ernesto scontento

“Disapprovo ciò che dici, ma difenderò alla morte il tuo diritto di dirlo ” (Voltaire)

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Padoa Schioppa: “Troppi macchinisti nelle Ferrovie”

Posted by ernestoscontento su marzo 28, 2007

Post – Pubblicato: Art. Comincia l’Italia. net 29/03/200

IL MINISTRO DELL’ECONOMIA Padoa Schioppa: “Troppi macchinisti nelle Ferrovie”

Se non ricordo male fu Andreotti a dire “ chi vuole risanare le Ferrovie è, come quel matto che crede di essere Napoleone”.

Ma Andreotti è e resta un Democristiano,di quelli che dopo la messa se vedono un mendicante tirano a diritto, tanto c’è la divina provvidenza che ci pensa.

Detto questo, Vorrei ricordare che Padoa Schioppa è dichiaratamente un Liberale Liberista, durante i primi mesi di governo nella sua polemica con Gavazzi a dichiarato “ una cosa sono le teorie che si insegnano a scuola, altra cosa e la pratica” come dire si predica in un modo e si razzola in altro modo.

Purtroppo la sinistra Italiana non è, stata in grado di formare e, di formarsi sotto l’aspetto economico, nel senso che, non ha assimilato la cultura dell’economia di mercato.

Infatti chi scrive è, convinto che D’Alema sia un ottimo ministro degli esteri, ma è stato, un pessimo Presidente del consiglio ( vedi privatizzazioni Telecom).

Insomma siamo passati dalla comunione dei beni di produzione, all’economia di mercato.

Paradossalmente senza passare un periodo di prova nelle politiche economiche di tipo socialdemocratico.

Bersani si definisce Liberalista ma è confuso….le sue politiche sono si liberali ed agevolano il cittadino, ma non passano nemmeno la soglia del minimo indispensabile ( le coop che non si occupano di sociale devono contribuire come tutti al mantenimento dello stato).

Se tu oggi parli (con un dirigente o amministratore dei DS) di Keynes e delle sue politiche, per sostenere la necessità dell’intervento pubblico nell’economia, con misure sia fiscali che monetarie, qualora una insufficiente domanda aggregata non riesca a garantire la piena occupazione, VIENI GUARDATO COME UN ALIENO SANGUISUGA.

J.K.Galbraith nel suo saggio dal titolo “ la buona società” afferma che nella buona società deve essere perseguito l’obbiettivo della piena e buona occupazione, che è e rimane lo strumento migliore per combattere l’inflazione, infatti Galbraith afferma che la politica monetaria è uno strumento immediato e svincolato dalle decisioni dei politici, ma non è il più efficace.

Riflessione:

Cosa c’è di male, in uno stato che gestisce dei monopoli naturali con efficienza e, che rinveste nella comunità i proventi, al fine di mantenere e sostenere l’occupazione è, il disagio sociale.,

J.S.Mill. considerato da molti uno dei padri del Riformismo nel suo saggio Principi di economia politica, sostiene che ci sono monopoli naturali, o attività che devono essere gestite dallo stato.

Mill mette in guardia dal rischio in maniera da circoscriverlo infatti nel capitolo sulle S.P.A. dirà “ la gestione dei Manager darà sempre un grado di inefficienza, in quanto non gestiscono la cosa loro, quindi avranno sempre un interesse minore a far funzionare bene le cose rispetto a chi è proprietario della cosa”.

Oggi per sopperire a questo si grida all’Italianità delle grandi aziende ex pubbliche, cercando cordate con i soliti noti.
Poi l’Italianità a cui grida il governo è diversa dall’Italianità di Fazio???? ( il concetto non il suo realizzo)

Non solo ma un piccolo o grande imprenditore che sia si deve sentire anche falsi profeti che danno lezioni di gestione di impresa ” che gli imprenditori Italiani siano tali”.

La differenza che esiste fra una mentalità vera di mercato è una falsa, è che quella vera ragiona in termini di comunità responsabile, quella falsa predica ma quando agisce pensa di fare un regalo all’imprenditore di turno.

In fondo forse siamo ancora troppo comunisti ( comunismo = comunione dei beni di produzione).

L’efficienza del sistema, non può prevaricare il diritto al lavoro!!!!
Una politica di sinistra è tale (e di conseguenza il politico) se sa mettere in pratica l’equilibrio migliore fra efficienza e solidarietà / o dignità della persona.
NON SI PUO’ PASSARE DA LENIN A MILTON FRIEDIMAN CON UN SOLO SALTO.

Se non ricordo male ( ma penso proprio di no) per sapere le prossime liberalizzazioni di Bersani, basta leggere Capitalismo è Libertà di M. Friedman .

Ma Friedman in economia è stato un liberista convinto , più volte definito l’anti-Keynes, per il suo rifiuto verso qualsiasi intervento dello Stato nell’economia, ed il suo sostegno convinto, a favore del libero mercato e della politica del laissez-faire.

Le sue teorie hanno esercitato una forte influenza sulle scelte del governo inglese della Thatcher e di quello americano di Reagan, che decisero gran parte della politica economica degli anni ottanta. Le sue idee sono ancora oggi oggetto di accesi dibattiti: ad esempio, rigettò la stakeholder view e la responsabilità sociale d’impresa, sul piano economico ed etico, sostenendo che i manager sono agenti per conto terzi e dipendenti dei proprietari-azionisti, e che devono agire nell’interesse esclusivo di questi ultimi (per lui utilizzare il denaro degli azionisti per risolvere problemi sociali, pur se l’impresa ne è causa, significa fare della beneficienza con i soldi degli altri, senza averne il permesso e tassarli senza dare un corrispondente servizio, violando il principio del «no taxation without rapresentation»).

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Lettera Aperta a Fausto Bertinotti

Posted by ernestoscontento su marzo 27, 2007

Fausto Bertinotti, contestato all’Università La Sapienza di Roma

Post – Pubblicato: Art. Comincia l’Italia. net 26/03/2007

 

BERINOTTI SEMINI VENTO! QUINDI E’ GIUSTO CHE RACCOGLIE TEMPESTA….

Caro Presidente della Camera Fausto Bertinotti, tu sei stato contestato alla facoltà di Lettere dell’Università La Sapienza di Roma, dove ti eri recato per partecipare a un dibattito sulla cooperazione internazionale e lo sviluppo.

Le tue prime reazioni alle contestazioni sono state: «Facciamo la politica, non è un pranzo di gala – aggiunge – ci sono dei contrasti» anche se «è meglio quando avvengono civilmente, per me sempre nella non violenza». «So – osserva Bertinotti – che una politica come quella che sostengo non solo ha un avversario sulla frontiera moderata ma anche sul terreno dell’estrema sinistra che rifiuta la politica e quindi con ciò rifiuta tutte le esperienze di lavoro e di compromesso che si fanno per cambiare il mondo».

Bertinotti tu riscopri Mao Zedong, infatti modifichi leggermente la frase di Mao che diceva “ La rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia, la rivoluzione è un atto di violenza”.

Purtroppo Bertinotti ti sei dimenticato di citare anche l’altra frase di MAO “La politica è guerra senza spargimento di sangue mentre la guerra è politica con spargimento di sangue”.

Ma loro i contestatori che sono più A SINISTRA DI RIFONDAZIONE , INFATTI SONO “ Maoistileninisti” (ormai Marx se lo sono scordato) interpretano alla lettera il loro leader spirituale che ha lasciato detto questo: “Bisognerà ancora e sempre fare la rivoluzione. C’è sempre gente che si sentirà oppressa. (Mao Tse-Tung)”.

QUINDI FAUSTO COME PUOI LAMENTARTI, tu che ti sei proclamato comunista convinto, tu che elevi Fidel Castro a icona dell’America Latina, tu che ti permetti di predicare che si può essere forza di governo è di opposizione allo stesso tempo.

Tu e sempre tu, porti in Parlamento gli adulatori di Lev Trotsky, quelli che vogliono attuare il Il concetto della teoria trotskista della rivoluzione permanente.

Tu lo sai Fausto che il concetto di rivoluzione permanente è basato sulla sua valutazione che nei paesi arretrati, il compimento della rivoluzione democratico-borghese non possa essere realizzato dalla borghesia stessa.

QUINDI COME POSSONO LORO IMPEGNARSI IN UNA COALIZIONE DI GOVERNO, CHE DI FATTO, ACCETTA L’ECONOMIA DI MERCATO, ECONOMIA DOVE SI MUOVE IL CAPITALE BORGHESE CHE DETIENE I MEZZI DI PRODUZIONE.

Ma le contraddizioni, sono sempre state proprie della cosiddetta sinistra Radicale che rifiuta di essere forza moderna e di governo.

QUINDI FAUSTO TU NON TI LAMENTARE !

Di fronte a cartelli e i che ti vedevano oggetto nella qualità di “buffone” e “guerrafondaio” e dinanzi all’invito a “vergognarsi” rivolto a te dagli studenti.

Caro Fausto, anche se eri visibilmente infastidito non hai trovato di meglio che polemizzare con loro pretendendo perfino “delle scuse”.

Forse eri in preda alla rabbia per la tua prima contestazione, altrimenti non avresti espresso parlando con i giornalisti, pesanti critiche riguardo ai giovani dell’estrema sinistra che a tuo avviso rifiuterebbero la politica e le esperienze di lavoro e di compromesso che si fanno (nientepopodimeno) che per cambiare il mondo.

SENZA DOMANDARTI CHE QUELLI ERANO I TUOPI FIGLI……DA TE SCIENTIFICAMENTE ALLEVATI.

CARO FAUSTO, tu quando nei congressi di rifondazione urlavi di essere orgoglioso di definirti comunista, strappando applausi e consensi, sapevi bene di essere ambiguo.

Infatti siamo in molti ad essere orgogliosi di essere stati Comunisti In Italia, in un partito che aveva si delle contraddizioni, ma che è sempre stato dalla parte dei lavoratori e degli emarginati e, che faceva dell’unità di partito il suo punto di forza per concretizzare i suoi ideali.

Partito che si è sempre dimostrato responsabile e fedele custode della costituzione Repubblicana.

Partito che è stato artefice in Italia delle conquiste sociali degne di un paese civile.

Quindi caro Fausto, giusto per rinfrescarti la memoria, ti lascio alla lettura di uno dei massimi esponenti del vecchio P.C.I. forse l’ultimo dei segretari degni dell’aggettivo di politico.

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Enrico Berlinguer interventi a montecitorio:

[…] Il rispetto delle alleanze non significa che l’Italia debba tenere il capo chino. I rapporti di amicizia e di cooperazione con gli Stati Uniti, che anche noi vogliamo coltivare, e la simpatia che proviamo verso il popolo americano, non possono escludere, ma anzi richiedono, la protesta e la ripulsa contro ogni intrusione nelle questioni sulle quali soltanto a noi italiani spetta decidere. […]
Aula di Montecitorio, 20 febbraio 1976

[…] Noi non mettiamo in discussione l’appartenenza dell’Italia alle alleanze internazionali di cui è parte, ma vorrei riaffermare anche che uno degli obiettivi principali per cui continueremo a batterci è quello di una politica estera che porti il nostro paese ad essere tra i promotori più conseguenti di un’opera che faccia ritrovare all’Europa occidentale e alla stessa Comunità europea un incisivo ruolo mondiale. […]
Aula di Montecitorio, 14 luglio 1977

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Il difficile Fausto è, essere rivoluzionari democratici, il che spesso equivale ad essere riformatori e, accettare il compromesso come regola democratica, che rispetta la pluralità delle idee.

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POSTDEMOCRACY?

Posted by ernestoscontento su marzo 25, 2007

Colin Crouch, Postdemocrazia Laterza, 2003 – Edizione economica 2005

Post – Pubblicato: Art. Comincia l’Italia. net 26/03/2007

Indice

Nota dell’autore

– 1. Perché «postdemocrazia»?

– 2. L’azienda globale: istituzione chiave del mondo postdemocratico

– 3. La classe sociale nella postdemocrazia

– 4. Il partito nella postdemocrazia

– 5. Postdemocrazia e commercializzazione della cittadinanza

– 6. Conclusioni: dove siamo diretti?

– Bibliografia

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Hanno detto:

Un libro sul destino della democrazia nella società attuale: non una situazione assolutamente disperata (ma poco ci manca), per la quale Crouch indica alcuni rimedi su cui meriterà riflettere. Eccezionalmente illuminante e suggestivo. Gianni Vattimo

Una lettura attenta dell’evoluzione del mondo politico, economico e sociale. Un ricostituente per esangui discussioni politiciste. Luigi La Spina, “La Stampa”

Crouch entra con precisione nel cuore dei più scottanti problemi della politica odierna. Michele Prospero, “l’Unità”

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La democrazia rappresentativa è al tramonto. Su questa considerazione si articola il libro di Colin Crouch, direttore del Department of Political and Social Sciences presso l’Istituto Universitario Europeo di Firenze e, anche a capo della rivista “The Political Quarterly”.

In un contesto nel quale la politica si trova in posizione sempre più subalterna rispetto al potere economico, la tesi sviluppata da Colin Crouch è che le nostre società politiche occidentali si siano ormai avviate verso una fase di post-democrazia.

Il sistema democratico è al tramonto e, sarebbe entrato in una fase nuova, in cui contano le lobbies, i leader populisti e i sondaggi di opinione che Crouch definisce da “post-democrazia”.

In un momento nel quale il ruolo della società civile sembra sempre più vivace, diventano i canali che permettono all’opinione pubblica e alla volontà dei cittadini di influire realmente sui processi decisionali si fanno sempre più scarsi e difficili da identificare.

In base a questo modello, scrive l’Autore. anche se le elezioni continuano a svolgersi e condizionare i governi, il dibattito elettorale è uno spettacolo saldamente controllato, condotto da gruppi rivali di professionisti esperti nelle tecniche di persuasione e si esercita su un numero ristretto di questioni selezionate da questi gruppi.

La massa dei cittadini svolge un ruolo passivo, acquiesciente, persino apatico, limitandosi a reagire ai segnali che riceve.

A parte lo spettacolo della lotta elettorale, la politica viene decisa in privato dall’interazione tra i governi eletti e le èlite che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici”

La partecipazione attiva al dibattito politico è la caratteristica fondamentale di una società democratica, in questi primi anni del XXI secolo assistiamo invece a una crescente passività dei cittadini occidentali.

Finite le elezioni, trasformate in uno spettacolo saldamente controllato da gruppi rivali di professionisti esperti nelle tecniche di persuasione, la politica viene poi decisa in privato dallo scambio di favori tra i governi eletti e le lobbies che rappresentanto in forme sempre più marcate gli interessi economici. E, in una società in cui la democrazia rappresentativa sembra al tramonto, la gente vive la politica come un corpo estraneo, lontano, inafferrabile.

Quindi sempre secondo l’interpretazione del politologo Colin Crouch la democrazia è una parabola che, dopo aver raggiunto il suo punto massimo in Europa occidentale nel secondo dopoguerra, si trova attualmente in una fase discendente; questa condizione appunto viene definita come postdemocrazia, termine che esplica una nuova situazione, che non significa né democrazia né non democrazia ma ha caratteristiche di entrambe ed allo stesso tempo specificità proprie.

Una di esse è da ritrovare nel rapporto Stato – Globalizzazione.

Lo Stato nazionale è diventato vassallo delle multinazionali, rinuncia a parte del proprio potere decisionale per assecondare e favorire i grandi interessi economici su cui si appoggia ormai l’economia statale, la sua produttività ed il suo tasso di occupazione.

Al suo fianco l’altra questione definente la postdemocrazia è la mancanza di partecipazione politica delle masse che ormai sono relegate nella loro unica funzione di deposito di elettori.

Condizione questa, imposta sia dallo sviluppo frenetico della società occidentale, in particolare dalla nuova tipologia del lavoro contemporaneo caratterizzato da orari irregolari spesso non conciliabili con attività extralavorative (tra cui quella politica), sia dalla trasformazione dei partiti politici in una sorta di impresa consacrata a “vendere” il proprio prodotto attraverso l’utilizzo della perenne campagna elettorale pubblicitaria; il cittadino, dal canto suo, una volta espletato il proprio compito di elettore perde tutta la sua influenza.

Come scrisse Ralf Dahrendorf, «il libro di Colin Crouch provocherà un vivace dibattito».

Per quanto mi riguarda invece il libro mi sembra lo specchio della realtà contemporanea, alla quale noi individui, cittadini, elettori, cerchiamo di ribellarci anche tramite la rete.

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Marco Biagi: A Cinque anni dal suo assassinio

Posted by ernestoscontento su marzo 20, 2007

Marco Biagi

Post – Pubblicato: Art. Comincia l’Italia. net 20/03/2007

Cinque anni fa, la sera del 19 marzo 2002, un commando delle nuove Br uccise in via Valdonica, nel centro di Bologna, il giuslavorista Marco Biagi, consulente di vari governi in materia di riforme del lavoro, mentre rientrava a casa dopo una giornata trascorsa all’Università di Modena dove insegnava.

I suoi assassini sono stati scoperti e condannati.

Il Capo dello Stato che è, attento alle problematiche del Lavoro, dice “Biagi, lezione da rileggere” ( la Stampa 20/03/07).

Ma oggi cosa rimane per la sinistra della lezione di M. Biagi?

Purtroppo per noi nulla, la sinistra chiama la legge Biagi legge 30, come dire la combattiamo perché non è la sua…..

Il ministri Russo Spena ( leggi art su Repubblica del 19/03/07) vuole una amnistia per gli ex terroristi visto l’ultimo arresto di Cesare Battisti.

Siamo un paese governato da Ipocriti ecco cosa siamo!!!!!, chiedere l’amnistia per chi si è macchiato di terrorismo, fenomeno ancora non estirpato dalla vita civile del paese è, come voler affermare che forse una qualche attenuante c’è per loro.

NO…NO…NO…NESSUNA ATTENUANTE, PER I DELINQUENTI CHE UCCIDONO E’, HANNO UCCISO IN MANIERA BARBARA E VILE, PERSONE INEMRMI CHE SVOLGEVANO IL LORO LAVORO.

Ma soprattutto è, questa sinistra radicale di fede Marxista Leninista che non va bene nel XXI secolo.

La differenza che esiste fra una sinistra ideologizzata, e una sinistra riformista è:
La sinistra ideologizzata combatte la flessibilità facendola passare per precariato a vita ( purtroppo la legge Biagi è stata attuata sotto Berlusconi e tutti i torti non c’è li anno) senza nessuna riflessione in merito.

La sinistra Liberale e riformista invece vuole riportare il lavoro flessibile, nell’alveo del suo concetto originale.
Il lavoro flessibile non è per tutta la vita e per tutti, ma è una opportunità di inserimento nel mondo del lavoro.

Questo è concepibile con i valori di sinistra?

Questa domanda trova una risposta, in un libro dal titolo Reinventiamo la Sinistra a cura di David Miliband del 1996, che riporta gli interventi di alcuni intellettuali riuniti in Inghilterra per volere dei New Labur.

La risposta è si, ma deve rimanere nell’alveo di opportunità, quindi flessibilità momentanea e non permanente.
FORSE ERA QUESTO LO SPRITO CHE HA ANIMATO M. BIAGI, INSERIRE NEL MONDO DEL LAVORO I GIOVANI E GLI ESCLUSI.

E’ FORSE QUESTO IL MESSAGGIO DEL CAPO DELLO STATO ?

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Italiani popolo di evasori.

Posted by ernestoscontento su marzo 18, 2007

Post – Pubblicato: Art. Comincia l’Italia. net 19/03/2007

Italiani popolo di evasori.

In Italia solo il 2% dichiara oltre 100.000,00 Euro di reddito, 82% dichiara tra 16.00,00 e 35.000,00 euro, il 16% fra 35.000,00 e 100.000,00 euro.

Mi viene subito da pensare che quelli che dichiarano oltre i 100.000,00 euro sono tutti politici, Manager pubblici, dirigenti ministeriali e consulenti degli enti. Insomma quella piccola minoranza di privilegiati e balzellati dal fisco.

Mentre Raffaele Bonanni vuole un patto antievasione, speriamo a tutto campo anche per chi fa il secondo lavoro ( in nero), infatti in Italia c’è una evasione fiscale di cui non si parla mai….quella del secondo lavoro da parte dei lavoratori dipendenti.

Per Intendersi il famoso Idraulico di Eugenio Scalari quello del suo articolo “ Speriamo che vincano gli ultimi moicani” parodia poi ripetuta alla trasmissione otto e mezzo dell’Annunziata, in quel caso gli evasori erano due, l’idraulico (che esercitava probabilmente come secondo lavoro) e, il cittadino che evadeva pèrchè non si faceva rilasciare la regolare fattura ( come faceva se era un lavoratore in nero?).

Ma veniamo al BUMMM economico, dovuto a quella miriade di imprenditori silenti che, lavorano anche 15 ore al giorno per sbarcare il lunario, perché oggi in Italia per fare l’imprenditore devi essere un uomo di buona volontà e, dotato di santa pazienza.

Infatti, gli imprenditori e i lavoratori dipendenti , lavorano e si igegnano, ma sono i nostri politici che si prendono il merito dell’aumento del PIL e delle relative entrate.

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Sintesi dei commenti da parte del governo:

Prodi: diminuiremo la pressione fiscale

“Il nostro programma e’ stato sfottuto ma lo seguiremo”

Il Presidente del Consiglio Romano Prodi ha repilicato alla Camera:

“La pressione fiscale deve diminuire, diminuirà.

Stiamo articolando nuove misure sulla casa e sulla politica sociale.

Lo faremo sempre nel rispetto dell’obiettivo del risanamento dell’economia”. “Abbiamo cominciato a costruire l’avanzo primario per ridurre il debito pubblico, superiore al pil annuo. L’obiettivo e’ consegnare a fine legislatura un Paese risanato e ad alto livello di sviluppo. La crescita resta infatti l’obiettivo principale del Governo. La ripresa e’ favorita dalle ristrutturazioni attuate”.

PADOA-SCHIOPPA:

TAGLIO DELLE TASSE SE CI SARA’ TAGLIO DELLE SPESE

Il ministro dell’Economia è intervenuto stamane al forum Confcommercio a Cernobbio”Abbiamo vissuto anni eccezionali, possiamo dire che la crescita continuerà.

“non abbiamo mai immaginato condizioni così positive come adesso”

“E’ fortemente auspicabile una riduzione delle imposte per le imprese”

“Se si tagliano baldanzosamente le tasse bisogna tagliare anche le spese”

SOTTO IL 100% IL DEBITO ENTRO LA LEGISLATURA
L’esecutivo conta di raggiungere un debito “sotto il 100 per cento entro questa legislatura”.

STIMOLARE L’OFFERTA PER LA CRESCITA

“Abbiamo superato l’emergenza, ora si tratta di creare la crescita e per farlo non bisogna rafforzare la domanda, ma stimolare l’offerta, tenendo conto che le risorse sono limitate”.
Il ministro dell’ Economia Tommaso Padoa Schioppa. Padoa Schioppa ha ricordato che “il flusso delle entrate di cassa è stato superiore alle attese grazie ad un controllo severo della spesa presente già nella Finanziaria che abbiamo ereditato, ma rafforzato nella nostra”.
Il ministro ha osservato comunque che “l’emergenza è superata ma i conti non sono ancora a posto, perché lo saranno quando il debito pubblico sarà al 60% del Pil”. Un obiettivo questo “non raggiungibile in questa legislatura” che invece si pone come punto di arrivo “un rapporto debito-Pil al 100%”. Gli altri due elementi che potranno far dire che i conti saranno a posto sono “l’equilibrio di bilancio e un avanzo pari a 4-5 punti del Pil”.

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Altri dati da fonti ufficiali:

Dati Ocse: in Italia la pressione fiscale cala al 41% percento. Scende al nono posto( entrate fiscali 2005)

Slitta dall´ ottavo al nono posto l´Italia nella classifica dei paesi Ocse (l´organizzazione che riunisce i paesi industrializzati) per pesantezza del prelievo fiscale. L’Italia raggiunge infatti il 40,50%, dietro Francia, Islanda e Austria e davanti alla Repubblica Ceca. Dai dati raccolti nel volume sulle statistiche delle entrate fiscali 2005 (tributarie e contributive) di 24 paesi, emerge che l´Italia è uno dei paesi in cui il prelievo è più alto, ma in calo dello 0,1% se confrontato col 2004, flessione questa in controtendenza rispetto all’andamento di altri paesi.

Guida la classifica dei paesi Ocse più tassati, la Svezia, dove lo Stato preleva il 51,1%% della ricchezza prodotta, mentre fanalino di coda è il Messico con un peso delle tasse pari appena al 19% (e servizi corrispondenti, cioè assai ridotti).

La quota più consistente delle tasse italiane appartiene ai contributi sociali (il 16,6% del totale)

quelli che dovrebbero essere decurtati dall’intervento del governo Prodi sul cuneo fiscale – mentre negli anni è aumentato il gettito riscosso direttamente dagli enti locali: trent’anni fa solo lo 0,9% finiva nelle casse delle amministrazioni periferiche.

Nell´ ultimo trentennio, è aumentato del 61,4% anche il prelievo delle tasse, passando dal 25,4% del Pil del 1975 al 41,0% dello scorso anno, con un picco massimo toccato nel 1999, l’ anno dell’ entrata nell’ euro, in cui la pressione fiscale ha raggiunto quota 42,5%, per poi scendere progressivamente fino al 41,4%, arrivando, fra incrementi e flessioni, al valore dello scorso anno.

Seppur in sensibile calo, il prelievo fiscale italiano rimane sopra la media europea, pari al 39,7% e ancor più distante dalla pressione fiscale complessiva dei paesi Ocse, che si ferma a quota 35,9%. Nona per pressione fiscale nel 2005, l´Italia si piazza invece al decimo posto nel 2004 per il peso delle tasse in senso stretto, che valgono il 28,5% del Pil, alle quali vanno aggiunti i versamenti contributivi che hanno un valore sociale del 12,5%.

La ripartizione delle tasse è spostata in particolare sui redditi: su di essi lo Stato percepisce il 30,4% dei tributi, seguiti dal 30,3% di contributi versati per la sicurezza sociale e per le pensioni, il 26,4% del prelievo proviene invece dalla vendita di beni e dalla fornitura di servizi (in questo comparto si colloca l’ Iva), mentre il rimanente 6,1% si applica sui patrimoni, ad esempio l’Ici. E proprio in merito agli introiti dovuti alle Amministrazioni locali, la percentuale è passata dallo 0,9% del 1975 al 16,6% del 2005.

Sono nel contempo diminuite, in valore percentuale, le risorse destinate alla previdenza sociale: dal 45,9% del 1975, sono scese al 30,3% nel 2004, mentre non ha mollato la presa l’ Erario statale, che in trent´anni è passato da un incasso del 53,2% ad uno del 52,8%.

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PRESSIONE FISCALE DELLE AMMINISTRAZIONI PUBBLICHE ITALIANE dal 1990 al 2005 (in % sul PIL)

LA PRESSIONE FISCALE PUO’ DIMINUIRE DI 4,5 PUNTI DI PIL, PASSANDO DAL 41,8% AL 37,1% DELLA SPAGNA

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La Riflessione:

LA PRESSIONE FISCALE ITALIANA E’ DEL 41,8% DEL PIL, IN IRLANDA IL 32,0%, IN SPAGNA IL 37,1% E NEL REGNO UNITO E’ IL 37,3%

Il problema delle risorse

Fra i molti problemi che la vecchia Europa si trova oggi da affrontare emerge sempre più inquietante il fenomeno dell’aumento sistematico delle spese per la Protezione Sociale (sanità,pensioni, assistenza a lungo termine, scuola, servizi).

In modo coerente con l’ampliamento dei suoi compiti lo stato, secondo la concezione ereditata da Rousseau e influenzata in misura non indifferente dal socialismo, si è affermato come protettore dell’individuo “dalla culla alla tomba” e si è attribuito una percentuale crescente di risorse prelevate attraverso il fisco.

Gli stati e con essi i governi, di destra e di sinistra, anche nei paesi ultimi entrati e a reddito minore, si sono fortemente impegnati in un sistema di garanzie sociali che tendono a coprire le difficoltà maggiori della vita personale e sociale.

Ormai, la pubblica amministrazione è pressoché totalmente assorbita in tale impegno , che dai cittadini è sentito come assolutamente normale e dovuto.

Certamente i cittadini europei possono andare orgogliosi del benessere raggiunto e della sua distribuzione capillare: vivere in Europa vuol dire essere assicurati contro l’ignoranza,la malattia, la vecchiaia e la disoccupazione. Se si guarda al resto del mondo non è poco.

Ma quanto può durare?

Per quanto elevata possa essere la pressione fiscale, oggi essa non è più sufficiente e lo sarà ancor meno negli anni a venire. La preoccupazione dei governi degli stati membri dell’Unione Europea circa la tenuta finanziaria del sistema, è fortissima. Qualcosa deve cambiare per non rinunciare alla concezione di welfare che distingue il nostro continente e la sua civiltà.

Le dimensioni del problema In Italia oltre l’ 80% della spesa per la pubblica amministrazione va in Protezione Sociale(30% in rapporto al PIL ), di esso il 43 % è assorbito dal sistema pensionistico (media europea 33 %, in Irlanda 13% ).

Il Servizio Sanitario del nostro paese è un buon sistema, uno dei migliori al mondo (valutazione OMS 2005 ) a fronte di una percentuale di spesa (8,4% del PIL) inferiore alla media europea, ma tuttavia in continuo inarrestabile trend di crescita ( +3,5% annuo negli ultimi 5 anni).

Il problema è però la sua sostenibilità per la nostra economia: spendiamo molto di più di quanto possiamo permetterci e, se nei prossimi 5 anni si riconfermerà lo stesso trend, raggiungeremo i 10 miliardi di euro, cifra che porterà il nostro sistema vicino all’implosione.

Dal 1978 al 2002 in sanità vigeva un sistema in libera uscita: l’economia nazionale poteva contare su un incremento del debito pubblico per mantenere inalterato il sistema di welfare
anche in condizioni di stagnazione del reddito nazionale. L’avvento dell’Unione Europea ha invece obbligato gli stati a intervenire nel controllo della spesa sociale per garantire l’equilibrio di sistema secondo i parametri imposti dal patto di stabilità.

Il problema è che la situazione demografica, con l’aumento progressivo dell’indice di vecchiaia e la diminuzione della natalità, riduce progressivamente il numero di persone in attività lavorativa e in grado di produrre reddito, a sostegno dell’economia e della fiscalità. Si prevede infatti che nel 2050 in Europa per ogni 2 persone che lavorano ce ne sarà 1 da mantenere, ma già oggi nel nostro paese le persone inattive ( cioè quelle che non lavorano e che lo stato in qualche modo mantiene ) sono oltre il 50% della popolazione ( percentuale di molto superiore ad altri paesi europei a agli Usa ).

A fronte di questa diminuzione di risorse disponibili, l’invecchiamento demografico aumenta la domanda di servizi a carico del welfare per una maggiore proporzione di persone da assistere e di disabili. Infatti, cambia anche l’epidemiologia delle malattie: con una ridotta mortalità per le principali patologie killer si devono assistere più malati cronici.

Questi dati spiegano perché oggi il sistema sanitario nazionale deve necessariamente “fare i conti” con le risorse disponibili, e questo problema interessa non solo gli amministratori ma soprattutto i professionisti, responsabilizzati sulle conseguenze economiche delle loro decisioni.

Le cause:

Oltre alla congiuntura economica, quindi, un basso indice di fertilità, una riduzione della popolazione attiva e l’invecchiamento demografico rendono esplosiva la previsione di spesa per l’assistenza sociale e sanitaria. Una persona oltre i 60 anni ha un consumo di prestazioni
sanitarie 4-5 volte superiore a quello di una persona di età inferiore.

Contestualmente ai problemi elencati emerge con sempre maggior evidenza un dato preoccupante : la perdita del senso del lavoro. Il senso del lavoro da anni è in una crisi profonda : il lavoro non è più il mezzo attraverso cui la persona si realizza , trasforma la realtà
secondo un ideale, collabora alla costruzione del bene comune, ma per i più è diventato un ottuso fardello da portare in cambio di un salario che da solo non basta a dare il gusto di quel che si fa o a suscitare il desiderio di lavorare più a lungo. Si appropria di noi insidiosamente la mentalità del “meglio protetti che liberi”.

Conclusioni

Non c’è vento a favore di chi non conosca il proprio porto è,ovvio che il sistema deve cambiare.

L’Italia ha una pressione fiscale complessiva (imposte dirette, indirette e contributi sociali, in percentuale del Pil) simile alla media dei paesi della UE, più alta di paesi come l’Irlanda, il Regno Unito e la Spagna, ma più bassa di paesi come la Svezia e altri paesi Nordici o il Belgio. Il dato per l’Italia è molto simile a quello della Germania.

Ritenete che la pressione fiscale debba essere strutturalmente ridotta, aumentata o restare sostanzialmente invariata?

Nel caso riteniate che debba essere ridotta, come si dovrebbe finanziare il taglio delle imposte?

Senza politiche pubbliche capaci di incidere sui fattori decisivi della crescita, e senza regole capaci di abbattere rendite e monopoli, la riduzione delle tasse non è capace di generare una crescita solida e duratura.

Inoltre, i tagli fiscali sono positivi solo se vengono colti dai cittadini come permanenti, cioè se sono sostenibili nel tempo, e se davvero aumentano la capacità di acquisto dei cittadini, non generando una riduzione dei servizi a loro disposizione, ovvero un aumento delle tasse e del costo dei servizi degli enti locali.

Per ottenere le risorse disponibili bisogna far pagare il giusto a tutti e non ai soliti noti, lavoratori dipendenti compresi.

Quindi bisogna:

  • -Ridurre le imposte di prelievo, che non debbono superare nel suo complesso il 33% del reddito imponibile,
  • -Liberalizzare il lavoro in tutte le sue forme,
  • -Razionalizzare la spesa pubblica della PA, eliminando le rendite parassitarie e gli sprechi.
  • -Far pagare alle COOP la stessa aliquota che pagano le imprese private (oggi pagano il 50% in meno).
  • -Portare a livelli europei i costi e i contributi alla politica.

SOLO SE LA CLASSE DIRIGENTE SAPRA’ DARE IL BUON ESEMPIO C’E’ LA POSSIAMO FARE.

ALTRIMENTI IL PAESE E’ SEMPLICEMNETE SPECCHIO DI CHI LO GOVERNA.

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Approfondimenti:

Meno Stao.it

Come spendono gli Italiani, indagine di Confcommercio

La Stampa: Aggiornata al 19/03/07

Approfondimenti da Repubblica.it

Bce: “Crescita più forte del previsto”

007-03-16 10:55 -CONTI PUBBLICI: DRAGHI, CRESCITA PER USCIRE DA DEBITO

2007-03-16 17:17 – PADOA-SCHIOPPA: TASSE GIU’, MA SOLO DA GIUGNO

Padoa Schioppa: «L’Italia è fuori dall’emergenza»

Trimestrale, migliorano le previsioni 2007 “Sì al taglio delle tasse, ma non subito”

Il governo avrà 8-10 miliardi in più di entrate, ma 7,5 andranno per debito

Padoa-Schioppa: l’Italia è uscita dall’emergenza dei conti pubblici

Il Presidente del senato F. Marini “Il surplus tocca alle famiglie”

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CHANGE

Posted by ernestoscontento su marzo 16, 2007

 CHANGE (Cambiare) Il Paese,l’impresa, le persone

Autori:  GIORGIO BRUNETTI-ENZO RULLANI

Anno di pubblicazione: 11/09/06
N° pagine: 214 –
 Collana: CULTURA D’IMPRESA

Editore: Egea

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Il modello di business e di crescita che ha permesso all’Italia di affermarsi nel recentissimo passato è stato certamente favorito dalla possibilità di usare, a costi e a condizioni favorevoli e irripetibili, conoscenza importata sotto forma di macchine, licenze, imitazioni di quanto altri facevano e producevano altrove. Questo modello è inesorabilmente tramontato: ma non significa affatto che il paese sia condannato al declino. Anzi. Le veloci trasformazioni in atto, il mondo sempre più globalizzato, le difficoltà di mercato, i nuovi temibili competitori possono essere stimoli straordinari e opportunità da cogliere con lucida determinazione. Serve allora produrre, sviluppare e investire in conoscenza, a ogni livello, per ogni realtà produttiva e distributiva, creando e mantenendo quel “differenziale cognitivo” che è la carta vincente rispetto ai paesi emergenti. E’ una sfida che coinvolge tutta la struttura produttiva del paese: ma prima ancora la scuola, le università, le istituzioni, la politica.

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Il duo Bersani e Visco non è come avere il duo Keynes e Galbraith

Posted by ernestoscontento su marzo 13, 2007

 Post – Pubblicato: Art. Comincia l’Italia. net 13/03/2007

Diciamocelo francamente il duo Bersani e Visco non è come avere il duo Keynes e Galbraith.

Evidentemente, la logica liberista e l’ideologia del mercato hanno inciso in profondità i valori di una parte della sinistra sempre meno riformista, e sempre più spesso confusa.

Infatti sembrano le brutte copie di Milton Fredman.

Sono sempre di più, da questo punto di vista, le voci critiche che si levano.

Pazienza,ognuno fa con quello che passa il convento, ma almeno tacessero per una sorta di buon pudore.

Visco, continua a trattare gli Italiani, come dei Reo evasori potenziali da barsellare sempre.

Bersani, non solo non fa le liberalizzazioni necessarie è, contestualmente dovrebbe rimuovere i privilegi che, la legge consente alle cooperative amiche, che competono sul mercato forti di una minore imposizione fiscale di circa il 50% rispetto ad una impresa privata.Con la conseguenza che contribuiscono in parte minore, al mantenimento dello stato sociale.

Inoltre creano una disriminante fra lavoratori….i dipendenti delle Cooperative, non sono soggetti alle tutele dell’art.18 dello statuto dei lavoratori.

In fatti gli unici sgravi fiscali,dovrebbero essere lasciati solo a quelle cooperative che si occupano di servizi sociali ( servizi che dovrebbe erogare lo stato) al fine di poter usufruire di costo basso dello stesso come cittadini/ o comunità.

Oggi Il ministro delle MINI LIBERALIZZAZIONI sapendo che Telecom viene venduta agli stranieri grida “ industriali incapaci, le Tlc a rischio stranieri” (fonte L’unità 13/03/07).

Dimenticandosi chi in passato si è rivolto ai Capitani Coraggiosi…..ma soprattutto si dimentica che in una economia di mercato, non sono i politici che dettano l’agire di un imprenditore, ma le norme, compreso quelle degli organi di vigilanza, fondamentale in una economia di mercato seria è
l’atitrust.
Con il termine antitrust si definisce in primo luogo il complesso delle norme giuridiche che sono poste a tutela della concorrenza sui mercati economici.

MA DETTO,QUESTO NON AVREI DETTO NIENTE DI NUOVO,NELLA MIA PICCOLA CRITICA AI DUE LIBERALRIFORMISTI.

In fatti loro insegnano nella loro scuola politica il NES ( mi piacerebbe sapere cosa?), quando invece dovrebbero loro per primi andare a scuola di economia!!!!!

Galbraith, nel suo saggio la buna società, scrive “ la politica monetaria, non è lo strumento più efficace per combattere l’inflazione, ma è il più veloce da mettere in pratica essendo indipendente dalla politica. Lo strumento più efficace per combattere l’inflazione è,puntare sulla piena occupazione”.

Oggi basta pensare all’aumento dello 0,50% del tasso d’interesse effettuato dalla BCE, che,vanifica di fatto, gli effetti di ridistribuzione sulle famiglie più bisognose, obbiettivo della finanziaria appena varata.

Purtroppo non è colpa loro, Keynes non era ben visto dai comunisti, loro pensavano che con i soldi pubblici si alimentasse l’industria borghese.

Ma non era nemmeno ben visto dai liberalisti puri, che pensano che il mercato si autoregoli da solo.

Lo stato per i liberalisti, deve essere al minimo indispensabile è, soprattutto si deve fare gli affari suoi.

Infatti Keynes era un liberale in politica e, un riformista in economia, il che spesso si traduce politicamente in quel termine conosciuto come liberalsocialista.

Riporto una sintesi della teoria generale di Keynes e, una breve storia della privatizzazione di Telecom.

Lasciandovi liberi di esprimere una vostra valutazione in merito.

Ma prima fatevi queste due domande:

1- Lo stato può intervenire con risorse pubbliche affinché si possa attuare l’obbiettivo della piena e buona occupazione?

2- Cosa c’è di male,in uno stato,che mantiene alcuni settori chiave dell’economia, facendo utili che,rimetterà nell’economia per il benessere di tutta la comunità?

Teoria generale di John Maynard Keynes

La sua opera principale è la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta 1936, un volume che ha un notevole impatto sulla scienza economica, e costituisce il primo nucleo della moderna macroeconomia.
In esso Keynes pone le basi per la teoria basata sul concetto di domanda aggregata, spiegando le variazioni del livello complessivo delle attività economiche così come osservate durante la Grande depressione. Il reddito nazionale sarebbe dato dalla somma di consumi e investimenti; in uno stato di sotto-occupazione e capacità produttiva inutilizzata, sarebbe dunque possibile incrementare l’occupazione e il reddito soltanto passando tramite un aumento della spesa per consumi o con investimenti. L’ammontare complessivo di risparmio sarebbe inoltre determinato dal reddito nazionale, e sarebbe dunque possibile ottenere un incremento del risparmio anche riducendo il tasso di interesse, allo scopo di incentivare l’investimento in beni capitali.
Nel Teoria generale, Keynes afferma che sono giustificabili le politiche destinate a stimolare la domanda in periodi di disoccupazione, ad esempio tramite un incremento della spesa pubblica. Poiché Keynes non ha piena fiducia nella capacità del mercato lasciato a sé stesso di esprimere una domanda di piena occupazione, ritiene necessario che in talune circostanze sia lo Stato a stimolare la domanda. Queste argomentazioni trovano conferma nei risultati della politica del New Deal, varata negli stessi anni dal presidente Roosevelt negli Stati Uniti. La teoria macroeconomica con alcuni perfezionamenti negli anni successivi giunge ad una serie di risultati di rilievo nelle politiche economiche attuali.

Breve storia della privatizzazione di Telecom

Dopo aver indagato sulle scalate congiunte dell’estate 2005 ad Antonveneta, Banca Nazionale del Lavoro ed RCS Mediagroup, l’attenzione degli investigatori pare concentrarsi sulla privatizzazione di Telecom, realizzata dai governi Prodi e D’Alema tra il 1997 ed il 1999 (insieme a Ciampi, allora Ministro del Tesoro, e Draghi, allora dirigente del ministero ed oggi successore di Fazio alla guida di Bankitalia).

Il bilancio disastroso della privatizzazione dovrebbe far riflettere la le forze di governo sulla necessità di riportare sotto il controllo pubblico, pur se all’interno delle logiche di mercato, alcuni settori strategici (e redditizi) dell’economia.

Sono sempre di più, da questo punto di vista, le voci critiche che si levano.

La prima fase della privatizzazione di Telecom, uno dei pochi “gioielli” di stato, termina il 24 ottobre 1997, con il Tesoro che incassa 11,2 miliardi di euro (azioni vendute a 5,63 euro l’una) ma con un fallimento sul piano politico: gli azionisti di punta sono in grado di controllare il 6,6% del capitale ed il maggiore di questi, Umberto Agnelli (0,6%), nomina un amministratore delegato (Rossignolo) che si sarebbe rivelato un disastro.

Cacciato Rossignolo con le azioni Telecom al minimo storico di 4,33 euro, viene chiamato Bernabè.

Quasi in contemporanea emerge la figura di Colaninno che, insieme al finanziere bresciano Gnutti, si impadronisce della Olivetti attraverso la finanziaria lussemburghese Bell, controllata dalla ormai famosa Hopa, con Unipol che entra nel giro acquistando il 6% della Bell in data 7 gennaio 1999. Il 20 febbraio parte l’Opa lanciata dagli ormai noti “capitani coraggiosi”, Gnutti e Colaninno, con l’evidente sostegno del governo D’Alema.

Il 10 aprile 1999 Bernabè convoca un’assemblea straordinaria dei soci Telecom per combattere l’Opa ostile, ma non viene raggiunta la quota sufficiente di capitale rappresentato per poter deliberare (28% del capitale presente sul minimo richiesto del 30%): determinanti risultano le assenze del Tesoro (3,46% del capitale) e del Fondo pensioni di Bankitalia.

Con Draghi che chiede ed ottiene una lettera scritta del Presidente del Consiglio per disertare la riunione.
Nel maggio 1999, grazie anche agli ex azionisti di punta, “Olivetti diventa padrona di Telecom – osserva giustamente Carlo Cortesi – facendo oltre 30 miliardi di euro di debiti, un fardello che ancora oggi pesa sui telefoni italiani –allora sanissimi – e ne costituisce il problema principale”.

Conclusione: il risultato della privatizzazione Telecom si rivela un disastro sul piano strategico ed una tavola imbandita per ogni sorta di speculatori.

E’ in questo contesto che si consolida l’alleanza bipolare che avrebbe costituito l’asse portante delle scalate ad Antonveneta e Bnl dell’estate 2005.

Il 28 luglio 2001 Pirelli e Benetton acquistano, attraverso la controllata Olimpia, il 23% di azioni Olivetti-Telecom da Bell per un totale di 7 miliardi di euro (4,17 euro ad azione), salvando l’azienda da un probabile disastro ma prestando il fianco ad un vorticoso giro di speculazioni intorno alle azioni Olivetti.

Secondo una inchiesta de “Il Sole 24 Ore”, “Gnutti guadagna 21,7 milioni di euro di plusvalenze e le tre società a lui riconducibili 4 milioni di euro; Colaninno, da parte sua, almeno 89 milioni di euro”, cifre che corrispondono a mancate plusvalenze per la Bell. Unipol, da parte sua, si “limita” a cedere alla società lussemburghese 36,5 milioni di azioni Olivetti (31 luglio 2001) al prezzo unitario di 3,01 euro (contro la quotazione ufficiale in borsa di 1,89 euro) e ad Hopa altri 12 milioni di azioni a condizioni simili.

Una degna conclusione per la madre di tutte le privatizzazioni, assai più simile ai modelli in auge nell’Argentina di Menem o nella Russia “compradora” di Eltsin che in un moderno paese a capitalismo avanzato. “Le privatizzazioni, che avrebbero dovuto stimolare la concorrenza e lo spirito d’impresa, piuttosto che rendere più pluralistico il sistema economico lo hanno impoverito, trasferendo le rendite monopolistiche dal pubblico al privato”.

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Mussi lascia i DS ! Bisogna rispondere ARRIVEDERCI.

Posted by ernestoscontento su marzo 10, 2007

Post – Pubblicato: Art. Comincia l’Italia. net 11/03/2007

Sui quotidiani locali e, sull’espresso in edicola, si legge che il Ministro F. Mussi lascia i DS.

Cosa bisogna rispondere?

ARRIVEDERCI!

Perché?

Semplice in qualunque luogo, dove si fanno cambiamenti ,che sia un partito o una azienda, c’è sempre qualche conservatore che a paura del nuovo e,qualche opportunista che, cerca di tirare acqua al proprio mulino.

Fabio Mussi cosa è?

Entrambi giusto per non farsi mancare niente……come potrebbe il filosofo piombinese venire meno al suo status quo.

Mussi cerca di cavalcare l’onda, di raccogliere a se i nostalgici, l’elettorato romantico e moderato che era del PCI, per intenderci non i rivoluzionari e nemmeno i liberal di oggi, ma quelli che non erano eccessivamente politicizzati, al quale gli bastava poco, gli bastava sapere di essere con il partito dei lavoratori.

Quindi il gran maestro getta anatemi sul PD, strizza l’occhio,ma non troppo,a Bertinotti ( giusto per far vedere che anche lui è un ex Marxista Leninista).

Ma allora chi è il Ministro Mussi????

Di sicuro non è rivoluzionario e,non è liberale, ma è RUSSO……si Russo avete capito bene, perché vedete i Russi avevano attuato uno strano meccanismo ipnotico che, consisteva di far credere alle masse dei lavoratori che il sistema era in piedi per liberali dalla schiavitù del capitalismo borghese, ma li facevano lavorare come schiavi per il capitalismo di stato comunista.

In fondo comunismo vuol dire comunione dei beni di produzione, mica distribuzione dei privilegi, quelli rimangono sempre e comunque in mano a pochi, i migliori “secondo i l’oro parametri”.

ROBA CHE MARX, SI DEVE ESSERE MANDATO DEGLI ACCIDENTI DA SOLO,ANCHE NELLA TOMBA.

IN EFFETTI IL BUON MARX VISTO L’ANDAZZO CON CUI VENIVANO INTERPRETATE LE SUE IDEE, PRIMA DI MORIRE ANDAVA DICENDO “ IO NON SONO MARXISTA”.

Perché vedete sia Marx che Engels anno dato questa definizioni di Comunismo:

“ per comunismo si intende in primo luogo una realtà sociale che, indipendentemente dall’epoca, presuppone la comunanza dei beni cui si accompagna l’assenza di proprietà e di Stato”

Per Marx ed Engels il comunismo non era un principio filosofico, una dottrina politica e tanto meno una utopia ,ma un divenire della realtà nell’epoca del capitalismo sviluppato:
«”Il comunismo non è una dottrina ma un movimento; non muove da principi ma da fatti. I comunisti non hanno come presupposto questa o quella filosofia, ma tutta la storia finora trascorsa»

«”Il comunismo non è una dottrina ma un movimento; non muove da principi ma da fatti. I comunisti non hanno come presupposto questa o quella filosofia, ma tutta la storia finora trascorsa»

« “Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente (Karl Marx e Friedrich Engels).»

Dopo Marx ed Engels e, almeno fino ai primi tre congressi dell’Internazionale Comunista (1919, 1920, 1921) , le questioni riguardanti il divenire della società comunista furono affrontate dal movimento socialista e comunista secondo criteri “scientifici” (o almeno queste erano le intenzioni; tali criteri furono descritti ad esempio da Engels in Il socialismo dall’utopia alla scienza, un capitolo del suo Antidühring elaborato per la pubblicazione in opuscolo). Da quegli anni in poi, le già gravi divergenze all’interno del movimento si approfondirono e non sarà più possibile parlarne in modo unitario.

«Le leggi della loro attività sociale, che sino allora stavano di fronte agli uomini come leggi di natura estranee e che li dominavano, vengono ora applicate dagli uomini con piena cognizione di causa e quindi dominate”F. Engels, “Antiduhring”»

Infatti ancora oggi, si cerca, di unire due concezioni diverse di interpretare l’azione politica.

L’esempio è recente sulla manifestazione di Vicenza F. Bertinotti afferma” se non avessi incarichi di governo andrei” F. Mussi invece dice “ io non andrei nemmeno se non fossi ministro”.

Bertinotti con il PRC in Europa è nel Comunismo Europeo, Mussi vuole restare nel PSE.

Forse Mussi, alla fine andrà con Boselli che, tenta di unificare i socialisti, ma la domanda rimane perché? Non trovo altra risposta in un mondo che cambia se non quella di voler difendere il proprio status quo in fondo a sinistra è dato per scontato che le elite abbiano dei privilegi è il loro compenso affiche si occupino dei proletari, e come dice il proverbio “ FINCHE DURA FA VENTURA”.

Io invece che voglio cambiare le cose esistenti, in maniera realista e democratica, a differenza del Ministro Mussi “STO CON IL PARTITO DEMOCRATICO” mi identifico con la mozione scritta da Michele Salvati (liberal dei Ds) a favore della mozione di Fassino.

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Mozioni da approvare al congresso dei DS.

Mozione Fassino

Mozione Angius

Mozione Mussi

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Documento di Michele Salvati della componenete dei Liberal DS a Favore della Mozione di Fassino

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Articoli Dal Web:

Il partito democratico garanzia di governabilità – di Mauro Nicolosi

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A PAROLE SIAMO TUTTI LIBERALI, MA NELLA PRATICA?

Posted by ernestoscontento su marzo 4, 2007

Post – Pubblicato: Art. Comincia l’Italia. net 05/03/2007

Strana coincidenza, il 4 Marzo 2007 sulle pagine di questo giornale sono usciti due articoli, il mio dal titolo (L’ostracismo è Democratico?) e quello di Salvatore Vigna ( ospite. Fisichella, Margherita: “Più sviluppo più democrazia”).

Se pur partendo da argomenti diversi entrambi si sono soffermati, su una valutazione “ La libertà degli antichi e quella dei moderni”.

Segno evidente che,in una società in mutamento e, in questo particolare momento per la democrazia Italiana, il tema delle libertà individuali, dei dritti reali è non enunciati, sono temi che toccano i cittadini, ma che sembrano indifferenti per una classe politica che è sicuramente referenziale, ma che appare anche ai nostri occhi come oligarchica e dispotica, tanto che i richiami all’etica sono ormai all’ordine del giorno e su tutti i giornali. Una classe politica che erige Nicolò Machiavelli è il suo “ Il Principe”a guida per l’agire politico.

Ma, dimenticandosi che,i consigli del segretario fiorentino, erano rivolti ad un principe che non governava dei cittadini, ma dei sudditi. F. De Sanctis è Piero Gobetti, avevano messo in guardia dalla lettura del Principe, in quanto soggetta ad una duplice interpretazione, la prima ( la buonista,ma la meno condivisa dagli storici) è che Machiavelli scrisse il Principe per mettere in guardia il popolo dall’agire politico (il Principe).

La seconda che i consigli erano invece mirati a consigliare i potenti dell’epoca, nella speranza di Machiavelli di poter ritornare nelle grazie del principe, che lo avevano esiliato.

Forse in un momento così particolare è, auspicabile, una rilettura dei classici che, sono stati ieri fonte di nuove idee e,di evoluzione sociale rivolte verso l’essere umano in quanto individuo ( indivisibile) sicuramente egoista, ma non nella misura in cui lo descrive Machiavelli.
Fra questi classici un posto d’onore spetta sicuramente a Benjamin Constant è“ La libertà degli antichi, paragonata a quella dei moderni”

Benjamin Costant

“Il pericolo della libertà antica era che gli uomini, attenti unicamente ad assicurarsi la partecipazione al potere sociale, vendessero a troppo poco prezzo i diritti e le soddisfazioni individuali. Il pericolo della libertà moderna è che, assorti nel godimento della nostra indipendenza privata e nel perseguire i nostri interessi privati, rinunciamo troppo facilmente al nostro diritto di partecipare al potere politico”
(La libertà degli antichi comparata a quella dei moderni)

Distinzione, ormai classica, introdotta da uno studioso di grandissimo valore come Benjamin Constant nel suo scritto sulla libertà degli antichi (quale partecipazione alla collettività, o libertà positiva) e sulla libertà dei moderni (che è piuttosto la piena autonomia di un singolo, il quale si sottrae ad ogni dominio, o libertà negativa).

Il pensiero di Benjamin Constant:

1 – Lo scopo di tutte le società umane è la libertà personale Constant distingue due tipi di libertà:

la libertà dei moderni, basata sul sistema rappresentativo e che consiste in un complesso di diritti che l’individuo ha nei confronti del potere sociale:
– diritti negativi (non essere arrestato, maltrattato, ucciso per volontà arbitraria);

– diritti positivi (essere sottoposto solo alle leggi, esprimere la propria opinione, scegliere il proprio lavoro, disporre della sua proprietà, muoversi senza chiedere permessi, unirsi con altri individui per interesse, fede, ecc.).

La libertà dei moderni si basa sul godimento pacifico dell’indipendenza privata che e’ il primo bisogno dei moderni , mentre l’esercizio dei diritti politici costituisce solo una parte dei vantaggi; infatti i mezzi del benessere privato variano e si moltiplicano in funzione di :
– progressi della civiltà;
– tendenza al commercio;
– comunicazione dei popoli fra loro.

L’uomo, scrive Constant, “deve essere padrone di se stesso prima di estendere il suo potere di fuori di sè”
L’Autore distingue la libertà individuale, che e’ la libertà dei moderni, dalla libertà politica, collettiva; la seconda è indispensabile alla prima perchè ne è la garanzia, e si esplica col sistema rappresentativo, che Constant definisce “una procura data a un certo numero di uomini dalla massa del popolo, che vuole che i suoi interessi siano difesi e che tuttavia non ha il tempo di difenderli” , pur controllando che i governanti non siano negligenti, corrotti, incapaci : “il pericolo della libertà moderna è infatti che si rinunci al diritto di partecipazione al potere politico, per perseguire solo interessi privati “.
La libertà degli antichi consisteva invece nell’esercizio collettivo, diretto , di funzioni sovrane (deliberare guerra e pace, pronunciare giudizi, esaminare atti, ecc.); non c’è nulla che non sia regolato dalle leggi, l’autorità si intromette in tutti i rapporti privati: “presso i moderni, al contrario, l’individuo, indipendente nella vita privata, è, anche nel più libero degli Stati, sovrano solo in apparenza. La sua sovranità è limitata, quasi sospesa” .

Per esercitare funzioni di democrazia diretta, occorrono:

1) limitata estensione dello Stato (l’estensione territoriale accresce gli svantaggi);

2) schiavi che permettano ai cittadini di dedicare tempo alle funzioni sovrane (deliberare quotidianamente in pubbliche piazze);

3) scarso amore per la libertà individuale e per il commercio che la ispira ).

Il fine degli antichi, scrive ancora Costant, “era la divisione del potere sociale fra tutti i cittadini di una stessa patria; era questo che essi chiamavano libertà. Il fine dei moderni e’ la sicurezza nei godimenti privati; e chiamiamo libertà le garanzie accordate a questi godimenti dalle istituzioni”

2 – Il consenso della maggioranza non e’ sempre sufficiente a legittimare gli atti:
“la volontà di tutto un popolo non può rendere giusto ciò che è ingiusto”;
inoltre, i rappresentanti della volontà generale (che sono alcuni, pur agendo a nome di tutti), divengono despoti (Rousseau ).
Il genere umano non è stazionario, il giudizio sulle opinioni e le istituzioni è perciò relativo, quelle un tempo necessarie oggi sono considerate abusi, quelle oggi indispensabili un domani potranno essere esse stesse respinte come abusi: dai grandi mali nascono le rivoluzioni che hanno come scopo il bene dell’umanità.
La sovranità deve essere limitata, e non basta dividere i poteri, se questi possono formare una coalizione ;
un popolo infatti “non può delegare a nessuno un’autorità che egli stesso non ha”

Costant afferma che: “gli antichi praticavano l’ostracismo come arbitrio legale e lodato da tutti i legislatori dell’epoca,l’ostracismo, che a noi appare e deve apparire una rivoltante ingiustizia, prova che ad Atene l’individuo era asservito alla supremazia del corpo sociale.”

L’arbitrio è nemico della libertà, di tutte le attività che danno prosperità, del commercio, del credito, della sicurezza, della morale (non esiste morale senza sicurezza), ed è contagioso.

I diritti sono indipendenti dall’autorità sociale, che non può lederli , e vanno separati dal principio di utilità (Bentham) perchè una violazione di diritti potrebbe anche rivelarsi utile ; l’obbedienza alla legge è un dovere relativo, presuppone sia la legittimità che la giusta limitazione della legge .

I caratteri di illegalità delle leggi sono:

1) la retroattività;
2) la prescrizione di azioni contro la morale;
3) la divisione dei cittadini in classi e la loro punizione non per fatti dipendenti dalla loro volontà ma in quanto appartengono a classi: “le leggi contro i nobili, contro i preti, contro i padri dei disertori, contro i parenti degli emigranti, non erano leggi” .
L’uomo che serve una legge che considera iniqua non è scusabile.

Alcuni diritti individuali sono indipendenti dall’autorità sociale, quale che sia :

– la libertà personale;
– la libertà religiosa;
– la libertà di pensiero;
– la garanzia contro l’arbitrio;
– i diritti di proprietà: questi ultimi non sono però anteriori alla società come lo sono invece gli altri diritti individuali, anzi la proprietà e’ una convenzione sociale, sebbene necessaria alla divisione del lavoro e allo sviluppo .

Costant afferma che: “gli antichi praticavano l’ostracismo come arbitrio legale e lodato da tutti i legislatori dell’epoca,l’ostracismo, che a noi appare e deve apparire una rivoltante ingiustizia, prova che ad Atene l’individuo era asservito alla supremazia del corpo sociale.”
L’arbitrio è nemico della libertà, di tutte le attività che danno prosperità, del commercio, del credito, della sicurezza, della morale (non esiste morale senza sicurezza), ed è contagioso.
3 – Guerra e commercio sono entrambi mezzi per possedere ciò che si desidera, ma mentre il commercio e’ calcolo, la guerra e’ impulso: “per questo appunto deve sorgere un’epoca in cui il commercio sostituisce la guerra” .

Nell’universo, sostiene Constant, ci sono due principi, la forza e la ragione ;
le opinioni creano la forza , le istituzioni sono opinioni messe in pratica mentre la sola forza non può combattere il pensiero: per disarmare l’errore, occorre confutarlo .
Alla base delle ingiustizie ci sono sempre ineguaglianze:

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Estratto: testo di un discorso pronunciato all’ateneo di Parigi nel 1819

Benjamin Constant, La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni, [1819]

Chiedetevi, prima di tutto, Signori, che cosa intende oggi per libertà un Inglese, un Francese, un abitante degli Stati Uniti d’America.
È, per ognuno di loro, il diritto di non essere sottoposto che alle leggi, di non poter essere né arrestato, né tenuto in carcere, né condannato a morte, né maltrattato in alcun altro modo, causa della volontà arbitraria di uno o più individui. È per ognuno il diritto di esprimere la propria opinione, di scegliere il proprio lavoro e di esercitarlo; di disporre della sua proprietà e perfino di abusarne, di andare e di venire senza chiedere permessi, e senza rendere conto delle sue intenzioni e dei suoi passi. È, per ognuno, il diritto di unirsi con altri individui, sia per ragione dei propri interessi, sia per professare il culto che egli e i suoi associati preferiscono, sia semplicemente per occupare il proprio tempo nel modo più conforme alle proprie inclinazioni e fantasie. E infine è il diritto, per ognuno, di esercitare la propria influenza sull’amministrazione del governo, sia concorrendo alla nomina di tutti o di alcuni dei funzionari, sia con rimostranze, petizioni, domande, che l’autorità è in qualche modo obbligata a prendere in considerazione. […]

Libertà degli antichi: esercizio collettivo della sovranità, ma controllo statale sulla vita privata.

Presso i moderni, al contrario, l’individuo indipendente nella vita privata, è, anche nel più libero degli Stati, sovrano solo in apparenza. La sua sovranità è limitata, quasi sempre sospesa; e se a epoche fisse, ma rare, durante le quali è ancora più circondato di precauzioni e di restrizioni, esercita questa sovranità, non è che per abdicarvi. […]

Libertà degli antichi: possibile solo in Stati piccoli e in continuo conflitto gli uni con gli altri. Moderni: Stati grandi, che hanno sostituito il commercio alla guerra.

L’indipendenza individuale è il primo bisogno dei moderni: di conseguenza, non bisogna mai chieder loro di sacrificarla per stabilire la libertà politica. […]

La libertà individuale, lo ripeto, ecco la vera libertà moderna. La libertà politica ne è la garanzia; la libertà politica è perciò indispensabile. Ma chiedere ai popoli di oggi di sacrificare come facevano quelli di una volta la totalità della libertà individuale alla libertà politica è il mezzo più sicuro per staccarli dalla prima, per poi, raggiunto questo risultato, privarli anche dell’altra. […]

Non è alla libertà politica che voglio rinunciare; è la libertà civile che io reclamo, con altre forme di libertà politica. […]

Noi abbiamo ancora oggi i diritti che abbiamo sempre avuto, quei diritti eterni di dare il consenso alle leggi, di deliberare sui nostri interessi, di essere parte integrante del corpo sociale di cui siamo membri. Ma i governi hanno nuovi doveri; il progresso della civiltà, i cambiamenti operati attraverso i secoli, impongono all’autorità un rispetto maggiore per le abitudini, per gli affetti, per l’indipendenza degli individui. Essa deve operare in tutte queste materie con la mano più prudente e più leggera. […]

Mezzi maggiori dei moderni per combattere il dispotismo: commercio, circolazione, denaro.

Che il potere dunque si rassegni; noi abbiamo bisogno della libertà, e l’avremo; ma siccome la libertà di cui abbiamo bisogno è diversa da quella degli antichi, bisogna dare a questa libertà un’organizzazione diversa da quella che si limiti ad essere giusta. Noi ci incaricheremo di essere felici.

Scopo dell’uomo = perfezionamento; la libertà politica è il mezzo più potente per raggiungere questo perfezionamento.

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Approfondimenti:

Ultima edizione in ordine di tempo

 

La libertà degli antichi, paragonata a quella dei moderni. Con il saggio «Profilo del liberalismo» di Pier Paolo Portinaro
Autore: Constant Benjamin
Curato da Paoletti G.
Editore: Einaudi
Data di Pubblicazione: 2005
Collana: Piccola biblioteca Einaudi. Nuova serie
ISBN: 8806173979
Pagine: LX-166
Reparto: Etica

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L’ostracismo è Democratico?

Posted by ernestoscontento su marzo 3, 2007

Franco Turigliato

Post – Pubblicato: Art. Comincia l’Italia. net 04/03/2007

«Spesso abbiamo stampato la parola Democrazia. Eppure non mi stancherò di ripetere che è una parola il cui senso reale è ancora dormiente, non è ancora stato risvegliato, nonostante la risonanza delle molte furiose tempeste da cui sono provenute le sue sillabe, da penne o lingue. È una grande parola, la cui storia, suppongo, non è ancora stata scritta, perché quella storia deve ancora essere messa in atto.»

(Walt Whitman, Prospettive democratiche)

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Il teorico della liberaldemocrazia Robert Dahl parla di tre percorsi storici della democrazia

  1. democrazia delle città-stato;
  2. democrazia degli stati -nazione;
  3. democrazia cosmopolita

MA NEL 2007 SI PARATICA ANCORA L’OSTRACISMO!

Nell’uso corrente, ostracizzare significa escludere qualcuno dalla società o da una comunità, evitando di comunicare o addirittura di notare la persona.
Ostracismo è una parola derivante dal greco ostrakismós che indica una istituzione giuridica della democrazia ateniese volta a punire con un esilio temporaneo di 10 anni coloro che avrebbero potuto rappresentare un pericolo per la città. Secondo Aristotele l’ostracismo fu ideato da Clistene nel 510 A.C., secondo alcuni, appoggiandosi a un frammento di Arpocrazione, datano la sua istituzione vent’anni dopo, quando vi fu la prima applicazione. L’ostracismo consisteva in una votazione (durante l’ottava pritania) in cui il nome dell’individuo da ostracizzare doveva essere scritto su un coccio di terracotta detto appunto ostraka (od ostraca).
Il carattere politico del giudizio di ostracismo emerge chiaramente dal fatto che la condanna non richiedesse e non comportasse una accusa penale: Plutarco, per esempio, racconta che Aristide fu ostracizzato perché la sua buona fama e reputazione – era soprannominato “il giusto” – lo rendevano, indipendentemente dalle sue intenzioni, un tiranno potenziale.

Possiamo dire con certezza che i partiti praticano l’ostracismo!

Infatti l’ostracismo è, una prassi usata anche nei partiti cosiddetti costituenti (quelle forse politiche, che hanno partecipato alla formazione della carta Costituzionale)

In Passato nomi illustri del giornalismo e del mondo accademico, sono stati colpiti dall’’ostracismo dei partiti politici.

Il PRC espelle Turugliato per due anni:

Estratto Articolo su Repubblica.it

ll senatore: “Hanno processato me ma la politica del governo è fallita”
Sinistra critica chiede la revoca del provvedimento: Prc sempre più diviso

Rifondazione espelle Turigliatto “Ci ha messo in difficoltà”

ROMA – Espulso dal partito. Per due anni. Motivazione: la scelta di uno ha messo in crisi tutto il partito e poi il governo. Punito. Franco Turigliatto resta a Palazzo Madama ma non occuperà più i banchi di Rifondazione comunista che non lo riconosce più come “suo”.

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Ma Turigliato ha agito secondo coscienza, non c’è un conflitto istituzionale!

Articoli costituzionali:

Art. 3.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 67.

Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.

Art. 68.

I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni.

L’uomo è soggettivo per natura!

Protagora:

“L’uomo è misura di tutte le cose, il solo criterio per giudicare la realtà è ciò che viene percepito soggettivamente dal singolo indivuduo attraverso i sensi. Da ciò deriva che non esiste una sola verità, perché lo stesso fenomeno percepito in un certo modo da un uomo, può essere percepito diversamente da un altro, in tal caso entrambi i giudizi costituiscono verità, seppur relative e soggettive”.

Questa regola era già conosciuta nel 491 A.C. ed è alla base del buon democratico, il riconoscimento della diversità altrui.Il fatto che i greci praticassero l’ostracismo, non ci deve far cadere nell’errore che sia una pratica Democratica consolidata, infatti in Grecia non esistevano le ideologie, o meglio, esisteva solo la POLIS ( città stato) i Greci si identificavano solo con essa possiamo affermare che l’unica ideologia nell’antica Grecia era la democrazia ( democrazia deriva dal greco demos: popolo e cratos: potere, ed etimologicamente significa governo del popolo).

I Greci erano un popolo di guerrieri è quindi il loro concetto di comunità era ristretto, a tutelare la città unico luogo che gli consentiva di vivere da cittadini liberi e uguali.Ma attenzione, va detto che solo chi aveva il titolo di cittadino godeva nell’antica Grecia di questi privilegi, infatti all’epoca in Grecia esisteva la schiavitù, quindi il concetto di libertà non è la libertà individuale che noi intendiamo oggi, la democrazia greca infatti tendeva più all’uguaglianza.

Differenza tra la democrazia degli antichi e democrazia liberale:

Già Benjamin Constant nel Settecento, nel suo celebre discorso pronunciato all’Athènèè royal di Parigi nel 1819, aveva mostrato le differenze tra la concezione della democrazia degli antichi e quella dei moderni.

La democrazia dei moderni, si differenzia a quella degli antichi, per le libertà concesse ai cittadini.

Per Constant, la libertà degli antichi (il riferimento più diretto è sempre per la polis greca) è caratterizzata dalla priorità etica del potere. I cittadini si modellano sullo stampo di un bene oggettivo personificato dallo Stato e il diritto si manifesta come estrinsecazione della comunità di cui il cittadino è solo una filiazione. Per i moderni la libertà si pone come una determinazione originaria della coscienza e i diritti individuali rappresentano il fine nei confronti del quale il potere è solo strumento e garanzia. La supremazia etica del potere presuppone per Constant una instabile e effimera consapevolezza delle soggettività e dei loro rapporti civili, presuppone un raggio di vita e di esperienza limitato e predeterminato. La sovranità collettiva diviene il tutto morale là dove la individualità non ha altri strumenti per la sua realizzazione se non il criterio della sua appartenenza a un corpo politico egemonico. Partecipare a questo insieme appare il culmine della realizzazione morale e civile del cittadino e la misura esclusiva del dovere e dei diritti.

Del resto il raggio limitato di esperienza non poneva agli antichi le condizioni di un’alternativa. La scarsa mobilità sociale faceva convergere ogni interesse in direzione di quella sovranità che appariva appunto patrimonio di tutti, centro non solo di potere, ma di significati, di scopi, di occasioni di esperienza. Nella esperienza della polis greca il grado di affermazione della politicità giungeva, per Constant, al suo culmine. Etica e politica, diritti e sovranità erano espressioni coincidenti. La vita complessiva della comunità rifletteva e incorporava i diritti degli individui, la cui nozione era oscura e insostenibile se disancorata da quella partecipazione effettiva alla vita politica che condizionava non solo i ruoli dei cittadini ma le stesse attribuzioni etiche della soggettività. Gli antichi, ripete Constant sulle tracce del Condorcet, non avevano una sicura nozione dei diritti individuali. Il singolo vede nella legge non la garanzia delle sue libere determinazioni, ma un riflesso del suo status e della sua assegnazione nel contesto generale della vita.

Per questo ogni perfezionamento civile e giuridico veniva connesso a una estensione della politicizzazione dei cittadini. Tale ipertrofia politica non rifletteva tuttavia una forzosa riduzione a un’unica lealtà delle varie componenti delle esperienze morali e sociali, ma si poneva piuttosto come caratterizzazione immediata di un ambiente che ancora non conosceva il dissidio tra sistemi diversi di lealtà né la competizione tra ordini diversi di bisogni.

In sintesi: Costant, nel suo celebre discorso,delineò la distinzione tra la “Libertà degli Antichi” e la “Libertà dei Moderni”, in quanto:

La prima era partecipatoria, basata sulla libertà repubblicana, La Libertà dei Moderni, di contro, era basata sul godimento delle libertà civili, sul dominio della legge, e sulla libertà dall’ingerenza dello Stato

Affermando che: “gli antichi praticavano l’ostracismo come arbitrio legale e lodato da tutti i legislatori dell’epoca,l’ostracismo, che a noi appare e deve apparire una rivoltante ingiustizia, prova che ad Atene l’individuo era asservito alla supremazia del corpo sociale.”

MAI COME OGGI, QUESTE PAROLE APPAIONO VIVE!

Concludo dicendo, che io non sono un simpatizzante del partito di Turigliato, in quanto sono prima di tutto un Democratico e, mi vedo come un uomo libero che vive all’interno di una società democratica, l’unico limite alla mia libertà che io accetto è quello imposto dalle regole condivise.

Ma ho cercato di evidenziare in questo articolo, quanto questa parola “ Democrazia” che spesso è in bocca ai nostri politici, venga altrettanto spesso calpestata dagli stessi, nel loro agire quotidiano.

Quindi concludo con un interrogativo:

È legittimo nel 2007 per quelle forze politiche, che si ispirano ai valori Democratici applicare L’ostracismo?????

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