ernesto scontento

“Disapprovo ciò che dici, ma difenderò alla morte il tuo diritto di dirlo ” (Voltaire)

Archive for the ‘Libri’ Category

Terza Via lo spirito del mondo

Posted by ernestoscontento su maggio 22, 2008

La Terza Via “Manifesto per la rifondazione della socialdemocrazia”

Autore: Giddens Anthony
Editore: Il Saggiatore
Pagine: 160
Data pubblicazione: 2001

NB: Non è più in commercio

Ispiratore della politica di Tony Blair, Giddens disegna una nuova alternativa sia alle diseguaglianze del neoliberalismo sia alle rigidità della vecchia socialdemocrazia. La “terza via” è dunque la costruzione di una società che premia l’innovazione e il dinamismo senza escludere gli strati sociali più deboli. L’autore propone un modello di stato che aiuti i suoi cittadini ad affrontare senza timori le nuove sfide dell’età globale, dai mutamenti nel mercato del lavoro alla crescita dei rischi ambientali, dalla mondializzazione della finanza ai problemi legati alla crescita dell’immigrazione.Con una prefazione di Romano Prodi.

VALORI, opprtunità per tutti, cittadino responsabile, comunità aperte, solidarietà, premiare i meriti, governo moderno, pragmatismo,

FATTI,sì alla sperimentazione, no alla cristallizzazione, cambiamento continuo, responsabilità.

OBIETTIVI, pace, uguaglianza, progresso sociale, stato amico.

Come coniugare solidarismo ed efficienza, liberalismo e giustizia sociale.

Che cosa significava “terza via”:

Nella visione di Anthony Giddens (1) una via di mezzo, un incrocio tra socialdemocrazia e neoliberalismo che valorizzi quel che di meglio hanno da darci queste due ispirazioni di politica economica, che sono anche due culture e due visioni dell’individuo e del mondo. Né con Keynes né con la Thatcher, prima di tutto.

Ma anche un pò con l’uno e un pò con l’altra.

Perchè?

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Così perdiamo il Nord – Riccardo Illy

Posted by ernestoscontento su maggio 18, 2008

Autore Riccardo Illy,
Prezzoo € 14,50
Editore Mondadori
Anno 2008
Pagine 98

Così perdiamo il Nord ” Come la politica sta tradendo una parte del nostro paese”

Riccardo Illy, presidente di uno dei gruppi industriali italiani più noti al mondo e uomo politico stimato in tutta Europa, lancia un allarme destinato a lasciare il segno. Forte della sua esperienza pluriennale di governatore del Friuli Venezia Giulia e della sua conoscenza dall’interno dei problemi e dello scontento che serpeggiano in quella parte del Paese che con successo sta affrontando la globalizzazione, lancia un grido d’allarme alla politica e a tutti gli italiani che hanno a cuore il nostro futuro: se andiamo avanti così, perdiamo il Nord!

Il libro di Riccardo Illy Così perdiamo il Nord (scritto con la collaborazione del giornalista del Corriere della Sera Enzo d’Errico) s’incentra sull’analisi delle ragioni per le quali in Nord d’Italia è sempre più scollato dal resto del Paese, per provare a suggerire delle soluzioni alternative a quella di una secessione in realtà poco conveniente anche per i suoi sostenitori.

La riflessione di Illy si articola in uno scenario iniziale (Perché stiamo perdendo il Nord), in quattro capitoli (Federalismo necessario, La minaccia dell’isolamento, Il cittadino tartassato, L’insostenibile leggerezza della busta paga) ed in Conclusioni che contengono proposte in ambito socio-culturale e politico istituzionale).

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IL RANCORE: Alle Radici Del Malessere Del Nord

Posted by ernestoscontento su maggio 11, 2008

Autore: Aldo Bonomi
Pagine: 160
Prezzo: Euro 12

Un libro che legge i comportamenti sociali della nuova borghesia italiana sia attraverso le forme esasperate di egoismo sociale radicate nel territorio, sia tramite le richieste che vengono poste alla politica, come i successi elettorali della Lega Nord testimoniano.

«Come è stato possibile che chi sapeva tutto della fabbrica, della catena di montaggio, del rapporto fabbrica-territorio negli anni Settanta e Ottanta, a un certo punto si sia trovato completamente spiazzato di fronte al cambiamento?»

Questo interrogativo potrebbe, da solo, valere la fatica di leggere le densissime pagine dell’ultima opera di Aldo Bonomi.

Ma soprattutto è un libro che dovrebbero leggere i nostri politici, per ritrovare quella capacità di analisi che in passato è stata capace di leggere i grandi cambiamenti delle prime fasi dell’industrializzazione, e di individuare nell’operaio di massa prodotto del modello di produzione fordista, il cuore di una nuova composizione sociale affluente”.

«Oggi la politica, e i politici di professione hanno rivolto lo sguardo in alto nel cielo della politica, ignorando ciò che nel frattempo accadeva in basso, sul territorio, e quindi si sono distaccati dalla realtà dei fatti.»

I politici di Sinistra e di C.S. si sono dimenticati di cosa diceva K. Marx “i fatti son duri come macigni, e sono li con tutta la loro durezza”.

Eppure Togliatti, guardando alla società Emiliana e alle sue capacità di fare comunità scrisse un pezzo su Rinascita dal titolo ” La necessità di afferare Proteo” (1), cioè di fare un patto con quella nuova composizione sociale fatta di una multitudine di piccoli imprenditori locali,e di operai che si trasformavano in imprenditori.

Quello che è successo alla sinistra radicale dovrebbe far riflettere e non poco anche il PD, anche in questo partito ci sono leader Platonici convinti di essere i migliori, di sapere loro cosa è bene per il popolo, e quindi non sentono il bisogno di poggiare il loro onorevole orecchio verso il basso.

Quando una forza politica perde consenso, è evidente che non è stata capace di individuare “la direzione dei processi materiali come direbbe Marx”.

Questo Libro andrebbe letto insieme ad un’altro libro di Giulio Tremonti “La Paura E La Speranza” uscito alcuni gironi prima delle elezioni, per capire dove va la destra che di fatto sta occupando l’area politica di centro.

Berlusconi ha indossato il fumo di Londra e ha il passo cadenzato di un leader anglossasone. Moderazione,equilibrio e megafoni televisivi a disposizione di una “destra presentabile” visto che Alemanno come primo gesto da sindaco di Roma, rende onore alla Resistenza, e dichiara pubblicamente che “ i valori della Resistenza non sono in discussione ”.

La vedo brutta, soprattutto con i leader che abbiamo,visto le loro capacità di analisi sociale che li porta a sognare banche, anziché trovare un modo per migliorare il benessere economico.

Oggi purtroppo la politica è fatta in prevalenza da mezze figure ambigue e non da leader carismatici e capaci di guidare l’agire sulla rotta del pensiero! Ma c’è tempo e staremo a vedere.

1) Proteo è un dio e profeta della religione greca, figlio di Oceano e Teti; capace di cambiare forma ad ogni momento. Ne scaturisce il termine proteiforme, stante ad indicare un essere che muta la propria forma in ogni momento.

Il libro in breve (Fonte sito dell’editore)

Sono ormai vent’anni che il Nord, la parte più dinamica e ricca del paese, manifesta in vari modi il proprio disagio.

In passato lo ha fatto affidando con forza la delega politica a un partito che esprimeva gli interessi del territorio regionale, la Lega Nord.

Oggi invece manifesta il suo rancore con un atteggiamento di sfiducia nel complesso del mondo politico, e in particolare nei confronti dei partiti di centro-sinistra.

La politica viene accusata di essere troppo lenta nel risolvere i problemi posti dallo sviluppo produttivo, ma anche di avere un atteggiamento vessatorio, per esempio sulla questione fiscale generale e soprattutto nei confronti del cosiddetto “mondo delle partite Iva” (ormai circa sette milioni in tutta Italia).

Il Nord in realtà si trova di fronte a una sfida importante perché sotto sforzo per poter competere a livello mondiale.

Per fare questo, la richiesta è rivolta affinché la politica tenda a riterritorializzarsi: non ha difatti bisogno di una politica “di sorvolo”, ma di accompagnamento concreto dei territori in Europa e nel mondo.

Per capire com’è cominciata, il libro muove dalla Lombardia degli anni ottanta, ricostruendo in modo articolato la trasformazione produttiva che ha modificato in modo profondo la regione, anche e soprattutto nei comportamenti sociali.

In seguito, l’analisi si incentra sul “Nordest” e soprattutto sul cosiddetto “asse pedemontano”, la chiave di volta della piccola impresa veneta.

Le conclusioni sul caso veneto sono indubbiamente interessanti: in questa macroregione si assiste difatti alla diffusa incorporazione di elementi terziari avanzati nelle produzioni manifatturiere.

È questo il terreno di incontro tra capitalismo di territorio e capitalismo delle reti, che tende a dare centralità alle funzioni metropolitane.

La parte conclusiva del saggio si rivolge infine a esplorare il nodo politico e sociale più cruciale dell’intera questione.

Come è possibile oggi ricreare la società?

Come è possibile dare forma al bisogno di comunità e identità in una fase ormai fortemente segnata da fenomeni diffusi e schizoidi di individualismo proprietario?

Qual è il ruolo possibile della politica in tutto questo?

Un libro interessante,scritto da un bravo sociologo che conosce bene il porpio mestiere.

Approfondimenti su Aldo Bonomi:

Home Page A.A.STER

L’editoriale di Aldo Bonomi

Aldo Bonomi (Sondrio 1950) è direttore dell’Istituto di ricerca Aaster e consulente del Cnel. Ha fatto parte dell’organismo internazionale di studiosi e imprenditori noto come “Gruppo di Lisbona”. La sua analisi sulle trasformazioni sociali in atto si è articolata in molti volumi: Il trionfo della moltitudine. Forme e conflitti della società che viene, Bollati Boringhieri 1996; Il capitalismo molecolare. La società al lavoro nel Nord Italia, Einaudi 1997; Il capitalismo personale. Vite al lavoro (scritto insieme a Enzo Rullani), Einaudi 2005; Piccole imprese crescono. Fare rete in un’area metropolitana (scritto insieme a Enzo Rullani), Egea 2005; Che fine ha fatto la borghesia? Dialogo sulla nuova classe dirigente in Italia (insieme a Massimo Cacciari e Giuseppe De Rita), Einaudi 2004; La comunità maledetta. Viaggio nella coscienza di luogo, Einaudi 2002; Il distretto del piacere, Bollati Boringhieri 1999.

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Tutti alla corte di Lord Keynes

Posted by ernestoscontento su aprile 8, 2008

Lord Keynes è di nuovo in uso.

Il pensiero di Keynes è realmente pericoloso, poiché comporta una riflessione e una scommessa sui fini, anziché sui mezzi, che la politica può e deve darsi in questo mondo.

Il capitalismo decadente, internazionale ma individualistico, a Keynes non piace:

“Non è intelligente, né bello, né giusto, né virtuoso, né si comporta come dovrebbe. In breve non ci piace e anzi stiamo cominciando a detestarlo. Ma quando ci domandiamo che cosa mettere al suo posto, siamo estremamente perplessi”

Oggi in piena campagna elettorale,il grande economista inglese è tirato per la giacca sia dal CD che dal CS visto i venti di crisi mondiale in atto.

Quindi una rilettura dei suoi scritti riportati nel saggio “Come uscire dalla crisi, a cura e con un’introduzione di P. Sabbatici, pp. XLIV-137, 14,46 euro”.

Nove saggi classici del maggior economista del XX secolo, scritti negli anni immediatamente precedenti la stesura della sua opera fondamentale (La teoria generale), nel periodo della Grande depressione degli anni Trenta. i quali, rappresentano un prezioso viatico alla comprensione di ciò che sta accadendo.

Il suo lascito teorico e soprattutto politico, che poco o nulla ha a che fare col “keynesismo attuato fino ad oggi” .

Un lascito “politico” , prima ancora che teorico, perché la grandezza di Keynes si misura innanzi tutto come uomo politico. Convinto com’era del fatto che l’economia fosse una “scienza morale”, piuttosto che una scienza sperimentale, la sua fu in certo qual modo una “predicazione”, prima ancora che una rivoluzione scientifica.

Una predicazione, beninteso, attenta a non cadere mai nella pura testimonianza, ma al contempo per nulla disponibile a baratti sui principi e, per di più, sempre condotta con un’attenzione particolare al registro retorico, sapientemente modulato sul filo di irriverenti paradossi, boutades e motteggi capaci di ridicolizzare il più fiero avversario.

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Lettere Dalla Mia Birmania

Posted by ernestoscontento su febbraio 19, 2008

La trama e le recensioni di Lettere dalla mia Birmania, saggio del premio Nobel Aung San Suu Kyi edito da Sperling & Kupfer.

La Birmania, oggi conosciuta con il nome di Myanmar – è soggetta a un regime spietato e autoritario. Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991, è stata la protagonista assoluta, il leader ideale del partito che ha tentato per lungo tempo di riportare la democrazia e i diritti civili nel paese.

Questa donna tenace e coraggiosa ha subito, a causa delle sue idee, profonde umiliazioni, come l’arresto, la detenzione. l’allontanamento dalla famiglia, senza mai arrendersi alla violenza e alla cieca arroganza del potere.

Per questo, quando parla della sua terra lo fa con la passione, la malinconia e insieme la lucidità che solo un politico di rango possiede.

Lo dimostra questo libro con cui l’autrice consegna un ritratto della Birmania, evocando ora l’avvicendarsi delle stagioni, ora le feste della tradizione, ora gli usi e i costumi più significativi; e ancora, rende onore al coraggio e all’abnegazione di uomini semplici, artisti, intellettuali che, a prezzo di infiniti sacrifici, a volte della stessa vita, hanno sostenuto e sostengono la democrazia.

Non solo: Aung San Suu Kyi denuncia con fermezza le penose condizioni di miseria della popolazione, privata dei diritti più elementari come l’istruzione e l’assistenza sanitaria, e si pone davanti ai potenti della Terra come simbolo della speranza in una forza più grande del potere armato.

Proprio nell’ultima epistola il premio Nobel ammette che “da persona profondamente impegnata nel movimento della democrazia in Birmania, è sempre stata mia intenzione concentrarmi sull’aspetto politico della vita del mio paese.

Ma la politica riguarda la gente, e così ho cercato anche di far emergere il volto umano della nostra lotta politica”.

E in effetti le lettere di Aung San Suu Kyi iniziano il lettore a un viaggio affascinante alla scoperta di usi, costumi e tradizioni originali; di colori, suoni e sapori suggestivi; di uomini che si riconoscono in valori come l’amicizia, la solidarietà, il rispetto, l’ospitalità, pur vivendo sotto un regime che li priva di diritti fondamentali come l’istruzione, l’assistenza sanitaria e, naturalmente e innanzitutto, la libertà.

La Birmania di Aung San Suu Kyi è forte, leale, combattiva, “pronta a sostenere la democrazia a prezzo di infiniti sacrifici”.

Un Paese che “non perde la speranza neppure di fronte al più duro attacco armato” ma che, al contrario, è sempre pronto a ribadire la propria “determinazione a risolvere i problemi del Paese con mezzi non militari ma politici”.

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Obama, il Kennedy nero

Posted by ernestoscontento su febbraio 5, 2008

 

Barack Obama, I sogni di mio padre. Un racconto sulla razza e l’eredità. Editrice Nutrimenti, pp. 464. euro 18.00

A chi si ispira Barak Obama? Al presidente Abraham Lincoln e alla sua visione politica, all’uomo dell’unità del Paese, della abolizione della schiavitù e dei valori condivisi. Obama, l’afroamericano, non è un personaggio che divide la nazione, ma al contrario ne auspica la sintesi in un cambiamento che riscopra le tradizioni più autentiche dei padri fondatori. Nella sua visione non ci sono divisioni di classe, razziali o di età, ma un popolo unito che deve ritrovare la volontà di sperare.
Non è un approccio ingenuo, da predicatore ma da politico accorto e assolutamente in sintonia con la storia americana. Qui sta la sua forza: saper coniugare la novità del suo essere fuori da ogni dinastia consolidata con la tradizione più autentica degli States. È come se fosse sbarcato una seconda volta in Massachusetts (inteso come metafora dell’agone politico americano) direttamente dal Mayflower, il vascello dei Padri Pellegrini. Un uomo che cerca la sua identità e insieme quella (perduta?) dell’America.
Anche sul tema controverso della guerra in Iraq, Barak non parla di errore, ma di guerra «stupida», inutile, cioè un atto per cui le famiglie americane non capiscono perché devono perdere i loro figli. Obama dunque non esclude la “guerra giusta”, l’uso della forza militare, l’interventismo come è presente nella tradizione wilsoniana, ma si chiede perché non aver puntato sul confine pachistano, la dove è l’origine del pericolo terrorista per la “homeland”, la Patria. Un passo più coraggioso di quanto abbia mai fatto la sua rivale di partito, Hillary Clinton, ed esattamente all’opposto di quanto sostenuto dal repubblicano John McCain.
Per capire di più la complessità dell’uomo è utile leggere “I sogni di mio padre”, l’autobiografia di Barack Obama che l’editore Nutrimenti ha tradotto e pubblicato in Italia.
È la storia appassionante dei primi trent’anni di vita del “Kennedy nero”, un racconto in presa diretta, scritto prima della discesa in campo per la corsa alla Casa Bianca: dalle Hawaii dove Obama è nato, agli anni del college, dai trascorsi newyorkesi al fondamentale lavoro come coordinatore di comunità a Chicago, fino al viaggio in Kenya, per riscoprire la famiglia del padre e le radici africane.
Pubblicato la prima volta nel 1995, “I sogni di mio padre” è stato un best seller negli Usa, dove ha già venduto quasi un milione di copie. Ed è stato citato come libro avvincente anche da Caroline Kennedy nella famosa lettera al New York Times con cui ha ufficialmente indicato Obama come unico erede politico di JFK e in cui ha affermato: «Il senatore Obama conduce la sua campagna con dignità e onestà. Ha parlato apertamente e ha rivelato aspetti della sua personalità in due libri avvincenti. Non ho mai conosciuto un presidente che m’abbia ispirata quanto, mi dicono, abbia fatto mio padre con la gente. Ma per la prima volta, credo d’avere trovato l’uomo che potrebbe essere quel presidente – non solo per me, ma per una nuova generazione di americani».
Nel saggio Obama racconta la storia difficile di un americano nato dal matrimonio fra un uomo di colore, proveniente dal Kenya, e una donna bianca, originaria di una piccola cittadina di provincia nel Kansas. Due storie di gente comune fuori dai circuiti del potere e delle dinastie politiche. Ma anche qui Barak, nonostante un nome così stravagante per l’americano medio, rappresenta la tradizione: un presidente popolare e carismatico che si oppone ai circoli elitari di Washington, così lontani dai bisogni reali della gente comune.
“I sogni di mio padre” è dunque interessante perché è un’autobiografia senza ipocrisie, che narra soprattutto le difficoltà della società americana e dei suoi giovani di colore.
Un percorso a ritroso alla scoperta della propria identità, che inizia quando, appena ventunenne, Obama viene raggiunto dalla notizia della morte del padre. Il candidato alle primarie dei Democratici per la Casa Bianca, ripercorre così la sua infanzia alle Hawaii, dove nasce e dove vive con la madre solo per pochi anni, quando il padre decide di tornare in Africa dalla famiglia d’origine. Non tace sulla difficile adolescenza quando rischia di perdersi tra droghe e gang giovanili. E racconta infine il viaggio in Kenya per conoscere i parenti della famiglia di suo padre e ritrovare la metà africana della sua identità.
Ecco perché il senatore dell’Illinois Barack Obama, candidato alle primarie dei Democratici per le elezioni del novembre 2008, nato a Honolulu (Hawaii, Usa) il 4 agosto 1961, residente a Chicago dove vive con la moglie, Michelle, e con le figlie Malia e Sasha, è comunque stato la novità che ha già cambiato (e potrebbe cambiare ancora) la storia delle prossime elezioni presidenziali. Una storia che nasce da un sogno. Come Martin Luther King.

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Bisogna Voler Vincere

Posted by ernestoscontento su febbraio 5, 2008

Bisogna voler Vincere

PD, UN MANUALE PER LA COMUNICAZIONE DEL NUOVO PARTITO

Esce in questi giorni per le edizioni Ponte Sisto “Bisogna voler vincere. Per la comunicazione del Partito Democratico” di Angelo Baiocchi (pagine 334, euro 15).
Un saggio di grandissima attualità: le “raccomandazioni d’agenzia” per la Comunicazione del nuovo Partito Democratico e un’ampia analisi della situazione politica italiana d’oggi, anche alla luce di una teoria dei sistemi mentali di destra e di sinistra.

Il libro vuole dare delle indicazioni su ciò che il nuovo partito dovrebbe fare in termini di comunicazione; l’autore le definisce “raccomandazioni d’agenzia”, come quelle che le agenzie di comunicazione danno ai loro clienti.

L’obiettivo è di dare un contributo, focalizzato sulla comunicazione e sul marketing, a ottenere consenso e poi a vincere: più precisamente a far vincere le elezioni a uno schieramento di centrosinistra di cui il Partito Democratico non può non essere la forza politica di riferimento.
Ma un libro militante deve basarsi, pena la sua inefficacia, anche su analisi realistiche e approfondite; deve cercare di individuare con equilibrio i punti di forza e i punti di debolezza della propria parte e dell’avversario; deve evitare una facile faziosità; non può insomma esimersi dall’essere tendenzialmente scientifico. E alle “raccomandazioni” Baiocchi fa precedere un’ampia analisi della situazione politica italiana e di quelli che definisce “i sistemi mentali” di destra e di sinistra.

I punti chiave:

1 Dati gli storici comportamenti delle forze di centrosinistra in Italia, la questione primaria non è tanto quella che bisogna saper vincere, quanto quella che bisogna voler vincere.

2 Il marketing e la comunicazione del centrosinistra sono più difficili di quelli del centrodestra. Per proporre soluzioni possibili e per comunicarle in maniera efficace e immediatamente comprensibile il centrosinistra deve produrre uno sforzo intellettuale, progettuale, addirittura immaginativo molto maggiore rispetto a quanto debba fare il centrodestra. E’ necessario inoltre fare uno sforzo importante per concepire le decisioni politiche anche in vista della loro comunicabilità.

3 La destra e la sinistra, appunto come sistemi mentali, esistono tuttora e giocano un ruolo importantissimo nel confronto politico italiano e non solo. Avanzare una proposta che punti al consenso della maggioranza dell’elettorato significa anche confrontarsi con quelle che l’autore chiama le “rocche di resistenza di destra e di sinistra”.

4 Il nuovo partito deve in ogni caso mantenere una identità e un posizionamento distintivi di centrosinistra, pur nel superamento delle inattuali e perdenti rigidezze ideologiche.

5 La vera novità nella comunicazione sta nella concretezza, nel creare un “sistema emozionale di concretezze”.

6 Il nuovo partito deve mutuare linguaggi e tecniche non solo dalla comunicazione aziendale ma anche e soprattutto da quella istituzionale e di servizio. Deve costruire una relazione stabile di fiducia con i cittadini attraverso la creazione di un sistema di comunicazione che lavori nel medio termine.

7 Una comunicazione seria e possibilmente vincente è anche una questione professionale e di organizzazione del lavoro. I partiti italiani, specialmente quelli progressisti, comunicano in genere in maniera culturalmente e tecnicamente un po’ vecchia. E il ricambio generazionale non sembra portare grandi cambiamenti.

8 La comunicazione non va intesa come immagine, come raccontare bene le cose indipendentemente da come si è. Va invece intesa come narrazione di un modo profondo di essere. Per questo, accanto a parole come marketing, posizionamento, target, sistema di comunicazione, nel libro si trovano ripetutamente parole come serietà, buona volontà, onestà intellettuale, coerenza, che rappresenterebbero la vera novità che il Partito Democratico deve far nitidamente percepire per sperare di avere successo ma anche per giustificare la propria stessa esistenza. Per comunicare in maniera nuova bisogna essere nuovi, ma nuovi sul serio, sapendo bene che novità e cambiamento sono i termini più inflazionati del linguaggio politico italiano. E su questo terreno l’opportunità è enorme, c’è una prateria vergine da occupare.

pdfIndice del Libro

Chi è Angelo Baiocchi

ANGELO BAIOCCHI è il direttore della comunicazione del Comune di Roma e insegna Marketing Aziendale e Pubblico all’Università “La Sapienza” di Roma.

In precedenza è stato ricercatore di Storia delle Dottrine Politiche all’Università Ca’ Foscari di Venezia e all’Istituto Universitario Europeo di Firenze.

Ha poi lavorato dieci anni alla Rai e, successivamente, è stato amministratore delegato di una grande società di comunicazione.

E’ autore di numerose pubblicazioni di storia del pensiero politico e di marketing e comunicazione.

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Il Suono Della Morte

Posted by ernestoscontento su febbraio 3, 2008

Fonte: Articolo in estratto da Il Corriere it del 03/02/08

Uno squillo nell’alba di Federico

Il caso di Ferrara

La storia che sto per raccontare è triste, avvilente, urtante; eppure, nella sua sinistra negatività, se si avrà voglia di seguirmi fino in fondo, essa può risultare rincuorante. Almeno dal punto di vista basilare per una società civile: quello che afferma il principio di verità e giustizia..
E’ la storia di un ragazzo, bello è dir poco a guardarlo nelle foto dei giornali, fermato da una pattuglia della polizia all’alba di due anni fa presso casa, a Ferrara, e assurdamente morto in quella circostanza. Un ragazzo di diciotto anni compiuti da un mese, studente in un istituto per periti elettrotecnici, alto, riccioli neri, sportivo, disposto, per non gravare troppo sulla famiglia, a distribuire nel tempo libero pizze in giro per la città. Un confortante esempio di gioventù, in questi nostri giorni di disperato bisogno di futuro.

Per Saperne di Più, potete vsitare il sito dei genitori di Federico Aldrovandi

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Ci sono momenti e storie della nostra vita in cui il mio senso di responsabilità Democratica vacilla, dove tutto mi sembra solo e soltanto una grande e falsa retorica. La storia di questo ragazzo e uno di quei momenti.

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L’uomo a una dimensione

Posted by ernestoscontento su gennaio 29, 2008

HERBERT MARCUSE:L’uomo a una dimensione

A oltre trent’anni dalla sua apparizione, e nonostante i non pochi elementi rimasti ancorati a uno scenario politico e sociale profondamente diverso da quello attuale, L’uomo a una dimensione, una delle piú radicali disamine e contestazioni della condizione umana nelle società industriali avanzate, non ha certo esaurito la forza del suo impatto critico e polemico.

Scritto in inglese ne11964, e pubblicato nel 1967 in Europa e in Italia, L’uomo a una dimensione, asuon di centinaia di migliaia di copie, fece di Herbert Marcuse il maestro della nuova sinistra, che in quegli anni andava mettendo vigorose radici nelle università europee.

Nel libro di Marcuse i giovani del ’68 trovarono gli argomenti e le parole atte a dare forma definita a un’idea che in modo meno articolato circolava già da tempo in Europa, l’idea che le società europee, uscite ormai da vent’anni dall’esperienza del fascismo e della guerra, e dedicatesi con devozione alla pratica della democrazia, fossero in realtà, ciascuna a suo modo, forme di “società bloccata”, sul piano sia politico sia culturale e ideale.

A oltre trent’anni dalla sua apparizione, e nonostante i non pochi elementi rimasti ancorati a uno scenario politico e sociale profondamente diverso da quello attuale, L’uomo a una dimensione, una delle piú radicali disamine e contestazioni della condizione umana nelle società industriali avanzate, non ha certo esaurito la forza del suo impatto critico e polemico.

Come scrive Luciano Gallino nel saggio introduttivo alla presente edizione “l’attualità di L’uomo a una dimensione non è soltanto legata al persistere delle stesse distorsioni, nelle società industriali avanzate, che il suo autore intravvide all’epoca con lucidità. È la storia piu recente che si è incaricata di restituire al libro una inquietante presa diretta”.

” La borghesia e il proletariato, nel mondo capitalista, sono ancora le classi fondamentali, tuttavia lo sviluppo capitalista ha alterato la struttura e la funzione di queste due classi rendendole inefficaci come agenti di trasformazione storica. Un interesse prepotente per la conservazione ed il miglioramento dello status quo istituzionale unisce gli antagonisti d’un tempo nelle aree più avanzate della società contemporanea “. (L’uomo a una dimensione)

Marcuse è stato forse dimenticato, e la grande massa che si identifica nell’autodefinizione di new global e no global nemmeno sa chi sia stato.

E’ solo più un’ombra che ancora che si aggira nelle aule universitarie d’Europa e d’America, d’Australia e Asia e che ancora incombe sugli appunti dei più giovani e curiosi studenti della filosofia del Novecento.

Eppure, pur riconoscendo che Marcuse ha esagerato, oscillando tra l’altro tra un formidabile ottimismo ed un pessimo pessimismo, si potrebbe prender atto che le sue analisi hanno descritto con acuto e centrato profetismo in negativo, quello che è diventato il credo, in positivo, di quel popolo di precari diplomati e laureati che ha creduto nelle promesse del liberismo, che ha scritto su internet per difendere la libertà della partita IVA contro le tutele sindacali, lo stato assistenziale e quei diritti “dei quali non ce ne può fregar di meno”, perfino Berlusconi.

Ecco la storia del credere di poter essere soggetti ed autori del proprio futuro a dispetto delle condizioni reali della società e dei rapporti economici e di potere, prima ancora che essa si sia svolta concretamente, sotto i nostri occhi.

In questa luce, cioè toccando con mano gli esiti delle illusioni denunciate da Marcuse, è evidente che le sue analisi aprirono la via a quella che, in generale, è l’attuale opposizione al pensiero unico ed alla dimensione totalitaria e fogocitante delle cosiddette democrazie liberiste occidentali.

L’uomo ad una dimensione fu certamente il suo libro più importante e varrebbe senz’altro la pena di leggerlo per intero.

Il punto da comprendere nel pensiero di Marcuse è che il termine totalitario non si deve applicare «…soltanto ad un’organizzazione politica terroristica della società, ma anche ad un’organizzazione economica-tecnica non terroristica, che opera mediante la manipolazione dei bisogni da parte di interessi costituiti. »

I gruppi dirigenti economici, i detentori del potere reale sono in grado di imporre modelli, vendere i propri prodotti, sollecitare consensi « sul tempo di lavoro come sul tempo libero, sulla cultura materiale come su quella intellettuale. »

Non si tratta di un’esagerazione, dice Marcuse, di una sopravvalutazione da parte mia dei media e della pubblicità.

Non è vero che la gente, in qualche modo, avverte come proprio il bisogno dei consumi e dei modelli proposti dall’offerta e dal mercato.

Il condizionamento operante (del resto teorizzato apertamente dalla psicologia comportamentista, dal behaviourismo di Watson) non comincia con i programmi televisivi. «Quando si arriva a questa fase – dice Marcuse – le persone sono esseri condizionati da lungo tempo; la differenza decisiva sta nell’appiattimento del contrasto (o del conflitto) tra il dato ed il possibile, tra bisogni soddisfatti e bisogni insoddisfatti. »

Marcuse vede chiaramente come, nonostante le differenze economiche, l’industria dei consumi di massa proponga un modello unico di cose e valori desiderabili e come le nuove generazioni del suo tempo siano state allevate e nutrite di questo modello.

Sia il lavoratore che il suo padrone, od il suo caporeparto, tanto quanto la dattilografa ed il ragioniere vedono lo stesso film, aspirano alla medesima automobile, vogliono tutti andare in vacanza a Sherm el Sheik . Al di là delle differenze di risparmi e liquidità che fanno potere d’acquisto, l’universo umano risulta accomunato da una medesima “introiezione” dei bisogni indotti.

Sono i desideri che fanno i bisogni ormai, quel superfluo che, secondo quel magnifico dandy che fu Oscar Wilde, rende la vita impareggiabilmente meno noiosa di quella dei nostri padri.

Può anche darsi, così, che le ultime ruote del carro, le persone che stanno alla base della piramide sociale, si trovino a provare momenti nei quali è possibile godere allo stesso modo di un ricco magnate: ecco l’euforia nel mezzo dell’infelicità.

In realtà, prosegue Marcuse, è piuttosto vero che le «persone si riconoscono nelle loro merci; trovano la loro anima nella loro automobile, nei giradischi ad alta fedeltà, nella casa a due piani, nell’attrezzatura della cucina.» Non sono gli individui più in grado di distinguere tra bisogni veri e falsi, quei bisogni apparenti che impongono persino l’indebitamento a tasso zero (stai fresco se credi che esista il tasso zero!).

L’effetto totalizzante ed estraniante, ingannevole, della società dei consumi è evidente. «Non soltanto una forma specifica di governo o di dominio partitico producono il totalitarismo, ma pure un sistema specifico di produzione e di distribuzione, sistema che può benissimo essere compatibile con un “pluralismo” di partiti, di giornali, di “poteri controbilanciantisi”.»

Diritto e libertà, pur essendo stati componenti fondamentali (Marcuse dice “vitali” nella nascita della società capitalistica e moderna, oggi hanno perso pregnanza e significato: la libertà del consumatore di scegliere un prodotto tra cento non è vera libertà, come non è vera libertà quella dell’elettore in grado di scegliersi un rappresentante. «La libera elezione dei padroni non abolisce né i padroni né gli schiavi.»

Marcuse accusa le democrazie liberali di tolleranza repressiva. Sembra che tutto permettano (il permissivismo), in realtà consentono solo a ciò che non lede gli interessi del sistema. «Il pensiero ad una dimensione è promosso sistematicamente dai potenti della politica e da coloro che li riforniscono di informazioni per la massa.

Il loro universo di discorso è popolato da ipotesi autovalidantesi, le quali, ripetute incessamente da fonti monopolizzate, diventano definizioni o dettati ipnotici. Per esempio, “libere” sono le istituzioni che operano (e sono adoperate) nei paesi del Mondo Libero; ogni altra forma trascendente di libertà equivale per definizione all’anarchia, o al comunismo, o è propaganda. “Socialistiche” sono tutte le interferenze nel campo dell’iniziativa privata che non sono compiute dalla stessa iniziativa privata (o in forza di contratti governativi), come l’assicurazione medica estesa a tutti e a tutti i tipi di malattia, o la protezione della natura dagli eccessi della speculazione, o l’istituzione di servizi pubblici che possono ledere il profitto privato.

Questa logica totalitaria del fatto compiuto ha la sua controparte ad Oriente. Laggiù, la libertà è il modo di vita istituito dal regime comunista, e ogni altra forma trascendente di libertà è detta capitalistica, o revisionista, o appartiene al settarismo di sinistra. In ambedue i campi le idee non operative non sono riconosciute come forme di comportamento, sono sovversive. »

Un punto molto interessante dell’analisi di Marcuse sulla non-libertà dell’Occidente è la “desumiblimazione repressiva”, ossia la presunta riconquista della libertà istintuale (certo nei paesi anglossassoni, non ancora, ai suoi tempi, in quelli latini, ndr) che in realtà finisce col rafforzare il sistema, estendendo l’illusione di vivere in una società tollerante.

Per Marcuse, la libertà sessuale offerta dal sistema è solo un surrogato della libertà dell’eros, ed è diventata uno strumento di integrazione e di consenso, essendo anche il sesso mercificato e la persona sessuale nient’altro che una riduzione all’oggetto del desiderio.

In un impeto che sembra persino reazionario, Marcuse denuncia quindi la pornografia e la presunta libertà dei costumi per quella che è realmente: un’offesa umiliante alla dignità degli individui, in primo luogo quelli che sono sfruttati per il commercio e l’esibizione.

Non si tratta di un passo indietro rispetto alle provocatorie posizioni assunte in Eros e civiltà, ma di un chiarimento fondamentale circa quella che è la miserabile realtà del commercio del proprio corpo, l’illusione di poter trarre vantaggi e promozioni dall’avvenenza delle proprie forme.

Marcuse che è rimasto profondamente impressionato dalla realtà americana e dal grado di integrazione della classe operaia nel sistema, proprio nel momento in cui in Europa vengono a maturare momenti di grande conflittualità e tensione tra i lavoratori, mentre nel terzo e nel quarto mondo crescono le battaglie contro il neocolonialismo, giunge ad affermazioni perentorie circa i soggetti del possibile cambiamento rivoluzionario.

Non più la classe operaia, ma i reietti, coloro che costituiscono il sostrato di emarginati, gli immigrati, i neri, i portoricani ed i messicani, gli inabili. Essi, infatti, rimangono al di fuori del processo democratico e la loro presenza prova come non mai quanto sia immediato e reale il bisogno di porre fine a condizioni ed istituzioni intollerabili.

Perciò la loro opposizione è rivoluzionaria anche se non lo è la loro coscienza (in verità piuttosto limitata, parziale, distorta da ideologie e fascismi a rovescio quali il black power di Malcolm X, i black muslims e così via).

Ciò non toglie, secondo Marcuse, che i gruppi dirigenti della società siano in grado di di produrre concessioni in grado di integrare, a loro volta, anche gli emarginati più clamorosi., di investire nella tranquillità non per filantropia, ma per lungimiranza.

Ma questo, in realtà, non succede. Le tendenze a soluzioni autoritarie e repressive sono frequenti, trovano persino una sponda nel conservatorismo delle classi popolari integrate, non solo più piccola borghesia, ma classe operaia nel vero senso della parola.

E dove finisce Marx, comincia Marcuse.

La teoria critica non può dare certezze profetiche, «non possiede concetti che possano colmare la lacuna tra il presente ed i suo futuro; non avendo promesse da fare né successi da mostrare, essa rimane negativa. In questo modo essa vuol mantenersi fedele a coloro che, senza speranza, hanno dato e danno la vita per il Grande Rifiuto.»

Se sul concetto di Grande Rifiuto non occorrerebbe spendersi più di tanto, data la sua evidenza fondante per ogni teoria di derivazione marxista, ma sul resto del ragionamento marcusiano qualche chiarimento va dato. Siamo – dice Marcuse – in una condizione di incertezza radicale.

La società può reprimere od assorbire ogni spinta al cambiamento (in Italia si direbbe gattopardianamente) annullandola o neutralizzandola.

Eppure esistono forze e tendenze capaci di interrompere tale disegno e far esplodere le contraddizioni. «… ma, a meno che il riconoscimento di quanto vien fatto e di quanto viene impedito sovverta la coscienza e il comportamento dell’uomo, nemmeno una catastrofe produrrà il cambiamento.»

Negli scritti successivi, di fronte a reali cambiamenti come il fallimento della strategia americana nel Vietnam, alle evoluzioni ed alle involuzioni della situazione internazionale, Marcuse si presenterà a volte più ottimista, altre più pessimista, altre ancora come politico machiavellicamente più accorto, od a seconda dei casi, apparentemente più responsabile.

In realtà, rispetto al corso che presero le proteste studentesche a partire dal ’68, egli fu meno “pompiere” di Adorno, il quale fu persino contestato ed umiliato dagli studenti, ma continuò comunque a giocare un ruolo critico, da filosofo e non da demagogo.

Fonte: moses – 3 novembre 2004

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NOAM CHOMSKY – IL BENE COMUNE

Posted by ernestoscontento su gennaio 22, 2008

“Il Bene Comune” di Noam Chomsky. Uno dei più grandi intellettuali contemporanei smonta, in questo libro-accusa, tutte le menzogne di un meccanismo che cerca di legittimare guerre e sfruttamento nel nome di falsi miti come “il libero mercato” o “l’esportazione della democrazia”.

La falsa Democrazia è per Chomsky un sistema in cui crescono a dismisura il potere e i privilegi della sparuta minoranza dei più ricchi a dispetto della maggioranza dei cittadini non può dirsi una democrazia.

Lo aveva già capito Aristotele, anche se oggi le sue paiono le parole di un pericoloso radicale contemporaneo.

Parte da qui questa lucida arringa che analizza, disseziona e smaschera misfatti e menzogne con cui i centri di potere finanziari e le multinazionali cercano di paralizzare le istituzioni democratiche o assumerne il controllo.

E senza offrire illusorie formule magiche, Chomsky invita a riappropriarsi di strumenti e spazi che consentano di essere realmente cittadini e non solo sudditi e obbedienti consumatori.

Perchè, a volte, basta solo aprire gli occhi. Il J’accuse di un grande intellettuale per risvegliare la nostra coscienza critica.

Chomsky parte da un elemento fondamentale per aprire qualsivoglia dibattito sul destino dell’uomo, che è quello della democrazia, termine più abusato e usato, poco conosciuto in tutti i suoi aspetti, e quasi mai realizzato ma che serve per essere uno strumento di controllo in favore di una sparuta minoranza ai danni dei più.

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