ernesto scontento

“Disapprovo ciò che dici, ma difenderò alla morte il tuo diritto di dirlo ” (Voltaire)

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Egemonia politica

Posted by ernestoscontento su novembre 9, 2007

La rete è come la piazza di Atene, dove discutevano della POLIS, ma dove non si decidevano le leggi, solo nell’agorà  si discuteva dei problemi della polis e i demos trasformavano le loro decisioni in legge.

VACLAV BELOHRADSKY

Breve definizioni della parola egemonia su cui si fonda la politica.

Con il termine egemonia indico semplicemente il fatto che l’esercizio del potere deve essere inquadrato nel contesto di ciò che la gente considera “normale” o “naturale”, “dettato dal senso comune” o “ispirato ai valori universali”; l’egemonia politica è questo quadro di normalità dell’esercizio del potere politico.

Esso verte sul fatto che una classe dirigente, un’elite o un gruppo dirigente ed i suoi alleati riesce a presentare i propri interessi come rappresentativi di tutta la società.

Con i concetti e i valori egemonici, con ciò che la gente considera “normale” ci scontriamo molto spesso ed in un’infinità di modi, anche se partecipiamo solo raramente alle competizioni per il potere politico nelle sue forme istituzionali.

Il tratto caratteristico delle egemonie politiche è appunto il fatto che esse si reggono sulle parole che non vengono percepite come politiche, sulle parole come bene, bellezza, verità, giustizia, igiene, la cura del corpo, le feste ecc.

Chi vuole sfidare un’egemonia politica, politicizza anzitutto queste parole neutrali, mostra ad esempio che il nostro rapporto con il proprio corpo non è mai impolitico, ma imposto da una lunga egemonia politica, che il concetto di bene o di verità sono asserviti ai punti di vista e agli interessi delle classi dominanti.

Il potere politico egemonico dunque controlla il confine tra quello che deve essere considerato come non politico, soprapolitico, normale, morale, naturale, oggettivo, bello ecc. e quello che invece deve essere considerato come politico.

Il punto di vista egemonico trasforma facilmente l’opposizione in malattia mentale, l’atto di protesta in crimine, l’anticonformismo in offesa del come senso di pudore, i valori minoritari in peccato, la critica in tradimento, la previsione razionale in minaccia intollerabile per lo sviluppo della società.

E’ stato Gramsci a dare alla parola egemonia un senso specifico di “capacità di direzione della società” fondata sulla convinzione delle masse che i valori difesi da un gruppo egemonico sono valori universali.

Il potere politico assieme a tutte le altre forme di potere e d’autorità nella società deve essere sempre sostenuto, per essere efficace, da un’egemonia.

Naturalmente vi possono essere dei poteri senza egemonia – dittature o regimi imposti dall’occupante,o egemonie senza potere, ad esempio la presunta egemonia culturale dei comunisti in Italia negli anni Sessanta e Settanta.

Nella lunga durata comunque prevale il potere che rappresenta una reale egemonia di un blocco storico di interessi.

Le egemonie si svuotano quando cessano di essere attuali.

Ora la parola attualità è oggi banalizzata, significa “notizia del giorno”. In realtà questa è una delle parole fondative della civiltà occidentale, indica infatti la forza che rende il futuro molto diverso dal passato.

Il modello di questa visione del tempo è il vangelo – la buona novella, la rivelazione che il futuro degli uomini sarà diverso dal passato, nuovo.

Oggi non è la rivelazione, ma la tecnoscienza a rendere il futuro
radicalmente diverso dal passato costringendo la società nel suo insieme ad adattarsi a ritmi e possibilità nuove.

Ogni egemonia è legata all’attualità, alla capacità dei gruppi dirigenti di far fronte all’attualità nel senso di controllare o governare quel fattore che di volta in volta rende il futuro radicalmente diverso dal passato, pensiamo ad esempio alla new economy promossa da Internet o alle biotecnologie.

Diventa “portatore di un’egemonia alternativa” quel gruppo che riesce a rappresentare l’attualità, a convincere gli elettori di saper governare la minacciosa differenza tra il passato e il futuro che costringe la maggioranza dei cittadini a ridefinire i loro progetti di vita.

La soluzione politica: includere gli stranieri culturali nella comunità dei cittadini

Questa definizione politicizzata del conflitto, che è in contraddizione profonda con il quadro storico ed istituzionale della situazione, pretende che l’identità più inclusiva ed universalistica in Europa, quella cattolica, serva per puntellare un’identità deficitaria, poco universalistica, e in ogni caso molto meno inclusiva di quella cattolica, l’identità nazionale italiana.

Il Cristianesimo, nella sua versione cattolica, non coincide con il potere di nessuno Stato, con nessuna identità nazionale, an initio aspira ad includere tutti coloro che “credono nel Dio deicristiani”; l’identità nazionale italiana è un fatto politico, strettamente limitato dall’appartenenza, in qualità di cittadino, ad uno Stato e ad una competenza linguistica.

L’integrazione effettiva delle masse multireligiose di immigrati nello Stato italiano e nella cultura nazionale italiana, è possibile solamente a condizione che l’identità nazionale non venga definita né etnicamente né religiosamente, ma in riferimento alla Costituzione.

Definire politicamente l’identità italiana significa in primo luogo prendere a suo fondamento il rispetto condiviso della Costituzione. In secondo luogo, tutti i cittadini debbono avere l’accesso effettivo ad uno spazio pubblico determinato linguisticamente, condividere una cultura civica e avere una competenza civilizzazionale.

Gian Enrico Rusconi (La Stampa 1/11/2003) commenta questo conflitto distorto sostenendo che la stragrande maggioranza di politici italiani si dichiara esplicitamente cristiana “preoccupandosi di precisare che non si tratta di una dichiarazione di fede in senso dottrinario, ma
di un’identità storica, di un’appartenenza nazionale…(invece) avrebbero dovuto protestare contro un uso etno-nazionale della religione, avrebbero dovuto dire chiaramente che nella questione del Crocifisso in un’aula della scuola pubblica non sono in gioco né l’identità nazionale né l’ultimo baluardo contro l’incombente invasione dell’Islam”.

Il fatto che invece sono in gioco, è un fatto centrale di questo campo politico distorto.

Giovanni Sartori, pone la questione del rapporto tra l’universalismo democratico e le politiche d’integrazione degli “stranieri culturali” immigrati in questi termini: “la domanda è: fino a che punto una tolleranza pluralistica si deve piegare non solo a stranieri culturali ma anche ad aperti e aggressivi nemici culturali? Insomma, può il pluralismo accettare la propria frantumazione, la rottura della comunità pluralistica? (1997,492).

La comunità pluralistica è caratterizzata dal fatto che le linee divisorie tra i gruppi sonomultiple, basate su associazioni volontarie che non coincidono con le divisioni razziali, regionali,religiose o sociali.

Laddove invece coincidono, e dove questa coincidenza è elevata a fonte suprema di legittimità del potere politico, vengono a mancare le basi di una coesistenza pacifica tra i “diversi”, le linee di divisione si irrigidiscono e tutta la comunità pluralistica crolla.

La convivenza pacifica è impossibile nelle comunità chiuse che impongono di sommare le linee di divisione (chi è cinese in Indonesia deve essere cattolico, chi è irlandese in Irlanda deve essere cattolico, chi è bianco deve essere protestante, chi è italiano deve essere cattolico, chi è Padano deve parlare il dialetto ecc.).

La trasformazione dell’EU da un’alleanza stabile di Stati nazionali in una res publica, fondata su una Costituzione europea e su una cittadinanza europea garantita da una legalità cogente e universalistica, è la precondizione della capacità dei paesi europei di integrare gli extracomunitari”.

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L’Europa è Democratica?

Posted by ernestoscontento su febbraio 18, 2007

Post – Pubblicato: Art. Comincia l’Italia. net 19/02/2007

Non vi spaventate, mi succede spesso di avere i bruciori di stonaco, soprattutto quando leggo che qualcuno impedisce ad un suo concittadino di essere un uomo libero all’interno di una società Democratica.Succede spesso, quando un gruppo di persone impediscono la libera espressione del pensiero altrui, quando con comportamenti violenti impedisci agli altri di poter godere di una manifestazione sportiva o altro spettacolo.

In fondo il limite della libertà individuale, per non sconfinare nell’libero arbitrio lo ha individuato bene JOHN STUART MILL nel suo saggio sulla libertà,dove afferma “ la liberta di un individuo finisce nel momento in cui danneggia un altro individuo”.

Quindi in Democrazia la libertà individuale si pone il limite della convivenza, la convivenza è normata dalle regole condivise.

La modifica delle regole condivise (il cambio delle cose esistenti) può essere fatto solo e soltanto con gli strumenti democratici e con il limite del non danneggiamento degli altri individui.

La Democrazia “è il governo dei molti e, non dei pochi ( Pericle ) “, quindi le regole imposte dalla maggioranza dei cittadini, non sono e non possono essere considerate una tirannide, in quanto la Democrazia da la possibilità alle minoranze dissidenti,di creare consensi democratici per poter modificare lo stato delle cose esistenti.

MA COSE CHE HA STIMOLATO I MIEI BRUCIORI DI STOMACO?

Il fatto:

Sul sole 24 ore del 18/02/07 leggo: Svezia “ La sfida di Sofia alla rigidità del lavoro”.

Sofia Appelgren è una giovane madre di 25 anni con un sogno aprire un Pub, riesce circa un anno fa,con molti sacrifici a realizzare il suo sogno. Con lei lavora una sua amica unica dipendente del Pub, Sofia gli fa un contratto di assunzione migliorativo rispetto a quello previsto dal sindacato Svedese il LO.

Bene dopo due mesi di trattative andate a vuoto perché il sindacato non voleva aprire un precedente in considerazione anche del nuovo cambio di coalizione politica al governo Svedese ( questo anno dopo 65 anni di governo di centro sinistra, le elezioni svedesi sono state vinte da una coalizione di centro destra); il LO dal 5 dicembre picchetta il Pub di Sofia con cinque uomini alla porta con indosso il giubbino del LO e, persuadono i clienti di entrare nel locale denigrando la giovane imprenditrice, inoltre in accordo con gli operai che raccolgono l’immondizia impediscono anche la raccolta della stessa davanti al PUB.

Si tenga presente che il LO è l’equivalente della nostra CGL se non più potente in Svezia.

A niente sono valse le dichiarazioni della dipendente di Sofia che afferma di essere stata lei ad aver proposto l’accordo contrattuale nel suo interesse, accordo peraltro previsto dalle leggi Svedesi perché migliorativo rispetto al contratto Nazionale.

La prepotenza del FO sta facendo frantumare il sogno di una giovane imprenditrice di 25 anni che ha dichiarato “ non posso più sostenere economicamente questa situazione, i danni economici e di immagine,che mi stanno creando mi costringono a chiudere il locale”.

ECCO CASA HA STIMOLATO IL MIO MAL DI PANCIA….

Per il sindacato Svedese è, meglio avere due disoccupati che pesano sul bilancio del Welfare statale,che peraltro comincia a dare segni di crisi in Svezia.

Per il sindacato Svedese il rispetto delle regole Democratiche non sono un obbligo e, che non mi si dica che tutto è regolare ( ricordatevi l’affermazione di JOHN STUART MILL riportata sopra) perché Libertà e Democrazia sono in simbiosi (R.G. Dahrendorf).

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