di debiti pari al 100,00% sui ricavi

Andamento del titolo da inizio 2006:

Telecom Italia : – 4,00 %

Telefonica : + 32,00

Questo più 32 % di Telefonica non mi sembra che abbia motivo di esistere, visto che il Presidente di Telefonica, Cesar Alierta, si è, impegnato con le banche a non fare nel 2007 investimenti esterni complessivi, superiori a 1,5 miliardi di euro proprio per non appesantire la situazione finanziaria.

Infatti il gruppo Spagnolo ha recentemente fatto cassa (2,9 miliardi di euro) con la cessione di Airwave, mentre sta per essere venduta la partecipazione del 75% che detiene in Endemol per un controvalore non lontano dai 2,3 miliardi di euro.

In totale oltre 5 miliardi di euro che, con l’aggiunta di altre disponibilità già negoziate con il sistema creditizio internazionale, serviranno a sostenere l’investimento in Telecom Italia e l’acquisizione del 50% di Vivo.

Per i dati comparativi con le altre compagnie europee scaricate il file in PDF .

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File PDF: Verifica Comparativa dei dati sintetici di bilancio, delle maggiori compagnie Telefoniche U.E.

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ATTENZIONE:

Le valutazioni elaborate e qui esposte, sono di carattere personale e non è ,consigliato tenerne di conto, per operazioni di ivestimento, di qualunque natura e tipo.

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I Comunisti Miliardari con poco senso del pudore.

Posted by ernestoscontento su aprile 29, 2007

CONGRESSO PDCI, DILIBERTO INNEGGIA A CUBA: OVAZIONE DEL CONGRESSO
Roma, 27 apr. (Apcom) – Il cuore dei comunisti continua a battere per la rivoluzione cubana: è a Cuba che è dedicata una vera e propria ovazione, quando Oliviero Diliberto inneggia alla resistenza della “piccola isola caraibica”. Dopo aver citato la lotta dei palestinesi e il Venezuela di Chavez, Diliberto dice: “Continueremo a essere vicini, a sostenere e ringraziare, per l’esemplarità della capacità di resistenza, ai limiti dell’impossibilità, una piccola isola caraibica a 90 miglia marine dalla più grande potenza del mondo, sua acerrima nemica, condannata da decenni ad un feroce embargo economico: nonostante tutto ha retto e ha vinto. Que viva Cuba!”. Lungo e caldo applauso dei mille delegati.

Oliviero Diliberto dal congresso di Rimini del PDCI , fa il Comunista convinto e,abbraccia F. Bertinotti chiamandolo compagno al grido di W. Fidel.

I Compagni (si fa per dire), alzano il braccio con il pugno chiuso al cielo, ricordandosi i bei tempi andati (per chi li ricorda, molti di loro andavano all’asilo).

In questo clima di orgoglio per il proprio essere Comunisti in Italia ( approfittano perché è una democrazia e lo permette).

Presi dalla disperazione, per le masse dei popoli oppressi dal capitalismo imperialista ( questo per la verità lo denuncio anche E. Guevara leggi discorsi dall’Algeria 1969, “ bisogna aiutare i paesi del terzo mondo e, lo devono fare per primi i paesi socialisti, in modo da dare uno schiaffo all’imperialismo capitalista” purtroppo la storia ci dice che furono parole al vento).

Consapevoli del fatto che sono umani è quindi deboli anche loro come tutti, si adattano, infatti vendono sogni riciclati, facendo leva su una base sociale giustamente insofferente per le condizioni di vita precarie e incerte; MA ESSENDO BEN CONSAPEVOLI CHE LE RISOLUZIONI COMPORTANO TEMPI LUNGHI ED ESITI INCERTI.

Cosa fanno i compagni che si prodigano per migliorare le condizioni di vita altrui????

Prima di tutto pensano a se stessi, come è sempre stato nella storia, chi persegue pensieri unici e totalitari, non è mai stato portatore di benessere altrui.

INFATTI LORO LO SANNO BENE E SI COPRONO IL…….

Dalla cronaca di Roma de “La Repubblica”.( Fonte in estratto L’espresso.it )

Cinque milioni. è quanto potrebbe dover sborsare la Regione Lazio se il Tar accoglierà il ricorso presentato dall’ ex consigliere Luigi Cancrini per ottenere il vitalizio (comprensivo di arretrati) che spetta ai politici usciti dalla Pisana.

E poco importa che l’ illustre psicoterapeuta sia anche parlamentare del PdCi e dunque titolare di un più che pingue stipendio.

Ai 3.600 euro netti al mese dovuti per le tre consiliature lavorate non vuol proprio rinunciare. «Per 15 anni ho pagato i contributi – spiega – soldi che la Regione dovrebbe aver accantonato.

Perciò mi sono rivolto ai giudici. E nelle mie condizioni ci sono molti altri consiglieri».

Almeno una ventina, tutti impegnati in Parlamento.

L’ indennità dei consiglieri è stabilita nella misura del 65% dello stipendio mensile dei parlamentari, mentre il vitalizio è calcolato i base agli anni di legislatura trascorsi alla Regione.

La soglia minima è di 5 anni: in questo caso il vitalizio è del 30% per circa 1.600 euro netti al mese. Per ogni anno di consiliatura scatta un ulteriore 5%; dunque con due legislature si arriva a 2.000 euro fino al massimo di 3.600 per chi ne ha fatte tre. Un bagno per il Lazio, che già paga circa 150 vitalizi.

Tre pensieri per riflettere:

Tiziano Terzani, dal libro la mia fine il mio inizio “ quanti comunisti ha ammazzato Mao” per Tiziano i comunisti erano i contadini cinesi e non Mao.

Saggezza greca: Quando troverete qualcuno talmente convinto delle proprie idee, da non volerle nemmeno mettere in discussione, SCAPPATE A GAMBE LEVATE IL PIU’ LONTANO POSSIBILE.

A .K SEN ( Premio Nobel per l’economia) dal libro la Democrazia degli altri, “le dittature di qualunque colore e tipo, anno sempre fatto morire i popoli di carestia e epidemie, mettevano in conto il costo da sostenere per aiutare i propri simili e, spesso servivano anche per eliminare delle etnie considerate nemiche. Solo le Democrazie, hanno dimostrato di sapersi organizzare e che, gli uomini corrono anche, volontariamente in aiuto, quando ci sono delle catastrofi. Tutto questo perché spinti da sentimenti umani di solidarietà verso i propri simili”.

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Telecom, Alitalia: si riaprono i giochi

Posted by ernestoscontento su aprile 3, 2007

Post – Pubblicato: Art. Comincia l’Italia. net 03/04/20007

Tronchetti Provera chiama lo straniero……

“Francia o Spagna Purchè si Magna” potrebbe essere una mezza verità…..nel senso che noi Italiani per natura probabilmente ci adattiamo, basta tirare a campare.

Infatti dovremmo analizzare la storia dell’industria Italiana dal dopoguerra ad oggi e, del suo Capitalismo.

Analisi che dovrebbe tenere in considerazione anche le peculiarità Italiane che è un paese senza risorse naturali ( ad eccezione del genio, dell’arte, e del paesaggio).

Se ci metto anche la mia convinzione che l’attuale classe politica, impara le regole del libero mercato a spese dello stato Italiano ( la privatizzazione di Telecom fa scuola) ed è, per questo motivo che io spesso dico che sono solo confusi.

La domanda che mi pongo è “ quale capitalismo esiste in Italia”

A questa domanda nemmeno Romano Prodi ha saputo rispondere, nel suo saggi Il capitalismo temperato ( edito dal mulino nella prima esperienza dell’ulivo) Prodi si interroga sul capitalismo anglosassone, su quello renano, su quello fiammingo, per concludere che in Italia non c’è un modello che si può importare ed adattare, ma si deve scegliere di volta in volta.

L’economista A. Bonomi ( Direttore del Consorzio A.A.STER), per L’Italia invece ha coniato la formula di Capitalismo di territorio, ma avverte che e un capitalismo corto sia per relazioni che per capitali.

Se in Italia il 95% delle imprese è una piccola impresa, con prevalenza di micro imprese che non supera i tre dipendenti, qualcosa vorrà dire???

Quindi ribadisco che sono confusi, che un capitalismo per crescere deve essere riconosciuto come funzionale alla società e, quindi deve avere un territorio fertile.

Lo stato In Italia doveva attuare politiche Kenesyane di crescita ( che non vuol dire alti stipendi a Cimoli) è, accompagnare nella crescita le imprese.

Doveva mantenere la proprietà degli Asset strategici.

Se non abbiamo materie prime industriali, forse potevamo sfruttare meglio il mercato interno in un circuito virtuoso ( anche qui non vuol dire monopolio dove pagano i contribuenti).

Quindi ribadisco quanto gia scritto in precedenti Post.


Cosa cera di male, in uno stato che gestiva, dei monopoli naturali con efficienza e, che rinvestiva nella comunità i proventi, al fine di mantenere e sostenere l’occupazione è, il disagio sociale.
J.S.Mill. considerato da molti uno dei padri del Riformismo nel suo saggio Principi di economia politica, sostiene che ci sono monopoli naturali, o attività che devono essere gestite dallo stato.
Mill, mette in guardia dal rischio in maniera da circoscriverlo infatti nel capitolo sulle S.P.A. dirà “ la gestione dei Manager darà sempre un grado di inefficienza, in quanto non gestiscono la cosa loro, quindi avranno sempre un interesse minore a far funzionare bene le cose rispetto a chi è proprietario della cosa”.
Oggi per sopperire a questo si grida all’Italianità delle grandi aziende ex pubbliche, cercando cordate con i soliti noti.
Poi l’Italianità a cui grida il governo è diversa dall’Italianità di Fazio???? (il concetto non il suo realizzo)

NON SI PUO’ PASSARE DA LENIN A MILTON FRIEDIMAN CON UN SOLO SALTO.
L’unica verità è, che questa classe dirigente, fa scuola di mercato a spese dello Stato.
I veri azionisti di Telecom e Alitalia, siamo stati noi cittadini.
Quando hanno deciso di privatizzare, le aziende di stato, nessuno ha chiesto il nostro parere.
Ormai i Buoi sono scappati dalla stalla, ma la cosa desolante è che questi persistono nell’errore.
Il che vuole dire che sono confusi perchè mancano di cultura vera delle regole che regolano i mercati è le aziende private.
Tronchetti, con i nostri ministri ci fa la birra, se pensano di giocare la partita sul suo territorio.
Lui quella scuola, la studia da anni, Bersani, D’Alema, Fassino,Amato, a quel gioco sono dei dilettanti allo sbaraglio.
L’unico con esperienza è Romano Prodi, ma è, una esperienza limitata, perchè rispondeva allo stato che ripianava sempre le perdite e, copriva gli errori.

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Marco Biagi: A Cinque anni dal suo assassinio

Posted by ernestoscontento su marzo 20, 2007

Marco Biagi

Post – Pubblicato: Art. Comincia l’Italia. net 20/03/2007

Cinque anni fa, la sera del 19 marzo 2002, un commando delle nuove Br uccise in via Valdonica, nel centro di Bologna, il giuslavorista Marco Biagi, consulente di vari governi in materia di riforme del lavoro, mentre rientrava a casa dopo una giornata trascorsa all’Università di Modena dove insegnava.

I suoi assassini sono stati scoperti e condannati.

Il Capo dello Stato che è, attento alle problematiche del Lavoro, dice “Biagi, lezione da rileggere” ( la Stampa 20/03/07).

Ma oggi cosa rimane per la sinistra della lezione di M. Biagi?

Purtroppo per noi nulla, la sinistra chiama la legge Biagi legge 30, come dire la combattiamo perché non è la sua…..

Il ministri Russo Spena ( leggi art su Repubblica del 19/03/07) vuole una amnistia per gli ex terroristi visto l’ultimo arresto di Cesare Battisti.

Siamo un paese governato da Ipocriti ecco cosa siamo!!!!!, chiedere l’amnistia per chi si è macchiato di terrorismo, fenomeno ancora non estirpato dalla vita civile del paese è, come voler affermare che forse una qualche attenuante c’è per loro.

NO…NO…NO…NESSUNA ATTENUANTE, PER I DELINQUENTI CHE UCCIDONO E’, HANNO UCCISO IN MANIERA BARBARA E VILE, PERSONE INEMRMI CHE SVOLGEVANO IL LORO LAVORO.

Ma soprattutto è, questa sinistra radicale di fede Marxista Leninista che non va bene nel XXI secolo.

La differenza che esiste fra una sinistra ideologizzata, e una sinistra riformista è:
La sinistra ideologizzata combatte la flessibilità facendola passare per precariato a vita ( purtroppo la legge Biagi è stata attuata sotto Berlusconi e tutti i torti non c’è li anno) senza nessuna riflessione in merito.

La sinistra Liberale e riformista invece vuole riportare il lavoro flessibile, nell’alveo del suo concetto originale.
Il lavoro flessibile non è per tutta la vita e per tutti, ma è una opportunità di inserimento nel mondo del lavoro.

Questo è concepibile con i valori di sinistra?

Questa domanda trova una risposta, in un libro dal titolo Reinventiamo la Sinistra a cura di David Miliband del 1996, che riporta gli interventi di alcuni intellettuali riuniti in Inghilterra per volere dei New Labur.

La risposta è si, ma deve rimanere nell’alveo di opportunità, quindi flessibilità momentanea e non permanente.
FORSE ERA QUESTO LO SPRITO CHE HA ANIMATO M. BIAGI, INSERIRE NEL MONDO DEL LAVORO I GIOVANI E GLI ESCLUSI.

E’ FORSE QUESTO IL MESSAGGIO DEL CAPO DELLO STATO ?

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Il duo Bersani e Visco non è come avere il duo Keynes e Galbraith

Posted by ernestoscontento su marzo 13, 2007

 Post – Pubblicato: Art. Comincia l’Italia. net 13/03/2007

Diciamocelo francamente il duo Bersani e Visco non è come avere il duo Keynes e Galbraith.

Evidentemente, la logica liberista e l’ideologia del mercato hanno inciso in profondità i valori di una parte della sinistra sempre meno riformista, e sempre più spesso confusa.

Infatti sembrano le brutte copie di Milton Fredman.

Sono sempre di più, da questo punto di vista, le voci critiche che si levano.

Pazienza,ognuno fa con quello che passa il convento, ma almeno tacessero per una sorta di buon pudore.

Visco, continua a trattare gli Italiani, come dei Reo evasori potenziali da barsellare sempre.

Bersani, non solo non fa le liberalizzazioni necessarie è, contestualmente dovrebbe rimuovere i privilegi che, la legge consente alle cooperative amiche, che competono sul mercato forti di una minore imposizione fiscale di circa il 50% rispetto ad una impresa privata.Con la conseguenza che contribuiscono in parte minore, al mantenimento dello stato sociale.

Inoltre creano una disriminante fra lavoratori….i dipendenti delle Cooperative, non sono soggetti alle tutele dell’art.18 dello statuto dei lavoratori.

In fatti gli unici sgravi fiscali,dovrebbero essere lasciati solo a quelle cooperative che si occupano di servizi sociali ( servizi che dovrebbe erogare lo stato) al fine di poter usufruire di costo basso dello stesso come cittadini/ o comunità.

Oggi Il ministro delle MINI LIBERALIZZAZIONI sapendo che Telecom viene venduta agli stranieri grida “ industriali incapaci, le Tlc a rischio stranieri” (fonte L’unità 13/03/07).

Dimenticandosi chi in passato si è rivolto ai Capitani Coraggiosi…..ma soprattutto si dimentica che in una economia di mercato, non sono i politici che dettano l’agire di un imprenditore, ma le norme, compreso quelle degli organi di vigilanza, fondamentale in una economia di mercato seria è
l’atitrust.
Con il termine antitrust si definisce in primo luogo il complesso delle norme giuridiche che sono poste a tutela della concorrenza sui mercati economici.

MA DETTO,QUESTO NON AVREI DETTO NIENTE DI NUOVO,NELLA MIA PICCOLA CRITICA AI DUE LIBERALRIFORMISTI.

In fatti loro insegnano nella loro scuola politica il NES ( mi piacerebbe sapere cosa?), quando invece dovrebbero loro per primi andare a scuola di economia!!!!!

Galbraith, nel suo saggio la buna società, scrive “ la politica monetaria, non è lo strumento più efficace per combattere l’inflazione, ma è il più veloce da mettere in pratica essendo indipendente dalla politica. Lo strumento più efficace per combattere l’inflazione è,puntare sulla piena occupazione”.

Oggi basta pensare all’aumento dello 0,50% del tasso d’interesse effettuato dalla BCE, che,vanifica di fatto, gli effetti di ridistribuzione sulle famiglie più bisognose, obbiettivo della finanziaria appena varata.

Purtroppo non è colpa loro, Keynes non era ben visto dai comunisti, loro pensavano che con i soldi pubblici si alimentasse l’industria borghese.

Ma non era nemmeno ben visto dai liberalisti puri, che pensano che il mercato si autoregoli da solo.

Lo stato per i liberalisti, deve essere al minimo indispensabile è, soprattutto si deve fare gli affari suoi.

Infatti Keynes era un liberale in politica e, un riformista in economia, il che spesso si traduce politicamente in quel termine conosciuto come liberalsocialista.

Riporto una sintesi della teoria generale di Keynes e, una breve storia della privatizzazione di Telecom.

Lasciandovi liberi di esprimere una vostra valutazione in merito.

Ma prima fatevi queste due domande:

1- Lo stato può intervenire con risorse pubbliche affinché si possa attuare l’obbiettivo della piena e buona occupazione?

2- Cosa c’è di male,in uno stato,che mantiene alcuni settori chiave dell’economia, facendo utili che,rimetterà nell’economia per il benessere di tutta la comunità?

Teoria generale di John Maynard Keynes

La sua opera principale è la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta 1936, un volume che ha un notevole impatto sulla scienza economica, e costituisce il primo nucleo della moderna macroeconomia.
In esso Keynes pone le basi per la teoria basata sul concetto di domanda aggregata, spiegando le variazioni del livello complessivo delle attività economiche così come osservate durante la Grande depressione. Il reddito nazionale sarebbe dato dalla somma di consumi e investimenti; in uno stato di sotto-occupazione e capacità produttiva inutilizzata, sarebbe dunque possibile incrementare l’occupazione e il reddito soltanto passando tramite un aumento della spesa per consumi o con investimenti. L’ammontare complessivo di risparmio sarebbe inoltre determinato dal reddito nazionale, e sarebbe dunque possibile ottenere un incremento del risparmio anche riducendo il tasso di interesse, allo scopo di incentivare l’investimento in beni capitali.
Nel Teoria generale, Keynes afferma che sono giustificabili le politiche destinate a stimolare la domanda in periodi di disoccupazione, ad esempio tramite un incremento della spesa pubblica. Poiché Keynes non ha piena fiducia nella capacità del mercato lasciato a sé stesso di esprimere una domanda di piena occupazione, ritiene necessario che in talune circostanze sia lo Stato a stimolare la domanda. Queste argomentazioni trovano conferma nei risultati della politica del New Deal, varata negli stessi anni dal presidente Roosevelt negli Stati Uniti. La teoria macroeconomica con alcuni perfezionamenti negli anni successivi giunge ad una serie di risultati di rilievo nelle politiche economiche attuali.

Breve storia della privatizzazione di Telecom

Dopo aver indagato sulle scalate congiunte dell’estate 2005 ad Antonveneta, Banca Nazionale del Lavoro ed RCS Mediagroup, l’attenzione degli investigatori pare concentrarsi sulla privatizzazione di Telecom, realizzata dai governi Prodi e D’Alema tra il 1997 ed il 1999 (insieme a Ciampi, allora Ministro del Tesoro, e Draghi, allora dirigente del ministero ed oggi successore di Fazio alla guida di Bankitalia).

Il bilancio disastroso della privatizzazione dovrebbe far riflettere la le forze di governo sulla necessità di riportare sotto il controllo pubblico, pur se all’interno delle logiche di mercato, alcuni settori strategici (e redditizi) dell’economia.

Sono sempre di più, da questo punto di vista, le voci critiche che si levano.

La prima fase della privatizzazione di Telecom, uno dei pochi “gioielli” di stato, termina il 24 ottobre 1997, con il Tesoro che incassa 11,2 miliardi di euro (azioni vendute a 5,63 euro l’una) ma con un fallimento sul piano politico: gli azionisti di punta sono in grado di controllare il 6,6% del capitale ed il maggiore di questi, Umberto Agnelli (0,6%), nomina un amministratore delegato (Rossignolo) che si sarebbe rivelato un disastro.

Cacciato Rossignolo con le azioni Telecom al minimo storico di 4,33 euro, viene chiamato Bernabè.

Quasi in contemporanea emerge la figura di Colaninno che, insieme al finanziere bresciano Gnutti, si impadronisce della Olivetti attraverso la finanziaria lussemburghese Bell, controllata dalla ormai famosa Hopa, con Unipol che entra nel giro acquistando il 6% della Bell in data 7 gennaio 1999. Il 20 febbraio parte l’Opa lanciata dagli ormai noti “capitani coraggiosi”, Gnutti e Colaninno, con l’evidente sostegno del governo D’Alema.

Il 10 aprile 1999 Bernabè convoca un’assemblea straordinaria dei soci Telecom per combattere l’Opa ostile, ma non viene raggiunta la quota sufficiente di capitale rappresentato per poter deliberare (28% del capitale presente sul minimo richiesto del 30%): determinanti risultano le assenze del Tesoro (3,46% del capitale) e del Fondo pensioni di Bankitalia.

Con Draghi che chiede ed ottiene una lettera scritta del Presidente del Consiglio per disertare la riunione.
Nel maggio 1999, grazie anche agli ex azionisti di punta, “Olivetti diventa padrona di Telecom – osserva giustamente Carlo Cortesi – facendo oltre 30 miliardi di euro di debiti, un fardello che ancora oggi pesa sui telefoni italiani –allora sanissimi – e ne costituisce il problema principale”.

Conclusione: il risultato della privatizzazione Telecom si rivela un disastro sul piano strategico ed una tavola imbandita per ogni sorta di speculatori.

E’ in questo contesto che si consolida l’alleanza bipolare che avrebbe costituito l’asse portante delle scalate ad Antonveneta e Bnl dell’estate 2005.

Il 28 luglio 2001 Pirelli e Benetton acquistano, attraverso la controllata Olimpia, il 23% di azioni Olivetti-Telecom da Bell per un totale di 7 miliardi di euro (4,17 euro ad azione), salvando l’azienda da un probabile disastro ma prestando il fianco ad un vorticoso giro di speculazioni intorno alle azioni Olivetti.

Secondo una inchiesta de “Il Sole 24 Ore”, “Gnutti guadagna 21,7 milioni di euro di plusvalenze e le tre società a lui riconducibili 4 milioni di euro; Colaninno, da parte sua, almeno 89 milioni di euro”, cifre che corrispondono a mancate plusvalenze per la Bell. Unipol, da parte sua, si “limita” a cedere alla società lussemburghese 36,5 milioni di azioni Olivetti (31 luglio 2001) al prezzo unitario di 3,01 euro (contro la quotazione ufficiale in borsa di 1,89 euro) e ad Hopa altri 12 milioni di azioni a condizioni simili.

Una degna conclusione per la madre di tutte le privatizzazioni, assai più simile ai modelli in auge nell’Argentina di Menem o nella Russia “compradora” di Eltsin che in un moderno paese a capitalismo avanzato. “Le privatizzazioni, che avrebbero dovuto stimolare la concorrenza e lo spirito d’impresa, piuttosto che rendere più pluralistico il sistema economico lo hanno impoverito, trasferendo le rendite monopolistiche dal pubblico al privato”.

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